Capitolo 2 CAPITOLO DUE | MOTH TO A FLAME

Il punto di vista di Alaia

Quando arrivammo a scuola, una sensazione di angoscia cominciò a travolgermi.

Non mi ero mai sentita del tutto a mio agio nelle situazioni sociali, e si vedeva. Avevo una sola amica, Jordyn, che era con me da tanto tempo che non sapevo nemmeno dire da quando. Conosceva tutti i miei segreti e le mie paure e non mi giudicava mai. Era mia sorella: non di sangue, ma di legame, senza dubbio.

Aaron parcheggiò la macchina e io individuai il suo gruppo di amici vicino all’ingresso principale.

Per via di quello che era Aaron, la gente gli si radunava intorno come falene attratte dalla fiamma. Tutti i ragazzi “popolari” stavano con lui e pendevano dalle sue labbra.

Lo sapevo che mio fratello era fantastico, ma a volte mi chiedevo se gli volessero davvero bene o se gli girassero attorno soltanto perché sapevano che sarebbe diventato il loro alpha. In ogni caso, scendemmo entrambi e prendemmo gli zaini dal sedile posteriore.

Come faceva da sempre, Aaron si voltò a guardarmi e mi chiese: «Tutto bene, sorellina?»

Gli feci un piccolo cenno con la testa, che lui ricambiò con un sorriso. Poi si girò verso l’ingresso e andò dai suoi amici. Quando arrivò ai gradini, il suo migliore amico e futuro Beta, Alexi, gli si fece incontro per salutarlo.

Alexi era un dio tra gli uomini, se posso dirlo io. Era alto quanto Aaron, un metro e ottantotto, con un fisico muscoloso, una pelle abbronzata splendida, occhi grigi impossibili e capelli biondo scuro che parevano seta e mi facevano venire voglia di passarci le dita in mezzo.

Solo che, a differenza di Aaron, Alexi era un donnaiolo.

Cambiava ragazza come si cambiano i calzini, sempre con una diversa, e non aveva mai rivolto lo sguardo verso di me nemmeno una volta. Mi chiesi se mi evitasse per rispetto di mio fratello o se, semplicemente, per lui fossi troppo insignificante. In ogni caso, avrei voluto che fosse mio.

Non so per quanto tempo fossi rimasta lì impalata a fissarlo, ma Jordyn mi raggiunse e mi strappò ai miei pensieri.

«Smettila di sbavare, prima che scivoli nella pozzanghera» disse ridacchiando.

«Oh, piantala» risposi, poi le afferrai il braccio e la trascinai verso la mensa.

«Ho bisogno. Di cibo. Subito.» lo dichiarai in modo teatrale, facendole roteare gli occhi.

Come se lo sapesse già, mi chiese: «Hai dormito e ti sei persa la colazione di nuovo, eh?»

«Mi conosci fin troppo bene, vero, amore mio? Dai, dobbiamo fare in fretta, così prendo uno spuntino e ti racconto com’è iniziata la mia mattinata.»

A quelle parole, le si inarcarono le sopracciglia.

«Non sono nemmeno le otto; a parte sbavare dietro ad Alexi, che cosa sarebbe già successo stamattina?»

Ignorai la sua battuta e le raccontai della rivelazione di mia madre sulla mia festa di compleanno di sabato.

«E, come se non bastasse, mio padre sta invitando alla festa anche quattro alpha dei branchi vicini. Aaron non vede l’ora di conoscere finalmente la sua compagna, ma io non so che cosa pensare. E se la mia compagna mi trovasse non abbastanza? Se fosse un alpha, vorrebbe che diventassi la Luna del suo branco? E se non mi volesse e mi rifiutasse? E se…»

Prima che potessi finire, Jordyn mi pizzicò il naso e mi zittì.

«Ehi, calma e respira; tutti questi “e se” finiranno per far impazzire te e pure me. Rilassati. Non c’è alcuna garanzia che incontrerai la tua compagna sabato, ma quando succederà ti amerà e ti tratterà come la dea che sei. E se non lo farà, dovrà vedersela con me, e non gli conviene» disse, facendomi l’occhiolino.

Essendo una delle guerriere più forti del branco Opal Moon, Jordyn era una forza con cui non si scherzava, e lo sapevamo tutti.

«No, decisamente non gli conviene» dissi con un sorriso.

Un po’ più calma, arrivai finalmente in mensa e mi precipitai ai distributori. Avrei preferito davvero pancetta e uova, ma quel pacchetto di mini muffin ai mirtilli e una bottiglia di succo d’arancia avrebbero dovuto bastare. Poi Jordyn e io tornammo nel corridoio principale e ci salutammo, separandoci per andare nelle nostre classi di prima ora.

Mentre prendevo posto nella classe della signora Mitchell, mi avventai sulla colazione. Ero così presa da quella bontà ai mirtilli che non mi accorsi nemmeno che Alexi si era seduto accanto a me finché non lasciò sfuggire una risatina.

«Fame?»

Mi strozzai all’istante con un pezzo di muffin e dovetti mandar giù in fretta un po’ di succo prima di riuscire a schiarirmi la gola e rispondere.

«Oh, ehi, Alexi. Scusa, mia madre e la tua BFF mi hanno fatto saltare la colazione stamattina, quindi ho un po’ fame.»

Sentii la faccia scaldarsi mentre mi voltavo e vedevo quel piccolo sorriso tirargli agli angoli delle sue labbra deliziose. Ah, se solo avessi potuto leccarle. Avrei potuto fare ogni genere di cose sporche.

Mi riscossi dalla mia fantasia da ragazza sporcacciona quando Victoria, la cotta della settimana di Alexi, passò lì accanto e mi urtò apposta. Il suo profumo nauseante, dolciastro, quasi mi fece venire i conati e, quando aprì bocca, sembrò il lamento di una banshee morente.

«Tesoooro, perché sei seduto qui dietro con questa nullità invece che davanti con me?»

Per sottolinearlo, incrociò le braccia sotto un reggiseno imbottito male, sollevando la sua finta scollatura, e fece ad Alexi il suo miglior broncio. Io roteai gli occhi e cominciai a voltarmi verso la cattedra, ma prima lanciai di nascosto un’occhiata ad Alexi. La guardò, e vidi un lampo di esasperazione attraversargli il viso prima che lo nascondesse dietro uno dei suoi sorrisi da far impazzire.

«Arrivo subito, Valerie; dovevo solo parlare un attimo con Alaia.»

Le cadde la faccia quando capì che Alexi l’aveva chiamata «Valerie» invece di «Victoria», ma prima che potesse rinfacciarglielo Alexi la fece girare su se stessa e le diede una piccola spinta verso i banchi davanti.

Mi scappò una risatina prima ancora che riuscissi a trattenermi, e Victoria la sentì. Mi fulminò sopra la spalla e mi regalò il suo ghigno migliore. Ah, se gli sguardi potessero uccidere.

Alexi attirò di nuovo la mia attenzione dicendo: «Ho sentito della festa che Luna sta organizzando. In bocca al lupo per trovare il tuo compagno. Spero che sia tutto ciò che meriti.»

E poi si alzò, scivolando di nuovo verso Victoria senza nemmeno un’occhiata all’indietro.

Fissai lo spazio che aveva appena lasciato e cercai di capire che cosa fosse appena successo. In bocca al lupo per trovare il tuo compagno. Come se mi stesse mandando via. Come se stesse chiudendo una porta che aveva appena socchiuso. Rigirai quelle parole, cercando una cucitura, un calore nascosto sotto la cortesia, e non trovai nulla.

Era solo gentile. Tutto qui.

Avevo visto Alexi Kostov essere gentile con le ragazze per tre anni. Gentile, per lui, era una mano sulla parte bassa della schiena e un sorriso che ti faceva dimenticare il tuo stesso nome. Gentile era facile, automatico, e non gli costava nulla.

Quella non era gentilezza. Era qualcos’altro. Qualcosa di misurato.

Alzai lo sguardo prima ancora di riuscire a fermarmi. Era tornato da Victoria, che gli avvolse subito le braccia attorno al collo e gli premette la bocca sulla sua come se stesse piantando una bandiera. Lui glielo lasciò fare. Ovviamente glielo lasciò fare. Era Alexi.

Distolsi lo sguardo.

«Era solo gentile», mi ripetei. «Ha scelto lei. Sceglie sempre una come lei.»

E tra quattro giorni avrei compiuto diciott’anni, e la Dea della Luna mi avrebbe consegnato l’unica persona al mondo fatta apposta per me, e io ero lì, alla prima ora, a struggermi per un ragazzo che di rado aveva più di due parole da dirmi.

Raccolsi le mie cose quando suonò la campanella e pensai a quello che aveva detto Jordyn: Ti amerà e ti tratterà come la dea che sei.

Strinsi le labbra e sperai che avesse ragione.

Perché, finora, il mio curriculum con la speranza non prometteva affatto bene.

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