Capitolo 1 SORELLA GEMELLA.
RAINA.
«Tua sorella è sparita!»
Il suono mi colpisce prima ancora che le parole mi arrivino davvero in testa.
Mi immobilizzo. Ho un occhio truccato e l’altro ancora nudo, con il pennello sospeso a mezz’aria. Il mio riflesso nello specchio è così ridicolo. Per metà damigella, per metà fantasma spaventato.
«Respira, mamma. Che cosa stai dicendo?» Mi giro sulla sedia girevole, con il cuore che martella.
È ferma sulla soglia, aggrappata allo stipite come se le servisse per restare in piedi. Il petto le si alza e si abbassa sotto il costoso abito di seta, quello che aveva giurato fosse troppo ma che ha indossato lo stesso perché è il grande giorno di sua figlia.
Solo che adesso non sembra nemmeno lei.
Il rossetto è sbavato e i capelli si sono disfatti.
E in questo momento c’è qualcosa nei suoi occhi che non le ho mai visto prima.
Paura. Paura pura.
Lo stomaco mi si contorce mentre mi alzo e attraverso lo spazio che ci separa. «Mamma?»
«È sparita», sussurra di nuovo, come se dirlo più piano potesse renderlo meno vero. «Talia è sparita.»
Scuoto la testa, mentre la stanza sembra inclinarsi. «No, no. Che vuol dire sparita? L’ho lasciata solo un’ora fa. Era in camera sua e la truccatrice stava per cominciare!» La voce mi si spezza.
Ma mia madre si sta già muovendo per la stanza, tremando, con il profumo pesante nell’aria. «Non è più lì. Il telefono, la borsa… è sparito tutto.»
Il silenzio ci piomba addosso, e Dio, è denso, soffocante.
Dal piano di sotto sento dei rumori entrare dalle finestre aperte: la wedding planner che impartisce ordini a voce alta, i decoratori che si gridano addosso, e il brusio lontano dei clacson fuori. La sala che abbiamo affittato è a malapena a cinque minuti da qui, e il corteo dovrebbe partire da un momento all’altro.
Oggi è il giorno del matrimonio di Talia.
I fiori sono arrivati, gli invitati stanno aspettando, e ovviamente anche lo sposo sta aspettando.
Quindi non può essere… Non può cazzo essere scomparsa.
«Sarà in giardino», mormoro, forzando una risata tremante che non sembra nemmeno la mia. «Sai quanto le piace passare il tempo lì.»
Sfioro mia madre passando oltre prima che possa fermarmi, la vestaglia che svolazza intorno alle gambe mentre mi affretto lungo il corridoio. Il suono del mio battito copre perfino il ticchettio delle pantofole sul pavimento.
Talia deve essere lì, deve esserci.
Forse è solo nervosa. Forse aveva bisogno di un minuto da sola prima di percorrere la navata.
Voglio dire, dovrebbe essere il suo matrimonio, e io di sicuro sarei stata nervosa da morire se fossi stata al suo posto.
Ma nel momento in cui metto piede in giardino, lo stomaco mi si rivolta con violenza.
L’altalena su cui si siede sempre oscilla piano, vuota.
La brezza porta solo il debole profumo del suo profumo che svanisce, quasi del tutto.
«Talia?» La voce mi si incrina e mi guardo intorno, aspettandomi quasi di vederla sbucare da dietro l’arco di rose, a ridere della sua stessa stupida battuta.
Ma c’è solo silenzio.
Poi qualcosa cattura il mio sguardo. Un foglio piegato sull’altalena, e lo stomaco mi si stringe mentre mi precipito in avanti, afferrandolo prima che il vento possa portarlo via.
Sulla carta c’era la sua grafia ordinata, inclinata, familiare.
Ha lasciato un messaggio.
Le dita mi tremano mentre lo apro.
«Dio, mi dispiace. Non posso farlo. Perdonami», dice il breve messaggio.
Per un secondo le parole si confondono, poi arrivano le lacrime, calde, indesiderate, accecanti.
«No», sussurro, scuotendo la testa. «No, no, no…»
Abbiamo parlato ieri sera.
Abbiamo parlato per ore del suo vestito, dei fiori e di quanto fosse nervosa, ma anche del fatto che si sarebbe comunque presentata perché era felice. Ha detto che era felice.
Ma lo era davvero?
Insomma, nessuna sposa felice scapperebbe dal proprio matrimonio, giusto?!
Mi asciugo gli occhi con il dorso della mano e mi volto, già in movimento. Accartoccio il foglio nel pugno mentre torno di corsa in casa, oltre i domestici che bisbigliano, oltre le porte aperte e il suono lontano delle campane della chiesa.
Forse è tornata in camera sua. Forse ha cambiato idea. Forse è rientrata.
Ma nel momento in cui metto piede nella sua stanza, l’aria cambia.
Mio padre è lì, rigido accanto a mia madre, che adesso sembra invecchiata di dieci anni in dieci minuti. Il mascara le è colato sulle guance e lui le stringe le spalle, cercando di tenerla in piedi.
«Ci ammazzerà, Dio!» singhiozza mia madre, la voce che si spezza mentre si aggrappa al braccio di suo marito come se fosse l’unica cosa che la tenga ancora su.
«Chi…? Chi?» balbetto, sbattendo le palpebre davanti a loro.
Lei mi fissa con gli occhi sbarrati. «Lui. Il fidanzato di tua sorella.»
«Scusa?» mi esce una risata amara, sprezzante. «Mia sorella è sparita e l’unica cosa che vi preoccupa è lui?»
«Non capisci, Raina!» scatta mio padre, con la voce bassa e tagliente. «Credi che sia solo una questione di imbarazzo? Di reputazione? Quell’uomo non perdona e non dimentica. Se scopre che l’abbiamo ingannato… No, se capisce che Talia è scappata, ci distruggerà.»
Lo fisso, il respiro irregolare. «Ci distruggerà? Non è un dannato signore della guerra, papà. È… è solo…»
Lo sguardo di mio padre mi gela, mi tronca di netto. Il suo silenzio dice tutto.
«Oh, mio Dio…» La stanza mi gira attorno. «Non ci credi sul serio?»
Si passa una mano tra i capelli che imbiancano e borbotta qualcosa tra sé. «Manca meno di un’ora all’inizio del matrimonio. I suoi uomini sono già alla sala.»
Mia madre ricomincia a piangere più forte, sussurrando preghiere a fior di labbra. «Ci ammazzerà. Ammazzerà tutti noi.»
Stringo il biglietto più forte, la carta si accartoccia tra le dita. «E quindi? Cosa vi aspettate che faccia? Che vada a cercarla? Perché io—»
Gli occhi di mio padre si sollevano fino ai miei e, per un istante, lo vedo.
Quello sguardo.
Quel luccichio calcolatore e disperato che non avevo mai notato prima.
E per la prima volta, vedo davvero mio padre.
«Le assomigli», dice piano.
«Cosa?» Le sopracciglia mi si serrano. «Che diavolo vorrebbe dire?»
Fa un passo lento in avanti, lo sguardo fermo. «Tu e tua sorella. Avete la stessa corporatura, lo stesso viso. Dannazione, persino la stessa voce, se ti sforzi un po’. Potresti percorrere quella navata, Raina, e nessuno noterebbe la differenza.»
Per un momento mi limito a guardarlo, perché il cervello si rifiuta di elaborare quelle parole, come se fossero in una lingua straniera.
Poi mi colpisce.
Il senso. La follia.
No. Neanche per sogno.
«Raina…» La voce di mia madre si spegne mentre il suo sguardo schizza per la stanza, febbrile e nel panico.
Prima che possa chiederle cosa stia facendo, si muove più in fretta di quanto l’abbia mai vista muoversi in vita sua. Per una donna che un attimo prima sembrava sul punto di crollare, attraversa la stanza con una determinazione incredibile.
Mi volto, confusa, e poi lei si gira di scatto verso di me.
Ed è allora che lo vedo.
L’abito.
Il suo abito.
Quello che Talia avrebbe dovuto indossare oggi. Il raso avorio cattura la luce, accecante e puro contro il caos che ci circonda.
Premendomelo con forza sul petto finché le stecche del bustino mi si conficcano nei palmi, mia madre sussurra con voce tremante: «Prenderai il suo posto, Raina. Lo sposerai tu.»
«Mamma!» La voce mi esce più alta di quanto voglia. «Ti senti? È una follia! Vuoi che sposi lui… un uomo che crede che io sia mia sorella?»
«Raina, non capisci cosa c’è in gioco. Ci distruggerà se scopre che lei se n’è andata. Sei l’unica che può sistemare le cose», dice, scuotendomi con tale forza da farmi male.
«Sistemare le cose?» rido, acuta e frenetica. «Facendo finta di essere mia sorella gemella al suo matrimonio? E quando lo scopre? Quando si rende conto che non sono lei?»
«Allora prega che non succeda mai», dice mio padre, piatto.
Il suo tono non lascia spazio a repliche, né una traccia di tenerezza.
Solo freddo. E una brutalità definitiva.
