Capitolo 4 UN MATRIMONIO DIVERTENTE.


La casa in cui mi trovo dev’essere la più splendida che abbia mai visto. No, non è solo una casa. Sembra un castello, qualcosa uscito da una vecchia storia, come quelle ambientate nel Medioevo. È alta e maestosa, con muri di pietra e ampie scalinate che ti fanno sentire piccola quando ci passi in mezzo. Tutto all’interno brilla, dai pavimenti di marmo alle luci dorate appese al soffitto.

Per un attimo dimentico letteralmente le mie preoccupazioni mentre osservo ciò che mi circonda, ma il rumore di passi che si avvicinano mi riporta alla realtà e giro la testa, vedendo Luciano fermo accanto alle scale, seguito da un gruppo di donne che cammina verso di noi.

Vestite tutte con uniformi nere, si inchinano all’unisono davanti a Luciano prima di voltarsi verso di me.

«Benvenuta, signora Moretti.»

Signora Moretti.

Il respiro mi si spezza quando parla la donna più anziana, che immagino sia la governante.

«Accompagnala in camera», dice Luciano, e io alzo lo sguardo verso di lui.

Mi sta guardando e, per la prima volta da quando ho conosciuto quest’uomo, vorrei saper leggere quello che gli passa per la testa.

I suoi occhi si soffermano lentamente su di me, scendendo lungo il mio corpo, e all’istante tutto ciò che mi invade la mente è il modo in cui la sua mano ha accarezzato le mie cosce nude e come non abbia fatto altro che bruciarmi.

Deglutisco a fatica mentre si avvicina, posando una mano sulla curva della mia schiena. Il suo tocco scivola lento e deliberato prima che lui mormori vicino al mio orecchio:

«Ci aspetta un matrimonio divertente, tesoro.»

Dio. Una volta pensavo che i vezzeggiativi mi piacessero, in una relazione, finché non ne ha pronunciato uno quest’uomo. Adesso farei qualsiasi cosa pur di prenderlo a schiaffi fino a fargli sparire quella parola dalla bocca.

Mi spinge delicatamente in avanti, poi fa cenno alla donna più anziana di fare strada.

La seguo lentamente su per le scale. Si muove con grazia, nonostante le ciocche bianche tra i capelli tradiscano la sua età. Dopo aver superato diverse porte, si ferma davanti a una di esse e la apre.

«Prego, entrate», dice con un cenno cortese.

Faccio un passo dentro e capisco immediatamente di chi è quella stanza.

Grida Luciano.

Ogni dettaglio è freddo, tagliente, fin troppo perfetto. La palette di colori è un grigio monocromatico, e i mobili sono eleganti e moderni, ma privi di vita.

Io sono una persona luminosa. Possiedo a malapena qualcosa di nero e, in qualche modo, so già che non sopravvivrei nemmeno un giorno in questa stanza.

Un momento. Dovrei stare qui anch’io?

Certo, siamo sposati, ma con un uomo come lui mi aspetterei camere separate.

«Questa è la vostra stanza con il capo», dice infine la donna, interrompendo i miei pensieri, e io annuisco lentamente.

«Vi lascio sistemarvi. I vostri vestiti sono nell’armadio laggiù. E verrò ad avvisarvi quando il pranzo sarà pronto», aggiunge, poi si volta per andarsene.

Talia ha fatto mandare qui i suoi bagagli già dal giorno prima.

E ancora una volta mi chiedo perché sia fuggita, quando aveva preparato tutto così perfettamente per questo giorno.

Oh, Talia, in questo momento ti odio.

«Signora Moretti», la voce della donna mi riporta alla realtà e io sbatto le palpebre in fretta, cercando di trattenere le lacrime.

«Mh?» mormoro debolmente.

«Fate tutto quello che vi chiede... vi prego», sussurra con un filo di voce che quasi non riesco a sentire.

Sul suo viso guizza un lampo di pietà, poi viene subito sostituito da un sorriso caldo.

So che sta parlando di Luciano e, prima che possa chiederle cosa intenda dire, è già uscita dalla stanza.

I vestiti nell'armadio non mi somigliano affatto, ma alla fine scelgo comunque un abito di seta nero.

È la quarta volta che chiamo mia madre e la seconda che chiamo mio padre, ma nessuno dei due risponde.

Luciano non è entrato in camera da quando siamo arrivati e devo ringraziare solo la mia testa per questo. Anzi, non mi dispiacerebbe affatto se partisse all'improvviso per un viaggio d'affari e tornasse tra dieci anni.

Un lieve bussare alla porta precede l'aprirsi dell'uscio. È il maggiordomo.

«Il pranzo è pronto, signora Moretti.»

Non dico niente; mi limito ad alzarmi e a seguirlo.

Giuro che smetto di respirare per un minuto intero nel momento in cui metto piede nella sala da pranzo e Luciano è lì.

Seduto immobile al centro del tavolo, perfetto come una scultura. Indossa ancora gli stessi vestiti di prima, solo che ora non ha più la giacca e le maniche della camicia nera sono arrotolate, lasciando scoperti i suoi avambracci forti.

Non mi guarda, non dice neppure una parola mentre mi accomodo accanto a lui.

Mi costringo a parlare. «Buon pomeriggio», mormoro piano.

Nessuna risposta.

Così abbasso lo sguardo sul piatto che ho davanti.

È un'insalata di pollo alla griglia e annuisco tra me e me per quanto abbia un aspetto delizioso.

Senza concedergli un'altra occhiata, prendo la forchetta e comincio a mangiare.

Più a lungo resto seduta lì, più mi diventa difficile deglutire, perché sento i suoi occhi addosso, pesanti e implacabili, eppure non alzo la testa e non allungo nemmeno la mano verso l'acqua.

Poi, all'improvviso, mi spinge davanti un piatto. Alzo il capo per guardare lui e poi il piatto.

«Ti piace il bagel al burro d'arachidi», dice con noncuranza, con un accenno di sorriso sulle labbra.

Le mie dita si serrano sul bordo del tavolo. Voglio urlare: Quando te l'avrei mai detto?

Ma invece resto in silenzio.

Sembra un bel gesto, no?

Mio marito mi sta porgendo con dolcezza un piatto con un bagel alle arachidi perché sa che mi piace, quindi dovrebbe essere una scena commovente, giusto?

Voglio dire, lo sarebbe anche, cazzo, se non fosse che a me il burro d'arachidi non piace.

Ne sono allergica.

Ne basta una goccia per uccidermi in pochi minuti, se non ricevo aiuto immediatamente.

Morirei, se lo mangiassi.

È Talia quella a cui piace da morire, non io!

E quando alzo di nuovo gli occhi su Luciano, giuro che...

Sta sorridendo.

Dio, quest'uomo lo sa.

Sa che io non sono Talia.
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