Capitolo 6
Il primo round dura cinquanta minuti. Il sangue mi martella nelle orecchie, dietro la maschera sto sanguinando e il cuore batte così forte, sopra le urla del pubblico, che faccio fatica a sentire cosa stia dicendo Coach. Si accovaccia davanti a me, mi porta la borraccia alla bocca e io ingoio una sorsata finché lo stomaco non protesta. Mi si contrae il viso quando sollevo l’orlo della canotta e vedo il sangue. Coach mi preme un asciugamano caldo sul fianco; affondo i denti nel labbro per non urlare o mollargli un pugno. Avrebbe dovuto dissuadermi dall’entrare su quel ring, stasera.
«Tutto bene?» chiede Coach con un’espressione preoccupata, e io annuisco. Non va bene neppure un po’. Mi fa male tutto da morire. Mi serve una settimana a mollo in una vasca piena di ghiaccio e chiudermi dentro con secchi di gelato. «Tee.»
«Sto bene.»
In una normale gara di taekwondo avremmo caschi, paratibie e corpetti protettivi. E varrebbero anche le regole: niente calci sotto la cintura; colpi alla testa. Ma qui è tutto diverso. Il brivido dei combattimenti clandestini nasce dalla possibilità del pericolo e la folla ne va pazza. Accidenti, piace anche a me, ma in questo momento il mio corpo è una zona di guerra e non desidero altro che strapparmi questa maschera dalla faccia. Provo a raddrizzarmi e una fitta mi squarcia dentro; quando Coach mi guarda, mi dipingo addosso un sorriso finto.
Coach ci vede attraverso il mio sorriso; mi prende il viso nel palmo. «Se non riesci a fare il prossimo round, dimmelo e basta.»
Io non mollo.
Non dirò quella parola. Gli do un colpetto leggero sul petto e ridacchio. Dio, perfino ridacchiare fa male.
«No, va tutto bene. Sto bene.» Le sue sopracciglia si alzano, incredulo; io annuisco. «Coach, non è niente. Posso reggerlo.»
Solo che non dico che forse non arriverò a un terzo round. Siccome il primo si è chiuso in parità, un altro round si aggiunge automaticamente. Coach mi porge la borraccia; ne prendo un sorso, mi sciacquo la bocca e poi sputo. Lancio uno sguardo verso Ben per vedere se gli ho fatto qualche danno. È rannicchiato nel suo angolo, con gli occhi bassi.
Sarebbe stato più cauto con me se avesse saputo che sono una donna?
Come se fosse un segnale, alza la testa e i nostri sguardi si incontrano. Il taglio sul suo labbro è la prima cosa che noto, l’arco marcato del suo labbro superiore, il rosa pieno delle labbra. Il mio sguardo resta lì troppo a lungo, finché la voce del commentatore non mi riporta alla realtà. La pausa è quasi finita. Mi schiarisco la gola e fletto le mani. Come faccio a pensare di baciare il mio avversario?
È il nemico.
Ben torce il collo finché uno schiocco rimbomba nel ring; mi si forma un nodo in gola quando i suoi occhi tornano sui miei. Vorrei distogliere lo sguardo, ma non ci riesco, non quando mi fissa così intensamente, come se potesse vedere sotto la maschera. Mi tocco la guancia per assicurarmi che sia ancora a posto; un angolo delle sue labbra si solleva lentamente in un ghigno e io alzo gli occhi al cielo.
Coach mi stringe le ginocchia. «Tessa», sussurra, e colgo l’urgenza nel tono. Abbassa la voce come se stesse per confidarmi un segreto, e io chino la testa. «Il suo ginocchio.» Il mio sguardo guizza su Ben: sta parlando con il suo Coach, sembrano in una discussione accesa. «Il ginocchio destro è debole, puntaci. Approfittane.»
Le sue parole sbloccano vecchi ricordi e mi torna in mente che Ben era stato il capitano e il quarterback della squadra di football. Era la stella, finché un placcaggio non gli ha quasi distrutto il ginocchio. Non gioca più, ma frequenta ancora quelli della squadra. Guardo Coach e, senza dare nell’occhio, il ginocchio destro di Ben. Se Coach non me l’avesse detto, non l’avrei mai capito: non cammina mai come uno che abbia un ginocchio malandato.
La voce della commentatrice rimbomba dagli altoparlanti; Coach mi aiuta a rimettermi in piedi, borbottando troppe istruzioni tutte insieme. Capisco il suo nervosismo: ce l’ho anch’io. Le urla non sono più fragorose come all’inizio, ma la tensione nell’aria è più densa, così densa che quasi la sento sulla lingua. Non voglio chiedermi quanti abbiano scommesso sulla mia vittoria, non voglio pensare a quanta gente potrebbe finire sul lastrico se perdessi contro Ben. Faccio un passo in avanti e Coach mi tira indietro; accenna alla sua gamba.
«Il suo ginocchio», bofonchia al mio orecchio e mi dà una pacca sulla schiena. Annuisco e vado verso il centro.
Due ragazze in minuscoli bikini neri sfilano sul ring con un cartello in cui spicca, in grande, il numero due, a indicare il nuovo round. Ne approfitto per studiare Ben mentre mi raggiunge al centro. Nessuno dei due reagisce alla folla: ci analizziamo in silenzio. Mi sovrasta di almeno dieci centimetri e nella mia testa gli ingranaggi accelerano, a caccia di trucchi da sfruttare.
Quando combatti contro qualcuno più alto, devi accorciare le distanze, così ha poca o nessuna possibilità di alzare le gambe, perché i colpi alla testa valgono più punti. Il peso di Ben gli rende più difficile calciare con la stessa velocità, alla stessa altezza e con la stessa frequenza con cui posso farlo io: è il vantaggio di essere magra. Ma quel peso gli dà anche potenza ai pugni, e quelli sono micidiali. Ci penso mentre le ragazze escono dal ring. L’arbitro si piazza tra noi per creare uno spazio, la campana suona per segnare l’inizio del secondo round e la folla cade in un silenzio inquietante.
Ben è il primo ad attaccare; io schivo. Qualcuno tra il pubblico urla il suo nome da combattimento. Il cuore mi martella nel petto come un animale in gabbia; lui colpisce ancora e io gemo quando il pugno mi si schianta sul fianco. Non di nuovo. Coach urla il mio nome: non gli è permesso dare istruzioni una volta iniziato l’incontro, ma so cosa vuole che faccia. Mi metto in posizione, fingo un attacco; Ben abbassa la testa e io gli assesto un calcio a frusta sul ginocchio destro. Barcolla all’indietro; un’ombra scura gli striscia negli occhi mentre frena e io sorrido, sprezzante.
Coach aveva ragione.
