Capitolo 5 5

Ciò che non sanno è che il loro arrivo ha acceso, in molti, un bisogno più profondo di credere, di aggrapparsi a un essere misericordioso che vegli su di noi.

Le porte della chiesa sono spalancate e dall'interno si riversa un'intensa luce arancione.

Ci fermiamo e ci guardiamo, consapevoli che non possono seguirmi oltre.

Ancora una volta, la mamma scoppia a piangere e mi si getta tra le braccia.

«Pregherò ogni notte affinché tu sia al sicuro, in salute e forte.»

«Mamma...»

«Cara, non spaventare ulteriormente nostra figlia» interviene papà, stringendo le braccia attorno alla mamma mentre lei cerca rifugio contro il suo petto. «Lei è forte e farà il suo dovere. Riuscirà a scriverci e a darci notizie rassicuranti, non è vero?»

Annuisco.

«Sorella, fagli vedere di che pasta sono fatti i Voss.»

«Ci puoi contare.» Sorrido.

«Non incoraggiare tua sorella a commettere imprudenze» lo rimprovera la mamma. «Figlia mia, devi essere sottomessa... anche se promettono di non farti del male oltre un certo limite... be', lo sai che la loro parola non vale molto. Potrebbero comunque ferirti.»

«Lo so, mamma» rispondo, anche se sono più che disposta a commettere imprudenze. «Farò la brava.»

«Brava la mia bambina.»

Mi inginocchio, consapevole che le gonne si stanno sporcando di terra.

Bacio Angela sulla sommità del capo e le sussurro una sciocchezza all'orecchio per farla ridere, poi abbraccio Tucker e infine stringo le braccia attorno ai miei genitori, tenendoli forte.

«Starò bene, ve lo prometto.»

«Ti vogliamo tanto bene, figlia mia.»

Do a entrambi un bacio sonoro sulla guancia e, sollevando le gonne, mi avvio verso l'ingresso della vecchia chiesa.

Non mi volto indietro: i loro volti tristi mi spezzerebbero il cuore.

Affretto il passo e varco la soglia.

Il freddo all'interno mi mozza il fiato per un istante.

Pur trovandomi in una chiesa, ben poco resta del suo arredo originario.

Non somiglia affatto alle immagini dei libri.

Tutto ciò che poteva avere un significato religioso è sparito.

Al posto del fonte battesimale si innalza una piramide di calici colmi di un liquido cremisi; le pareti non ospitano santi, ma solo ritratti di volti pallidi.

I Puri, l'élite dei vampiri, la massima autorità.

Le panche sono state sostituite da poltrone lussuose, l'altare ora non è che un tavolo qualsiasi, e le poche croci rimaste al loro posto sono state capovolte in segno di scherno.

Una donna dal viso ovale, fasciata in un abito di velluto rosso, mi si avvicina non appena mi vede entrare.

«Il tuo Patto di Sangue, prego.»

Frugo nel piccolo sacchetto che mi pende dal polso ed estraggo il libretto con tutti i miei dati.

La donna lo apre e lo legge con un'evidente espressione annoiata.

Mi osserva per un istante da sotto le ciglia, squadrandomi.

«Seguimi.»

Si incammina lungo la navata e, prima di raggiungere quello che un tempo era l'altare, deviamo verso una porticina.

Comincio a sentire il battito del mio cuore.

Il freddo è ancora pungente, e mi domando come faccia lei a non mostrare alcun segno di disagio.

È umana: il rossore sulle guance e l'assenza di pallore lo confermano.

Sbocchiamo in una stanza debolmente illuminata dalle candele, dove altri volti si voltano a fissarmi.

Ci sono diversi ragazzi e ragazze, tutti con gli occhi sgranati dalla paura.

«Togliti il vestito e indossa quello» ordina la donna, indicando un drappo rosso.

Mi guardo attorno, in cerca di un paravento dietro cui cambiarmi.

«Non c'è...»

«Pudore e timidezza sono lussi che d'ora in poi non potrai più permetterti,» mi interrompe. «Cambiati in fretta, stanno per arrivare.»

Prendo la veste di seta rossa e, lanciando una rapida occhiata ai miei compagni, noto che fa ben poco per celare la nostra nudità.

Gli uomini sono a torso nudo e indossano uno strano indumento dalla vita in giù.

Arrossisco e distolgo subito lo sguardo.

Nessuno osa incrociare lo sguardo altrui, attanagliato dalla vergogna.

Cerco di sciogliere i lacci del corsetto.

«Un'ultima domanda,» dice la donna vestita di rosso prima di sparire lungo il corridoio. «La tua virtù è intatta?»

Sbatto le palpebre.

«Cosa c'entra la mia virtù con tutto questo?»

«Apprezzano il sapore del sangue vergine,» risponde con tono altezzoso. «La tua virtù farà salire il tuo prezzo.»

«Maledetti porci...» mormoro.

«La risposta è semplice: sì o no.»

Inarca un sopracciglio, impaziente. Raddrizzo le spalle e sollevo il mento.

«Sì, la mia virtù è intatta.»

Annuisce, come se la risposta la compiacesse, e scompare.

Mi sono bastati pochi minuti per inquadrarla come una persona detestabile.

Con fatica, porto le mani dietro la schiena e cerco di slacciare l'abito. È un'impresa ardua, ma ovviamente nessuno si offre di aiutarmi. Quando riesco ad allentare il corsetto, mi concedo un respiro profondo e lo lascio cadere a terra. Mi sfilo il vestito, restando solo con una sottile sottoveste.

Mi stringo le braccia al petto prima di togliermi anche quella, rimanendo completamente nuda. Fisso la parete, ricacciando indietro la vergogna, e senza permettermi di abbassare lo sguardo mi infilo la veste di seta rossa dalla testa; la stoffa ricade morbidamente, aderendo al mio corpo.

Una porta si apre sul lato opposto, rivelando una donna vestita interamente di nero. Ha il volto coperto da una veletta di pizzo, come se dovesse celare la propria identità per non farsi riconoscere da nessuno di noi ed evitare ritorsioni.

«Uscirete uno alla volta,» ci informa. «Voi non potrete vederli, ma loro vedranno voi. Restate fermi e in silenzio dall'altra parte del vetro. Finirà prima che ve ne rendiate conto.»

La sua voce suona molto matura.

Pronuncia un nome e, con la coda dell'occhio, vedo farsi avanti una ragazza minuta, quasi minuscola, che a giudicare da come incurva le spalle deve essere terrorizzata.

Oltrepassa la porta, che si richiude di scatto alle sue spalle.

La donna resta nella stanza con noi e, anche se non posso vederle gli occhi, sento il peso del suo sguardo scrutatore su tutti noi.

Passano forse dieci minuti, poi qualcuno bussa alla porta per chiamare il prossimo.

A poco a poco la stanza si svuota, e l'aria si fa sempre più pesante e opprimente.

«Per alcuni di voi, oggi sarà un giorno speciale,» dice all'improvviso la donna. «Ne sono certa.»

Forse questa donna è solo una vecchia che ha iniziato a perdere il senno. Un giorno speciale? Essere comprati come pezzi di carne?

Cosa ci può essere di speciale nel sapere che passerai il resto della tua vita a farti affondare le loro zanne nel collo?

«Ne dubito seriamente, signora,» ribatto, incapace di trattenermi.

Sento i suoi occhi posarsi su di me, mentre chi è rimasto nella stanza mi fissa incredulo.

«Non azzardarti a contraddirmi, signorina.»

«Cosa c'è di speciale nell'essere comprati?»

La donna decide che non valgo il suo tempo, né la fatica di sprecare altra saliva. La porta si apre di nuovo, e a quel punto lei si volta verso di me.

È il mio turno.

Mettere un piede davanti all'altro è un'impresa, eppure ci riesco.

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