Capitolo 2 HELLO, SUNSHINE.

~~RAINA.

Il silenzio dopo le parole di mio padre pesa più di un urlo.

Lo fisso, fisso entrambi… queste persone che mi hanno cresciuta, che mi hanno insegnato il bene e il male… e non le riconosco più.

Sembrano estranei totali con addosso le facce dei miei genitori.

«Io non lo faccio», sussurro. «Non potete obbligarmi…»

«Pensi che abbiamo scelta?» La voce di mio padre schiocca come una frusta. «Pensi che TU abbia scelta?»

Il petto mi si stringe.

Mia madre ha già iniziato ad abbassare la zip dell’abito, e le mani che le tremano tradiscono la calma che finge. «Raina, ti prego», mormora, supplicando. «Dobbiamo solo superare oggi. Dopo vedremo di trovare una soluzione. Ti prego, tesoro.»

La voce le si incrina su quell’ultima parola, e dentro di me si spezza qualcosa.

Perché per la prima volta in vita mia, mia madre sembra piccola e sconfitta.

«Non posso», riesco a dire strozzata. «Mi state chiedendo di mentire a un uomo che non ho nemmeno incontrato davvero…»

Mio padre mi interrompe. «Lo hai incontrato.»

Sbatto le palpebre. «Cosa?»

«Alla cena di fidanzamento di Talia», dice. «Ti ha guardata. Te lo ricordi?»

Oh, me lo ricordo.

Il modo in cui i suoi occhi si erano posati su di me dall’altra parte del tavolo, scuri e indecifrabili. Uno sguardo capace di farti sentire come se vedesse attraverso tutto ciò che cercavi di nascondere.

Un brivido mi risale lungo la schiena e scuoto la testa. «Se ne accorgerà», sussurro. «Nel momento stesso in cui mi vede, se ne accorgerà.»

La mascella di mio padre si indurisce. «Allora è meglio che tu preghi di essere abbastanza convincente.»

Furiosa, urlo: «Siete fuori di testa, tutti e due! Ma vi sentite?!»

«Raina—»

«No!» Spingo l’abito contro il petto di mia madre, restituendoglielo. «Preferite vendermi piuttosto che ammettere che Talia è scappata! Siete dei codardi!»

Un attimo dopo, il calore mi esplode sulla guancia.

Il rumore. Oh, se era secco e violento.

Per un momento non riesco a respirare. Lo guardo e basta—mio padre—stordita, con la mano premuta sull’impronta bruciante della sua mano.

«Se è da morti che ci vuoi, va bene!» ruggisce, la voce che si spezza. «Vado là fuori e glielo annuncio, cazzo, che la sua promessa sposa se l’è svignata! E poi, magari, entra qui e ci fa un applauso!»

Il suo petto si alza e si abbassa, le vene gli sporgono lungo il collo.

«Qualunque cosa succeda dopo,» ringhia, puntandomi un dito contro, «sarà colpa tua, cazzo!»


Un minuto dopo sono davanti allo specchio.

Sono truccata di tutto punto e di me non è rimasta traccia: sepolta sotto la maschera di qualcun’altra.

L’abito bianco mi si appiccica addosso come una maledizione. Il raso cattura la luce e la sparge nella stanza, rendendomi eterea… e sbagliata.

Il velo incornicia il mio viso, e quando sbatto le palpebre, quella che mi guarda indietro non sono io.

Non sembro per niente me stessa, ma somiglio a lei in tutto.

Talia.

La mia sorella gemella.

Mi si stringe la gola.

Dio, oggi dovrei indossare il viola, non il bianco.

«Oh, tesoro mio, sei bellissima!» Mia madre intreccia le mani, con le lacrime che le riempiono gli occhi. Per un secondo le sopracciglia le si avvicinano, orgoglio e colpa aggrovigliati insieme.

La truccatrice e la stylist se ne sono già andate; le loro risate svaniscono lungo il corridoio, lasciando solo noi due in questa stanza soffocante.

«Non cominciare», la avverto, con uno sguardo abbastanza affilato da tagliare.

Lei espira in modo tremolante, cercando di sorridere. «Andrà tutto bene, tesoro. Troveremo Talia e…»

«Mamma!» sbotto tra i denti, la voce che trema di una rabbia che non riesco a controllare. Le dita mi si serrano intorno al bouquet che ho in mano finché i gambi scricchiolano sotto la pressione; i petali fremono come se sentissero anche loro la mia agitazione.

La porta si spalanca prima che possa rispondere e mio padre entra, sistemandosi la cravatta, l’espressione composta mentre lo sguardo mi scorre addosso dalla testa ai piedi. Un sorriso appena accennato gli tira le labbra, uno che però non gli arriva davvero agli occhi.

«Dovremmo andare», dice con calma, come se stessimo per uscire a fare brunch e non per camminare dritti dentro un cazzo d’inferno. «Il matrimonio è cominciato.»

E così, di colpo, il mio cuore si ferma.

Lo giuro. Si è fermato davvero.

I minuti si confondono nei secondi e non ricordo nemmeno di aver sceso le scale, né il modo in cui mia madre continuava ad armeggiare con il mio velo come se importasse qualcosa.

So soltanto che, nell’istante in cui metto piede fuori, il mondo esplode.

«Congratulazioni, Talia!»

«Oh, sei mozzafiato!»

«Talia, il tuo sposo è un uomo fortunato!»

Ogni parola mi colpisce come un sasso in pieno petto.

Talia.

Talia.

Talia.

Le loro voci si impastano insieme, dolci, allegre e… oh, crudeli.

Ogni volta che qualcuno pronuncia il suo nome, l’amarezza mi risale in gola. Il sorriso mi sembra estraneo addosso, rigido, con i bordi che tremano.

Vorrei urlare che si sbagliano. Che io non sono lei, che la donna che stanno festeggiando è scomparsa, e che io sono qui, in piedi, a fingere di esserla.

E invece annuisco, sorrido e mi lascio abbracciare.

Perché è quello che farebbe Talia.

Perché è quello di cui i miei genitori hanno bisogno che io faccia.

E quando la mano di mio padre si posa leggera sulla parte bassa della mia schiena, guidandomi verso l’auto in attesa, capisco che ormai non c’è più possibilità di tornare indietro.

———

Le portiere dell’auto si aprono su un mondo che non sembra reale.

L’aria è densa, non di gioia, non di musica, ma di qualcosa di più freddo e tagliente.

La sala pare uscita da un sogno e da un incubo allo stesso tempo. Lampadari che brillano e guardie armate in abiti neri, discrete tra gli invitati troppo impeccabili, troppo composti, troppo silenziosi.

Non ci sono damigelle che ridacchiano, niente risate soffuse o pettegolezzi sussurrati.

Ci sono invece uomini con cicatrici che fanno capolino sotto i colletti, anelli che scintillano come armi, e donne in abiti eleganti con occhi che dicono di sapere esattamente che sapore abbia il potere.

Ogni sguardo che si posa su di me sembra una lama appoggiata alla mia gola.

La musica si gonfia, profonda, lenta, cerimoniale. Come qualcosa suonato a un’incoronazione… o a un’esecuzione, più che a un matrimonio.

Le dita si serrano attorno al bouquet mentre lo stomaco mi si attorciglia.

Faccio un passo, poi un altro. La mano di mio padre resta salda sul mio gomito, a guidarmi in avanti. Non dice nulla, ma sento la tensione nella sua presa.

E poi lo vedo, in fondo alla navata, che mi guarda.

Il suo volto sembra scolpito nella pietra.

Gli occhi sono scuri, indecifrabili.

L’uomo che mia sorella avrebbe dovuto sposare.

L’uomo che sto per ingannare.

Luciano Rafael Moretti.

Non si mosse, non sorrise. E non mi riconobbe con più di un’occhiata misurata, illeggibile.

Un tenue bagliore di tatuaggio serpeggia lungo il lato del suo collo, sparendo sotto il colletto. I miei occhi lo seguono fino alla mano che riposa con noncuranza lungo il fianco, e io rabbrividisco, chiedendomi quanta parte di lui sia tatuata e quanta, invece, nascosta sotto quell’esterno freddo e perfetto.

Ogni passo verso di lui è come oltrepassare una linea che non potrò più disoltrepassare.

La musica cresce, ma io a malapena la sento: il cuore batte così forte da soffocare tutto il resto.

E in fondo alla navata la mano di mio padre stringe la mia un’ultima volta, come un avvertimento silenzioso.

Poi, come in un rito lugubre, mi lascia andare.

Gli occhi di Luciano incontrano finalmente i miei per intero, e ne sento il peso addosso come catene.

Oggi sono la sua sposa. L’ombra di mia sorella.

Nel suo sguardo non c’è calore. Nessun riconoscimento, nessun saluto.

Niente, se non un controllo oscuro, perfetto.

Poi, quasi con noncuranza, inclina appena il capo, le labbra che si piegano nel più tenue accenno di sorriso, e dice: «Ciao, raggio di sole.»

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