Capitolo 2

«Ops,» dice Olivia, con un sorriso finto incollato alle labbra, mentre si sistema la giacchetta piena di fronzoli, con talmente tante piume sul colletto che non posso fare a meno di chiedermi come faccia a respirare lì dentro. Mamma un tempo la sopportava, avevano gusti simili. Scaccio quel ricordo: io e Liv abbiamo chiuso. «Scusa. Non ti avevo vista.»

Da dietro di lei arriva una risatina. Inclino la testa di lato e vedo le ragazze. Le sue amiche, i suoi scagnozzi, chiamale come vuoi: sono loro. In quattro. Charlotte. Riley. Chloe e Zoey, le uniche gemelle della nostra scuola. Seguono Liv come se ne andasse della loro vita. Non sono i soliti scagnozzi: loro al loro capo ci tengono davvero. Mi massaggio le spalle irrigidite e mi giro verso l’armadietto, ricordandomi di ignorarla. Odia essere ignorata più di qualsiasi altra cosa al mondo, ma Maria non prende bene il mio silenzio.

«Certo che non l’hai vista, vecchia talpa cieca.»

Mi soffoco una risata mentre recupero gli appunti e li caccio nello zaino. Queste qui farebbero bene a stare attente: Maria è micidiale con la lingua, io con i pugni. Per quanto non abbia voglia di cominciare il nuovo trimestre con una sospensione o una punizione, non esiterò a piazzare un destro come si deve se la situazione lo richiede. Mi aggiusto la borsa che mi scivola dalla spalla e do un colpetto a Maria, spezzando la sua gara di sguardi con la strega e i suoi scagnozzi.

Lei mi lancia un’occhiata infastidita; io indico il corridoio vuoto. A volte la mia calma la irrita. Ma tra poco suona la campanella, non possiamo permetterci di fare tardi per colpa loro: non valgono il nostro tempo.

Olivia ci sbarra la strada; i suoi scagnozzi si piazzano ai lati formando una barriera per tenerci lì. Mi metto una mano sul fianco e tamburello il piede sulle piastrelle: è troppo presto per queste scemenze. Un sorriso furbo si prende le labbra di Olivia; capisce che mi sto innervosendo, vuole che perda il controllo. Strega. Il suo sguardo guizza tra me e Maria e lascio andare un altro sospiro. Sospirare sembra essere l’unica cosa che faccio da quando sono entrate.

«Madre Teresa,» dice sbattendo le ciglia finte, «oggi non tagli l’erba per noi?» Alzo gli occhi al cielo; potrei iniziare strappandole quelle ciglia una per una. Fa il broncio. «No?» Idiota. Questa battuta ha smesso di fare ridere da una vita. Sì, il mio cognome è Mower, ma la sua è una battuta moscia, e infatti ridono solo i suoi scagnozzi.

Passa un secondo, mi si contrae la mandibola ma resto ferma, e lei inarca un sopracciglio biondo perfetto. Regina del dramma: oggi no. Ho un incontro per cui prepararmi; posso fingere che il mio avversario sia Olivia mentre lo riempio di botte. Con quell’idea in testa, le passo accanto spingendomi oltre, e strillo quando qualcuno mi tira indietro per i capelli. Non sono lunghi o folti come quelli di Maria o di Olivia, ma li curo, e fa un male cane quando qualcuno li strattona senza riguardo; glielo faccio capire con uno schiaffo sporco in piena guancia alla colpevole bionda.

Olivia ansima, Maria si immobilizza, nel corridoio cala il silenzio e io mi do una manata in faccia. Stamattina doveva filare liscia, ma Olivia doveva fare Olivia. Mi si stringe lo stomaco sotto lo sguardo che mi pianta addosso; con quei tacchi a zeppa svetta su chiunque. La mano le sale lenta a toccarsi la guancia che sta diventando rossa in fretta; Maria esce dal suo blocco e si mette al mio fianco come a dire: se provi a fare la furba lo rifacciamo, e stavolta raddoppiamo gli schiaffi. Ma non glielo permetterò. Maria ama far parte delle cheerleader e Olivia è la capitana: lei ha molto da perdere e, be’, io no. Io non faccio sport, a parte educazione fisica.

Una scusa mi resta appesa sulla punta delle labbra, ma la ingoio. Se l’era meritato. Non solo lei: tutte e cinque, ma per oggi terrò le mani a posto. I suoi scagnozzi sono ancora storditi; le acconciature bionde identiche e i vestiti uguali rendono più difficile distinguerle, ma continuano a sbattere le palpebre come se non riuscissero a credere che abbia schiaffeggiato la loro leader. Charlotte mi fulmina mentre mi piego a raccogliere la borsa; io le faccio l’occhiolino. Così imparano a non cercarmi più. Tirando per la manica una Maria ancora sotto shock, mi avvio verso la mia prima lezione della giornata.

«Non posso credere che tu l’abbia fatto», borbotta Maria. Lo shock le tinge la voce; io ridacchio mentre svoltiamo a destra e compare una fila di porte. La sua classe è prima della mia. «Hai schiaffeggiato Olivia. Hai schiaffeggiato la Queen B.»

La mano di Maria trema appena quando dice l’ultima parte; io rispondo con un accento che devo aver preso da un film: «E chi l’ha fatta regina? Non è la mia regina.» Lei sbuffa; ci fermiamo davanti alla sua classe. La porta è chiusa a chiave, quindi per ora non entra. Ci abbracciamo. «Vieni a pranzo?» Sua madre le prepara sempre un pranzo buonissimo e lei non deve mangiare la roba della mensa come il resto di noi. Annuisce. «Ci vediamo.»

Appena Maria sparisce, stringo più forte la presa sulla borsa e mi guardo intorno. Forse avevo tutto il diritto di schiaffeggiare la regina di Broadway Heights, ma se Maria la chiama regina un motivo c’è: cercherà di vendicarsi. Sono fregata. No, non lo sono. Sarò pronta. Devo esserlo: questa combattente non cadrà facilmente.

Mi do una manata sulla fronte con un sospiro; quanto posso mai essere pronta, in una scuola dove tutti pendono dalle sue labbra? Ah, cazzo. Lo so che le cose non vanno mai secondo i piani, ma qui si sta sgretolando tutto fin dall’inizio. Il piano era semplice: essere l’amica migliore che sono sempre stata per Maria, cercare di farle dimenticare la nostra stupida lista di cose da fare e arrivare alla fine dell’anno scolastico senza drammi… e guardami adesso.

Tutto è silenzioso mentre riprendo a camminare; il cuore mi batte così forte che devo fare respiri profondi. Faccio il breve tragitto fino alla mia classe con la mano chiusa a pugno, pronta a colpire se dovesse arrivare un altro attacco. Per fortuna non succede niente: arrivo davanti alla mia classe sana e salva. La voce dell’insegnante di Calcolo si sente anche da fuori; mi preparo al volo una bugia nel caso mi serva e apro la porta.

Mr Sam non mi nota: è così concentrato sull’equazione algebrica alla lavagna che io mi muovo in punta di piedi fino al mio posto. Solo che adesso c’è un problema. Qualcuno è seduto al mio banco. E quel qualcuno è Benjamin.

Benjamin Carter.

Occhi azzurri, capelli neri che gli ricadono casualmente sulla fronte e un fisico da urlo. Il ragazzo più bello della scuola è seduto al mio posto. Nella testa mi sventolo da sola. Mr Sam si schiarisce la gola; io mi costringo a sorridere e scivolo nel posto accanto a Ben. Lui non mi degna di uno sguardo. Ovviamente. Io non sono del suo livello. Lui guarda ragazze come Maria, Olivia e le sue scagnozze, non una ragazza così alta e magra da poter passare tranquillamente per un maschio.

Una volta, ad Halloween, mi sono messa una parrucca corta e tutti erano convinti che fossi Hayden, mio fratello maggiore, bello da morire, ma avevano una domanda. Da quando Hayden era dimagrito così tanto? Bei tempi.

Non dovrei farmi toccare dal fatto che Ben mi stia ignorando, non ho bisogno di attenzioni, e invece sì. Perché? Perché è seduto al mio posto, quello col banco schiacciato contro il muro sotto la finestra. La nostra aula è divisa in file, con uno spazio ragionevole tra un banco e l’altro. Io mi metto sempre lì così ho una distrazione quando la lezione diventa noiosa, e lo diventa per forza. Mr Sam è un bravo insegnante, ma io mi distraggo con niente. Becco Ben che scarabocchia sul quaderno. Che ci fa nella mia classe? Da quando i giocatori seguono i corsi avanzati?

Mr Sam continua a parlare senza sosta; la noia monta e io scatto. «Sei seduto al mio posto», dico tra i denti. Ben a malapena mi lancia un’occhiata. Tira fuori il telefono; la curiosità prende il sopravvento e allungo il collo per intravedere il video sullo schermo, ma lui si gira e non vedo nulla. «Benjamin.»

Lui gira la testa verso di me; lo sguardo gli cade sulla mia mano, che nascondo sotto il banco. Sogghigna. «Ciao.»

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