Capitolo 6 CAPITOLO SEI | RESPINTO

Il punto di vista di Alexi

«Figlio di puttana!» urlai, zigzagando nel traffico.

Ero stato al centro commerciale tutto il giorno a cercare l’outfit perfetto per la festa di Aaron e Alaia; da bravo me stesso, avevo deciso di ridurmi all’ultimo minuto e adesso stavo cercando di precipitarmi di nuovo alla casa del branco per prepararmi. Premetti un pulsante sul cruscotto e sentii il telefono iniziare a squillare. Al terzo squillo, Aaron rispose.

«Lex, dove diavolo sei, amico? Ti chiamo da tutto il giorno, e la festa inizia tra un’ora!»

«Sì, scusa, amico. Sono stato al centro commerciale a prendere la mia roba per stasera.»

«Lex, non ci crederai, ma l’ho trovata. È stata sotto il mio naso per tutto questo tempo!» disse Aaron.

Lo stavo chiamando per parlargli della tipa che per poco non mi scopavo nell’area ristorazione, ma era così su di giri che me ne dimenticai all’istante.

«Di che stai parlando, fratello?»

«La mia compagna! Ho trovato la mia compagna, ed è perfetta. È intelligente e bellissima, ed è una vera dura. Un giorno sarà la Luna perfetta per il branco...»

La mente cominciò a vagare, mentre pensavo alla mia compagna. Io non ne volevo una. Non è che non volessi provare un amore del genere; era più che non credevo di esserne degno.

Ero finito a letto con quasi ogni ragazza che mi fosse capitata a tiro, e ne andavo fiero. Non sarebbe stato giusto se la mia compagna fosse stata una brava ragazza che si era conservata per me e soltanto per me. Lei meritava uno come Aaron, un ragazzo perfetto, cosa che io non ero.

Quando il mese scorso avevo compiuto diciott’anni, avevo creduto di cominciare a sentire il richiamo del compagno per Alaia, e quella cosa mi aveva mandato completamente in tilt. Non fraintendermi: era la ragazza più bella che avessi mai visto, e non avrei desiderato altro che piegarla su una scrivania e affondare dentro di lei fino in fondo.

Ma non potevo.

Non la meritavo e, per rispetto di suo fratello, non mi sarei mai avvicinato a lei. Meritava qualcuno di speciale, come lei.

Tornai in me quando sentii Aaron gridare: «È Jordyn!»

«Beh, merda,» dissi, «direi che ci stanno le congratulazioni. Visto che hai aspettato diciott’anni per una tipa che era lì per tutto questo tempo, so che l’hai già marchiata.»

«Macché, mamma ci sta costringendo a tenercelo nei pantaloni fino a dopo la festa. Poi si comincia!» disse.

Sorrisi.

«Ancora congratulazioni, Aaron. Sono felice per te, amico. Senti, mi mancano una decina di minuti per arrivare alla casa del branco. Vengo a cercarti appena mi sistemo, va bene?»

«Sì, amico,» disse, «però fai in fretta.»

Detto questo, riattaccammo.

Più mi avvicinavo alla casa, più sentivo il mio lupo Max agitarsi, sempre di più.

«Che diavolo, amico, che succede?» gli chiesi, ma non rispose.

«Come vuoi», pensai mentre arrivavo alla casa del branco e scendevo dall’auto.

Presi la mia roba dal sedile posteriore ed entrai. Era ancora un bel caos, ma vidi che la Luna teneva tutto sotto controllo. Sapevo per certo che, quando l’orologio avesse segnato le sei in punto, sarebbe stato tutto perfetto.

Mi feci strada tra alcuni omega che reggevano composizioni di fiori, quando mi investì il profumo più dolce che avessi mai sentito. Era come miele caldo in una gelida giornata d’inverno. Un odore così zuccherino che mi pareva quasi di sentirlo sulla lingua.

Max cominciò a ululare forte, mentre costringevo i piedi ad avanzare per scoprire da dove venisse quel profumo.

Quando fui più vicino alle scale, vidi Alaia, da mozzare il fiato in un vestito aderente color ottanio. Rimasi spiazzato da quanto fosse bella e, nel momento in cui i nostri sguardi si incastrarono, mi sentii dire: «Compagna».

La parola mi uscì di bocca prima ancora che decidessi di parlare. Come se Max avesse afferrato il volante per mezzo secondo e avesse schiacciato a tavoletta.

Ecco. Merda.

Rimasi lì, a fissarla—Alaia—in un vestito che faceva evaporare ogni pensiero sensato, e sentii il legame scattare al suo posto, come una chiave che gira in una serratura che non sapevo nemmeno esistesse. Caldo. Inequivocabile. Suo.

Scossi la testa. Forte.

No.

Mi guardava nel modo in cui avevo sempre finto di non accorgermi che mi guardava: quegli occhi dorati spalancati, senza difese, senza trattenere nulla. Come se le avessi appena messo in mano qualcosa che aspettava, senza sapere di aspettarlo. Mi fece male, fisicamente, vederla così.

«Merita qualcuno come Aaron», mi dissi. «Merita qualcuno che non abbia già bruciato mezzo branco. Qualcuno di pulito. Qualcuno di intero.»

Qualcuno che non sei tu.

Max ringhiava contro di me, in preda al panico, artigliando ogni pensiero razionale che cercavo di mettere insieme. Ma questa decisione l’avevo presa ben prima di oggi. L’avevo presa il mese in cui avevo compiuto diciott’anni, quando avevo sentito il primo richiamo verso di lei e me n’ero andato, ero scappato, nella direzione opposta. Non l’avrei rimangiata solo perché era a meno di un metro da me, e mi guardava come se avessi appeso la luna in cielo.

«Verresti un attimo in camera mia?»

Non aspettai la sua risposta. Le passai accanto e salii le scale prima di poter cambiare idea, prima di concedermi di sentirne davvero l’odore, prima che Max prendesse il controllo del tutto.

Lei mi seguì. Certo che mi seguì; si fidava di me. Si era sempre fidata di me, inspiegabilmente. Era questo, di Alaia, a rendere tutto ancora peggiore.

Dissi le parole. Formali, definitive, senza spazio per trattative. «Io, Alexi Kostov, futuro Beta del branco Opal Moon, ti rifiuto, Alaia Miller, come mia compagna e partner.»

E lei cadde.

Non in modo drammatico: non si accasciò, non singhiozzò. Semplicemente crollò, come se le avessero tolto da sotto qualcosa di essenziale, e si sedette sul pavimento della mia stanza guardandomi con quegli occhi, chiedendo, a voce bassissima: «Ma perché?»

Le diedi la risposta che avevo provato. Quella vera, anche se non tutta. «Non posso legarmi a una sola ragazza. Sto bene così come sono.»

Si alzò in piedi.

Quella era la parte che non avevo previsto. Mi ero preparato alle lacrime, alle discussioni, a quella specie di scenata che rende più facile restare convinti. Invece si tirò su dal mio pavimento con la dignità che le era rimasta, mi guardò dritto negli occhi e pronunciò le parole che recisero ogni cosa.

«Io, Alaia Miller, figlia dell’Alpha Miller dell’Opal Moon Pack, accetto il tuo rifiuto.»

Il legame si spezzò. Il calore svanì così all’improvviso che parve di sprofondare nell’acqua gelida, e caddi in ginocchio prima ancora di riuscire a prepararmi: un dolore pieno, da livello Alpha, il che voleva dire che lei era la mia vera compagna, il che voleva dire che sapevo benissimo che cosa stavo gettando via e l’avevo fatto lo stesso.

Sentii i suoi passi attraversare la stanza. Regolari. Senza fretta. Il mento alto.

Non pianse nemmeno una volta.

Rimasi sul pavimento della mia stanza a lungo, dopo che la porta scattò chiudendosi alle sue spalle. Max era diventato silenzioso, del tutto, di un silenzio terrificante, come non l’avevo mai sentito prima. Non era rabbia. Era solo… sparito da qualche parte dove non riuscivo a raggiungerlo.

«Non doveva farlo», pensò una parte piccola, devastata di me. «Doveva lottare.»

Non aveva lottato. L’aveva accettato con più grazia di quanta ne meritassi e se n’era andata, e io avevo ottenuto esattamente ciò che avevo detto di volere.

Mi premetti i palmi sugli occhi e restai così per un tempo infinito.


Il punto di vista di Alaia

Riuscii a fare esattamente sei passi lungo il corridoio prima che le gambe cominciassero a tremarmi.

Li contai. Sei. Non so perché li contai — qualcosa su cui concentrarmi che non fosse il suono di quelle parole formali che mi rimbombavano ancora nelle orecchie, il modo in cui aveva detto il mio nome per intero come se stesse leggendo da un documento, come se fossi una pratica da archiviare e chiudere.

Io, Alexi Kostov, futuro Beta dell’Opal Moon Pack, ti rifiuto, Alaia Miller, come mia compagna e partner.

Continuai a camminare. Mento alto. Schiena dritta. La figlia di un Alpha non si disfa in un corridoio dove chiunque potrebbe vederla.

Amethyst ululava nella mia testa, e capii che anche lei, stanotte, aveva perso il suo compagno.

Mi dispiace tanto, Amethyst.

Era troppo scorticata per rispondermi. Continuò soltanto a ululare, basso e spezzato, il suono di qualcosa a cui era stato promesso qualcosa e poi le era stato portato via.

Raggiunsi la mia stanza. Chiusi la porta e la serrai a chiave alle mie spalle. Ci appoggiai la schiena.

Poi il pavimento venne su a prendermi, e io lo lasciai fare.

Non appena la schiena urtò la porta e scivolai giù fino alla moquette, si aprirono le dighe — tutto ciò che avevo trattenuto per quei sei passi e per i trenta secondi nella sua stanza prima di essi, tutto, in una volta sola. Non avevo mai provato un dolore così. Non durante l’addestramento, non mai. Dicono che il rifiuto sia quasi terribile quanto perdere il proprio compagno per la morte. Adesso ci credevo. Lo capivo nelle ossa.

Non mi accorsi nemmeno di quando mi rannicchiai su un fianco. Mi ritrovai e basta così, con le ginocchia tirate al petto, la guancia contro la moquette, a respirare come potevo e come soltanto potevo.

Inspirare. Espirare. Inspirare. Espirare.

Non sapevo quanto tempo fosse passato quando sentii bussare.

Aaron.

«Alaia, so che sei lì dentro, quindi apri la porta, per favore», sentii dire ad Aaron.

Lo sentivo, ma non riuscivo a muovermi, e non riuscivo a parlare. Tutto quello che potevo fare era concentrarmi sul respiro.

Inspirare, espirare. Inspirare, espirare.

Aaron, intuendo che c’era qualcosa di terribilmente sbagliato, tirò fuori la chiave che gli avevo dato solo per le emergenze e aprì la porta. Poiché il mio corpicino era proprio davanti alla porta, fece una pressione delicata e mi fece scivolare un poco sul pavimento, quel tanto che bastava per ricavarsi lo spazio per infilarsi dentro.

Appena la sua testa comparve oltre lo spiraglio e mi vide, si chinò subito per guardarmi più da vicino.

«Alaia, che cosa è successo? Perché sei lì distesa sul pavimento?»

La sua voce era intrisa di preoccupazione, e vederlo così fece male al mio cuore già in frantumi. Io alzai soltanto lo sguardo nei suoi occhi, mentre altre lacrime mi colavano dalle guance.

A quella vista, Aaron mi raccolse tra le braccia e mi portò verso il letto.

«Mi ha rifiutata», dissi, poco più che un sussurro.

Sentii il corpo di Aaron irrigidirsi e vidi i suoi occhi farsi neri.

«Chi ti ha rifiutata?» ringhiò.

Non riuscivo nemmeno a costringermi a dire il suo nome; era come avere del vetro che mi si conficcava in gola. Scossi la testa con furia, mentre altre lacrime ricominciavano a traboccare.

Aaron capì che non doveva insistere e si limitò a sospirare. Mi adagiò piano nel letto, poi mi tirò le coperte fin sopra. Quindi si sdraiò dietro di me e mi strinse al petto, mentre io piangevo.

Non so per quanto tempo abbia pianto, ma quando aprii gli occhi era mattina e avevo il peggior mal di testa di sempre. Abbassai lo sguardo e vidi che indossavo ancora il vestito della sera prima e mi piombò addosso tutto, di colpo.

Ero stata rifiutata.

Il mio compagno mi aveva rifiutata.

Mi tirai la coperta sopra la testa e desiderai con tutte le forze che il mondo mi inghiottisse intera.

Per ora, essere adulti faceva proprio schifo.

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