Capitolo 1 Capitolo primo

Conosci quella sensazione di fissare con desiderio qualcosa che è a pochi centimetri dal poterlo toccare o raggiungere… eppure non ci riesci?

Ecco come mi sentivo mentre guardavo la squadra di cheerleader allenarsi.

Ti starai chiedendo perché non potessi unirmi a loro, o che cosa mi trattenesse… be’, tante cose. Per cominciare, era evidente che non ero adatta, o almeno così mi avevano detto.

Sospirai quando la voce stridula di Alison squarciò l’aria, urlando insulti senza filtro contro una delle ragazze che aveva perso il passo.

Alison era l’ape regina della mia scuola. Il sogno della maggior parte dei ragazzi. Alta e bellissima, con gambe lunghe e sexy e un fisico perfetto, ma cattiva come un gatto randagio.

Era uno dei motivi per cui non potevo entrare nella squadra delle cheerleader. Alison era una spina nel fianco: mi ricordava di continuo quanto fosse misero il mio background in confronto al suo. Era la figlia del miliardario più ricco, celebre e pericoloso della città, una persona con cui era ovvio che non volessi metterti contro.

E a quanto pare, per Alison quelli erano più che sufficienti motivi per rendermi la vita un inferno.

Tipo: quanto poteva andare peggio?

Le guardai allenarsi per quasi un’ora e riuscii a sgattaiolare via prima che Alison si accorgesse che la fissavo come un cervo ipnotizzato.

Merda!

Nella mia curiosità di guardarle allenarsi, avevo dimenticato che Alison e la sua cricca di ragazze cattive come lei adoravano scovarmi e tormentarmi. Ora che avevo la possibilità di scappare, avevo aspettato e me ne ero rimasta lì a guardarla allenarsi.

Sarebbe stato meglio andarsene.

Merda!

Corsi subito verso il mio armadietto, tirando fuori in fretta la roba e infilando tutto nello zaino.

Come avevo potuto dimenticare l’unica cosa che odiavo?

Dovevo sparire da lì in fretta. Prima che lei—

Chiusi l’armadietto e la faccia di Alison spuntò davanti a me, facendomi urlare e lasciando cadere le mie cose.

«Guardate un po’ chi abbiamo qui. Lady Lena di dove, già… ah, vivi nei bassifondi», disse, e dietro di lei le altre ragazze risero.

Trattenni il respiro e provai a passarle accanto, ma lei mi sbarrò la strada e sorrise, mostrando denti bianchissimi e abbaglianti.

«Scusami, per favore», dissi timidamente, e questo sembrò solo divertirla.

«Perché? A casa non c’è niente che ti aspetta, quindi non devi correre. Ci stiamo solo divertendo, no?» fece con una voce mielata, e io resistetti all’impulso di spingerla via, perché non sarebbe finita bene.

«Ho dei compiti da fare, Alison», risposi, e lei fece il broncio.

«Awww… genio, no che non li hai.» Mi scostò una ciocca di capelli dal viso, e io indietreggiai presa dal panico.

«Che cosa vuoi da me, Alison? Che cosa ti ho fatto?» sospirai, mentre lei mi rideva in faccia.

Sorrise come se fosse davvero preoccupata e, se non l’avessi conosciuta abbastanza bene, avrei pensato che…

«Che cosa voglio, tesoro… solo un po’ di divertimento», sogghignò. «Sai, ti ho visto mentre mi guardavi allenarmi. Stavi fissando il mio culo?»

Chiusi gli occhi e mi voltai dall’altra parte. «No. Giuro che non era così.»

Lei si rabbuiò. «Non ti piace il mio culo?»

«Alison, io…»

«Puttana!» strillò, mi afferrò per il colletto e mi sbatté la testa contro l’armadietto. «Brutta schifezza, credi di essere migliore di me?»

La testa mi scattò all’indietro contro il metallo e un dolore pulsante, acuto, mi rimbombò nel cranio.

Prima ancora che potessi rispondere, mi strappò in avanti e mi spinse di nuovo. Intanto le ragazze alle sue spalle avanzarono a piccoli passi, chiudendomi ogni via di fuga.

«Tracy, tira fuori il telefono», ordinò Alison, senza distogliere gli occhi da me. «Registra. Voglio ricordarmi ogni secondo.»

Il cuore mi precipitò nello stomaco. «Per favore, non—»

«Per favore, non—» mi scimmiottò con una vocetta stridula. «Per favore, non cosa? Per favore, non far vedere al mondo quanto sei patetica? Quanto ti ingozzi a ogni pranzo mentre noi almeno stiamo attente a quello che mangiamo? Porcellina!»

Le lacrime mi bruciavano dietro gli occhi, ma mi rifiutai di lasciarle cadere. Non le avrei dato quella soddisfazione. L’avevo imparato molto tempo prima: piangere rendeva Alisson ancora più crudele.

«Guardami quando ti parlo!» Alison mi afferrò il mento, le unghie che mi si conficcavano nella pelle abbastanza forte da lasciarmi il segno. «Che c’è? Niente da dire? La grande Lena Hartwell, la prima in ogni materia, la cocca dei professori, pensa di essere troppo brava perfino per guardarmi?»

«Non è vero», sussurrai.

«Allora guardami!»

Costrinsi i miei occhi a incontrare i suoi. Da vicino era ancora più bella, cosa ironica, considerata la sua natura malvagia.

La pelle senza un difetto, i denti perfetti, non un capello fuori posto, e quegli occhi azzurri freddi e feroci che dicevano quanto si stesse divertendo a rendermi la vita un inferno.

«Sai cosa penso?» inclinò la testa, studiandomi come se fossi qualcosa attaccato sotto la sua scarpa.

«Penso che tu debba imparare qual è il tuo posto. Penso che tu debba capire che, per quanto tu studi, per quante borse di studio tu prenda, sarai sempre niente. Sarai sempre la stupida ragazzina della parte sbagliata della città, che non ha nulla a che fare con gente come noi.»

La porta dello spogliatoio si spalancò all’improvviso.

Sentii una piccola scheggia di speranza—magari era un’insegnante, magari qualcuno che potesse fermare tutto questo—ma quella speranza morì nell’istante stesso in cui vidi chi era entrato.

La squadra di football.

La dannata squadra di football.

Tutti.

C’erano almeno quindici ragazzi in maglia, appena usciti dall’allenamento, con il sudore ancora lucido sulla pelle, e a guidarli non era altri che…

Jace Dawson.

Jace Dawson, il quarterback.

Il ragazzo più bello della scuola, i cui poster erano appesi dentro metà degli armadietti delle ragazze. Jace Dawson, per cui avevo avuto una cotta stupida e patetica al primo anno, prima di rinsavire.

Prima di capire che ragazzi come lui non vedevano nemmeno ragazze come me come esseri umani.

Si fermò quando vide che cosa stava succedendo, e così fecero tutti gli altri.

Quell’aura…

Per un attimo sciocco, pensai che forse avrebbe fatto qualcosa.

Che forse avrebbe detto a tutti di piantarla e di lasciarmi stare; era il capitano della squadra, e loro lo ascoltavano.

Perfino Alison… che già lo stava guardando come se fosse una caramella.

Invece tirò fuori il telefono.

«Fate spazio», disse con noncuranza, senza neppure guardarmi. «Tracy, fai un’inquadratura migliore. Vogliamo vedere la sua faccia.»

Qualunque speranza stupida e sciocca avessi si frantumò in mille pezzi.

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