Capitolo 2 2

Lea si trova proprio all'imbocco del viottolo di casa sua e mi aspetta, tutta infagottata nel mantello, col naso arrossato dal freddo. Sorride e, anche se non vorrebbe, è un sorriso triste. I capelli arancioni le incorniciano il viso.

«Elara!» Fa qualche passo di corsa verso di me. «Pensavo non venissi più!»

«Scusa, ho fatto un po' tardi.» La prendo a braccetto e ci incamminiamo per le strade sporche del villaggio. «Come vanno le cose a casa?»

«Come al solito. La mamma aspetta ancora le lettere di Aurora ogni settimana, ma ormai sono passate due settimane dall'ultima.»

«Le strade sono in pessime condizioni, ultimamente la posta arriva di rado» cerco di rassicurarla.

Aurora è la sorella maggiore di Lea. Un anno fa ha partecipato all'Asta di Sangue ed è stata comprata. Non tutti hanno la fortuna di avere padroni che permettono loro di restare in contatto con la famiglia. La maggior parte viene strappata per sempre ai propri cari e considerata morta per il resto del mondo. Aurora è fortunata: è stata comprata da qualcuno a cui non importa altro che farsi uno spuntino di mezzanotte.

L'assenza di lettere potrebbe essere solo una coincidenza o, nella peggiore delle ipotesi...

«La mamma finirà per ammalarsi se continua così, e papà sta lavorando troppo. Credo che comincino a temere il peggio, e io... io non so come sentirmi.»

«Sono sicura che ha solo fatto un po' di ritardo, non perdere la speranza.» Le accarezzo la mano, dandole dei leggeri colpetti. «Come procedono le tue ultime letture?»

Cerco di distrarla parlandole di quegli enormi libri che raccontano il mondo di prima. Lea è una ragazza curiosa; da quando ha imparato a leggere adora setacciare le bancarelle del mercato in cerca di volumi che spieghino com'era la vita un tempo. È un lato di lei che adoro: mi piace sedermi in riva al lago e ascoltarla parlare a ruota libera per ore di come i ragazzi della nostra età erano soliti relazionarsi, o della moda, così mutevole, fugace e molto più comoda di quella di oggi.

Arriviamo al lago sempre a braccetto, e finisco per perdermi con lo sguardo fisso sull'acqua. Lea è fortunata. Il sacrificio di sua sorella ha fatto sì che il Patto di Sangue della sua famiglia venisse sigillato.

Una volta sigillato, si ritiene che la famiglia abbia già pagato un prezzo sufficiente. I genitori cedono il primogenito e, in cambio, ottengono la certezza di non perdere altri figli, oltre a un piccolo sacchetto di monete per sfamarsi per un anno. Una misera elemosina in cambio della perdita definitiva di un figlio.

«Mi stai ascoltando?»

Sbatto le palpebre, riscuotendomi dai miei pensieri.

«Scusa.» Sorrido, imbarazzata. «Che stavi dicendo?»

«Non preoccuparti.» Di nuovo quel sorriso triste. «Immagino tu abbia un bel po' di pensieri per la testa. Dicevo che ieri, mentre passeggiavo con mia madre, Charlie, il figlio del fornaio, si è fermato a chiacchierare con noi per un po'. Non smetteva di guardarmi, forse...»

«Forse...?» Le guance le si tingono di rosa. «Ti piace Charlie?»

Cerca di ignorarmi, guardando ovunque tranne che nella mia direzione. Io però non demordo e comincio a punzecchiarle i fianchi, costringendola a guardarmi tra una risata e l'altra.

«Non dire sciocchezze, Charlie è troppo...»

«Troppo cosa?»

«Troppo corretto.»

«Non ti piacciono i ragazzi corretti?» Alzo un sopracciglio. «Ma se sei la persona più corretta che io conosca.»

Sgancia il braccio dal mio e inizia a camminare all'indietro, girando lentamente su se stessa mentre parla.

«Sì, ed è proprio per questo che voglio qualcuno di ribelle, di avventuroso, qualcuno che mi faccia sentire viva. Non voglio la solita storia tradizionale... voglio qualcuno che mi spinga a fare cose nuove.»

«Vuoi far venire un infarto ai tuoi genitori,» dico.

Ride di nuovo, facendo una piroetta su se stessa mentre percorriamo il resto del sentiero. Arriviamo alla fine, il segnale che è ora di voltarsi e tornare al riparo delle nostre case. Per stasera ho un'idea diversa. Ritorniamo sui nostri passi e, una volta arrivate in fondo, mi fermo davanti a Lea e la guardo dritta negli occhi.

«Stasera torno a casa da sola,» annuncio. «Ho bisogno di un po' di tempo per me.»

«Elara, non è una buona idea. Si sta facendo buio, non puoi tornare da sola...»

«Lea, ti prego...» dico in tono supplichevole. «Non mi resta molto tempo, presto non potrò più fare queste passeggiate, non avrò più tempo per me. Nemmeno per pensare.»

Il fruscio dell'orlo del suo vestito risuona sulla ghiaia mentre si avvicina e mi stringe in un forte abbraccio. Mi lascio consolare, inspirando il dolce profumo di violetta dei suoi capelli. Sento le sue spalle tremare, e capisco che sta piangendo. Cerco di non permettere alle lacrime di annebbiarmi gli occhi. Siamo amiche da una vita, e una di noi deve dire addio all'altra per sempre, anche se lei è all'oscuro delle mie intenzioni definitive. Non riceverà le mie lettere, perché sono così terrorizzata dal mio destino che ho intenzione di fuggire come una codarda.

«Su, su...» Le accarezzo la schiena per calmarla. «Andrà tutto bene, ti scriverò e ti racconterò com'è la mia nuova casa. Sarà come se fossi ancora qui.»

Questa bugia ha il sapore della cenere.

Si scosta da me, incapace di trattenere un singhiozzo. Le asciugo con i pollici le lacrime che le rigano le guance e le rivolgo un piccolo sorriso.

«Ti scriverò tantissime lettere,» promette. «Così tante che ti stancherai di me.»

«È impossibile.»

«Ti racconterò tutto ciò che scopro nei miei libri, ti parlerò di Charlie e di chiunque altro si faccia vedere durante le nostre passeggiate...»

«Voglio i dettagli del matrimonio con Charlie,» la stuzzico. «Sei di nuovo arrossita!»

«Sei un'idiota!»

Mi abbraccia di nuovo e conclude i saluti con un cenno della mano e un'esclamazione.

«A domani!»

Mentre si incammina lungo il sentiero, si volta più volte a guardarmi, e io resto immobile finché le sue onde arancioni non scompaiono alla vista.

Libero l'aria che trattenevo nel petto e crollo a terra, dove la vegetazione è brulla e secca. Non mi preoccupo nemmeno di raccogliere le gonne: non ha più alcuna importanza quanto si sporcherà il vestito.

Il cielo si tinge lentamente di blu scuro e gli unici suoni a farmi compagnia sono la brezza, lo sciabordio dell'acqua e lo stormire delle fronde agitate dal vento. Il lago si trova a un'estremità del villaggio, nella zona più disabitata. La prima casa abitata dista probabilmente centinaia di metri. Non è appropriato per delle giovani donne venire fin qui, e tantomeno restare da sole in un luogo così remoto e isolato. I miei genitori non approverebbero affatto.

Mi sfilo le scarpe a punta tonda con un calcio, e poi le calze. Sento la terra sotto i piedi mentre mi avvio verso la riva.

Quando l'acqua mi sfiora le dita, un brivido mi attraversa e mi intorpidisce tutto il corpo. Faccio un altro passo, e poi un altro ancora.

Il mio corpo non si abitua al freddo: l'acqua gelida di dicembre è come centinaia di aghi che mi si conficcano nella carne. Per quanto sia doloroso, non mi fermerò. Ho un obiettivo e non intendo rinunciarvi.

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