Capitolo 2
A malapena due ore dopo aver lasciato la sala del banchetto ed essere tornata in laboratorio, il telefono di Evelyn si illuminò: chiamata in arrivo da Luke.
Le macchine ruggivano senza tregua e, quando si accorse della vibrazione insistente, aveva già perso tre sue chiamate.
Non la cercava mai con tanta urgenza. Evelyn rispose in fretta. «Scusa, non ti ho sentito prima…»
«Evelyn.» Dall’altra parte, la voce di Luke era tinta di fastidio. «Andy sta avendo una reazione allergica. Vieni in ospedale.»
Le dita le si serrarono d’istinto attorno al telefono.
Ogni episodio era sempre stato grave: il respiro che diventava rapido e corto, il visino paonazzo di un rosso spaventoso. Una volta la lingua gli si era gonfiata tanto da sporgere fuori dalla bocca.
«Com’è adesso?» chiese, e già si muoveva verso la porta senza nemmeno pensarci.
«C’è Maggie con lui. La situazione si è stabilizzata, ma tu sei sua madre. Sarebbe meglio se venissi a occupartene.»
Evelyn si bloccò di colpo.
Maggie aveva parlato con quella sicurezza — non sarebbe successo niente — e invece la sua presunta torta biologica aveva comunque spedito Andy in ospedale.
«È un bene che sia stabile.» La voce le uscì un po’ spenta, senza sapere quale emozione indossare. «Visto che Maggie ha bisogno di fare esperienza dei legami familiari, lasciamo che continui lei a stargli dietro. Tanto ad Andy piace.»
«Evelyn!» A Luke scattò la pazienza. «È davvero questo il momento di fare i capricci?»
Il suo respiro rabbioso arrivava nel telefono. Lei poteva immaginarsi benissimo l’espressione sul suo volto.
Arrabbiata, sì, ma controllata. E impaziente.
Avrebbe voluto spiegarsi, ma lui non l’avrebbe capita; e lei non voleva neppure cedere.
Proprio in quell’istante, oltre la porta a vetri, sul macchinario del laboratorio si accese una spia rossa d’errore.
Era l’ultimo campione. Se fosse andato male, quindici giorni di coltura sarebbero andati persi, e sarebbe stato tutto da ricominciare. Presa dal panico, Evelyn disse al telefono: «Devo occuparmi di una cosa. Riattacco.»
Chiuse la chiamata e mise il telefono in modalità silenziosa. Fu solo la mattina dopo, quando l’esperimento si concluse con successo, che controllò finalmente i messaggi non letti.
Luke l’aveva chiamata un’altra volta. Lei non aveva risposto, e lui non aveva mandato altro.
Ma il suo partner di laboratorio, David Jones, le aveva scritto a raffica, in ansia: c’era un grosso problema.
Evelyn lo richiamò. «Che cosa è successo?»
«Il nostro investitore dice che si tira indietro.» La voce di David era distrutta. «Mi hanno contattato ieri sera, volevano parlare con te, ma non rispondevi. Stamattina hanno preso la decisione definitiva di ritirare l’investimento.»
David non riusciva a capirlo. «Perché darci una notte soltanto?» proseguì, smarrito. «Andava tutto bene, perché tirarsi indietro così all’improvviso?»
Evelyn rimase in silenzio per un attimo, poi si lasciò sfuggire una risata amara. «Non ti preoccupare. Me ne occupo io.»
Da quando, anni prima, l’avevano drogata e si era ritrovata incinta, inaspettatamente, del figlio di Luke, aveva rinunciato al lavoro per fare la moglie a tempo pieno per cinque anni.
Adesso, con Andy sul punto di iniziare la scuola, aveva finalmente deciso di riprendersi la sua vita. Due mesi prima ne aveva parlato con Luke: lui aveva accettato, arrivando perfino a investire nel suo progetto.
E ora, perché lei si era rifiutata di obbedirgli e aveva avuto l’ardire di riattaccare, lui le aveva tolto il sostegno senza esitare.
Quella “una notte” era stata concessa perché lei riflettesse e andasse a prendersi cura di Andy.
Lui aveva sempre saputo con precisione come tenerla sotto controllo.
Dopo aver ordinato la colazione, Evelyn scorse l’elenco dei contatti; il pollice le rimase sospeso su un profilo che non sentiva da molto tempo.
Esitò per qualche secondo, poi chiamò.
Erano appena passate le sette, molto prima della sua solita ora di sveglia. E poi non si parlavano da oltre un anno, e l’ultima volta era finita male. Avrebbe potuto riattaccarle in faccia, o coprirla d’insulti.
Inaspettatamente, rispose dopo appena dieci secondi. Dall’altra parte, la voce dell’uomo era impastata di sonno: «Evelyn è morta?»
«Joseph… sono più viva che mai», rispose lei, impacciata. «Mi sei mancato.»
«Che c’è stavolta?» Il tono si fece subito tagliente. «Che ti serve? Tuo marito ti ha bullizzata di nuovo? Ti è venuto in mente di contattare prima me, stavolta, perché hai paura di rimandare Mom e Dad in ospedale un’altra volta?»
Le labbra di Evelyn si socchiusero. «Mi dispiace», mormorò.
All’epoca era stata lei a innamorarsi di Luke, e lo aveva sposato nonostante l’opposizione della famiglia, arrivando alla rottura.
Poi, come prevedibile, il matrimonio non era andato bene. Quelle poche volte che aveva contattato la famiglia erano state tutte per litigi con Luke, ma ogni volta era finita allo stesso modo: lei che si schierava con Luke.
I suoi genitori e suo fratello erano allo stremo.
«Non posso accettare le tue scuse.» Joseph sbuffò, ma la sua rabbia, chiaramente, si era già smorzata parecchio. «Dimmi e basta: che vuoi che faccia?»
«Al mio laboratorio serve un investimento, intorno agli ottanta-novanta… cento milioni di dollari.»
Se Joseph le chiedeva così, voleva dire che si era calmato; perciò Evelyn, senza perdere tempo, assunse un tono mellifluo: «Joseph, mi aiuti?»
«Stai lavorando, adesso?» Joseph pareva davvero sorpreso. «Che tipo di laboratorio? Studi su come cucinare piatti che tuo marito e tuo figlio riescano davvero a mangiare volentieri?»
Evelyn rimase senza parole davanti a quel sarcasmo. «È la coltivazione di reti neurali su cui lavoravo già prima. Un lavoro vero.»
«Finalmente lavori.» La voce di Joseph suonava più soddisfatta. «Cento milioni di dollari, giusto? Ricevuto. Altri requisiti, Ms. Thomas?»
Sentendo quella presa in giro familiare, Evelyn sorrise appena. «Sì… potresti chiedere a Mom e Dad quando posso tornare a casa? Pensi che mi perdoneranno?»
Seguì un breve silenzio.
Evelyn credette che non volesse, ma prima che riuscisse a dire altro sentì, dall’altra parte, la voce eccitata di un bambino: «Zia Evelyn, torni a casa? Vado subito a dirlo a Grandpa e Grandma!»
Un’altra voce si sovrappose, impaziente: «Viene anche Andy? Se mi rompe di nuovo la macchinina, stavolta posso picchiarlo?»
Evelyn rise, ripensando all’arroganza di Andy durante quelle rare visite al Thomas Manor e a come Luke non le permettesse di disciplinarlo…
Forse, in fondo, Maggie era davvero più adatta a essere sua madre.
«Vai a giocare!» disse Joseph, scacciando il bambino, poi si fece serio. «Stavolta divorzia davvero da Luke?»
L’ultima volta che si erano lasciati in malo modo, la famiglia Thomas le aveva imposto un ultimatum: Evelyn non sarebbe tornata finché non avesse divorziato da Luke.
«Sì», disse Evelyn a bassa voce, chiudendo gli occhi. «Gliel’ho già detto. Però…»
Luke non sembrava prenderla sul serio.
E neppure suo nonno, Robert Miller, avrebbe acconsentito facilmente.
Joseph colse la sua difficoltà: «Finché hai preso la decisione, ti aiuterò. Guarda caso ho qualche progetto che puoi seguire. Vieni a Starlight City per un viaggio di lavoro di qualche giorno e mettiti un po’ di distanza da Luke.»
«E poi, fammi fare anche un po’ di appuntamenti al buio per te: tutti uomini giovani, beneducati, ricchi, che ti tratteranno come si deve.»
Evelyn si schiarì la gola. «Joseph, non ho ancora depositato i documenti per il divorzio! Non è un po’ presto?»
