Capitolo 6 Capitolo sei

Kaelani si svegliò lentamente. Aveva il corpo indolenzito, ogni centimetro le doleva per i lividi e i morsi che segnavano i punti in cui lui l'aveva reclamata, ancora e ancora. Per la durata di un fragile battito del cuore, credette che fosse stato solo un sogno. Che forse, voltandosi, si sarebbe ritrovata sola.

Ma lui era lì.

Julian era in piedi davanti alla finestra, alto e intoccabile; le prime luci dell'alba affilavano i lineamenti del suo viso. Jace se ne stava a poca distanza, in silenzio, porgendogli dei vestiti piegati come un'ombra devota.

Le si strinse la gola. Kaelani tirò su il lenzuolo, coprendosi fino al mento, sbirciando appena oltre l'orlo della stoffa. Pregò che non la notassero, sebbene l'aria fosse satura dell'odore di ciò che era successo.

La voce di Julian ruppe il silenzio, piatta e intrisa di veleno.

«Tre giorni... tre fottuti giorni prigioniero dell'intossicazione da calore.» Infilò il braccio in una manica con gesti secchi, furiosi. Il suo sguardo non si posò mai su di lei. «Come è potuto succedere, Jace?»

Jace esitò. Solo un istante. Spostò lo sguardo verso di lei, incrociando i suoi occhi per una frazione di secondo. C'era qualcosa in quello sguardo — un barlume di compassione, forse di vergogna — ma svanì con la stessa rapidità con cui era apparso. Distolse gli occhi, serrando la mascella.

Julian non se ne accorse. O non gliene importò. Si allacciò il polsino con spietata precisione. «Ripulisci tutto, Jace. Nessuno deve venirlo a sapere.»

A Kaelani si chiuse lo stomaco. Ripulisci tutto. Come se lei fosse solo sporcizia sul pavimento, e non una donna il cui corpo doleva ancora a causa sua.

Lui continuò, implacabile, spietato. «Voglio che venga visitata. Come si deve. Solo la Dea sa quante fottute volte l'ho annodata.» Si sistemò il colletto, con tono quasi beffardo. «Posticipa la cerimonia di unione. Assicurati che la mia futura Luna se ne stia buona, visto che ora mi porterò addosso l'odore di quella donna per giorni.»

Julian prese la giacca, infilandosela come un'armatura. Fece scorrere lo sguardo sulla stanza un'ultima volta, evitando deliberatamente il letto. Evitando lei. «Occupatene tu, Jace. Non voglio avere assolutamente alcun legame con questa donna.»

Poi se ne andò; la porta d'ingresso sbatté dietro di lui come una sentenza.

Uscito Julian, il silenzio riempì la stanza, denso e soffocante. Kaelani non si mosse. Rimase rigida sotto le lenzuola, con gli occhi che le bruciavano e un peso opprimente sul petto. L'odore di lui le restava incollato alla pelle, crudo e umiliante, un marchio che non avrebbe mai potuto lavare via.

Jace si schiarì la gola, emettendo un suono discreto, cauto. Quando lei lo guardò, si accorse che non la stava fissando: si era voltato di lato, offrendole il profilo, con lo sguardo rivolto alla parete opposta, come se le assi del pavimento fossero infinitamente più interessanti di lei.

«Uscirò dalla stanza per lasciarti la tua intimità» disse lui, con voce pacata ma più sommessa di quanto lei si aspettasse. «Puoi farti una doccia. Vestirti. Fai quello di cui hai bisogno.»

Lei strinse la presa sul lenzuolo, fino a far sbiancare le nocche.

Jace fece un cenno col capo, senza ancora guardarla. «Prenditi tutto il tempo che vuoi. Quando sei pronta, raggiungimi in salotto. Noi due... discuteremo di quello che succederà d'ora in poi.»

Detto questo, si diresse verso la porta, esitando quel tanto che bastava per farle quasi credere che avrebbe aggiunto dell'altro. Poi, però, uscì; lo scatto della serratura fu molto più delicato dello schianto brutale della porta chiusa da Julian.

Kaelani esalò un respiro tremante nel silenzio. Le doleva la gola, le doleva il corpo, ma la cosa peggiore era quel dolore sordo e vuoto nel petto. Il letto sapeva di lui, la stanza era satura della sua assenza. Per la prima volta dopo giorni era sola, e le sembrò il colpo più crudele di tutti.

Kaelani si costrinse ad alzarsi dal letto, con le gambe che le tremavano mentre si rimetteva in piedi. Il lenzuolo le scivolò dalle spalle, afflosciandosi ai suoi piedi, ma lei ci fece appena caso. Il suo sguardo cadde sullo specchio sopra il comò.

Si paralizzò.

Il marchio bruciava vivido sul suo collo, in netto contrasto con la sua carnagione color miele: il segno del suo possesso, inciso con i denti e col fuoco. Sollevò le dita prima di riuscire a fermarsi, sfiorando i segni gonfi. Un calore le pizzicò gli occhi, mentre mille emozioni le risalivano in gola graffiandola. Dolore. Rabbia. Vergogna. E qualcos'altro a cui si rifiutava di dare un nome.

Deglutì a fatica. No. Non sarebbe crollata. Non lì. Non per lui.

Kaelani distolse lo sguardo e andò in bagno. Aprì l'acqua della doccia al massimo del calore, poi cambiò idea e girò la manopola sul freddo. Il getto le morse la pelle, ma niente avrebbe potuto lavare via il calore fantasma delle sue mani, del suo corpo. Si strofinò con forza, metodicamente, finché non ebbe la pelle arrossata e pulita. Quando uscì, si avvolse in un asciugamano e si vestì con precisione meccanica.

Quando fece il suo ingresso in salotto, il suo viso era calmo, impassibile, anche se il cuore le rimbombava nel petto come un tamburo.

Jace era in piedi al centro della stanza, le mani sui fianchi, intento a osservare la devastazione. Dei vetri rotti luccicavano vicino alla finestra. Un tavolino era rovesciato. Una delle sue lampade era andata in frantumi. Il caos di tre giorni di pura frenesia.

Le lanciò un'unica occhiata, per poi tornare a fissare il disastro. «Me ne occuperò io. Tutto verrà sostituito, ogni spesa sarà coperta.» La sua voce era sbrigativa, professionale, come se stesse scorrendo le cifre di un libro contabile.

«Non disturbarti» disse Kaelani in fretta, con un tono più aspro del previsto. Serrò le braccia al petto. «Lascia perdere.»

Jace espirò, togliendo le mani dai fianchi. Il suo sguardo si addolcì, solo di una frazione, mentre indicava il salottino.

«Possiamo sederci?»

Kaelani esitò, poi fece un piccolo cenno di assenso. Si sedette sulla poltrona più vicina alla finestra, rannicchiando le gambe sotto di sé, mentre Jace si accomodò sul divano di fronte, con una postura ancora rigida ma meno imponente.

Si sporse leggermente in avanti, appoggiando gli avambracci sulle ginocchia. «Iniziamo come si deve.» La sua voce era bassa, misurata. «Sono il Beta Jace...» Fece una pausa, come se soppesasse quanto rivelare. «...del Blackthorn Pack. E, be'—hai già conosciuto l'Alpha Julian Hale.»

A quel nome le si strinse lo stomaco. Mantenne un'espressione del tutto imperscrutabile.

«E tu sei?» domandò Jace con dolcezza.

Strinse le dita attorno al bracciolo. «Kaelani.» E si fermò lì. Nessun cognome, perché non ne aveva uno, a parte quello che si era inventata per confondersi nel mondo degli umani.

Jace la studiò a lungo, assottigliando leggermente gli occhi. «Perdonami se ti sembro brusco, ma... perché una Lycan come te vive tra gli umani?»

La domanda fu tagliente, sebbene il suo tono non celasse alcuna cattiveria: solo una genuina confusione.

A Kaelani si seccò la bocca. Avrebbe voluto distogliere lo sguardo, ma quello di lui la teneva inchiodata, fermo e indagatore. Lentamente, trasse un respiro.

«Perché non appartengo a nessun branco» disse infine, con le parole che le lasciavano un sapore amaro in bocca.

Jace corrugò la fronte. «Impossibile. Ogni lupo ha un branco.»

«Io no.» La sua risata suonò vuota. «Il mio lupo non si è mai risvegliato. Quando ho compiuto diciotto anni, il mio Alpha ha ordinato un test del DNA, tanto per esserne certo. Ha confermato ciò che aveva sempre sospettato: ero umana.» Espirò bruscamente. «Così mi hanno esiliata. Hanno detto che ero un errore, solo un'orfana abbandonata sulla loro terra. Mi hanno dato dei soldi e mi hanno mandata via.»

Sollevò il mento, costringendosi a sostenere il suo sguardo. «Ecco perché vivo tra gli umani. Perché per la vostra specie, non sono mai stata una di voi.»

Jace si appoggiò lentamente allo schienale; il peso di quella confessione calò tra loro. La sua espressione era indecifrabile, ma gli occhi... quelli tradivano qualcosa di simile alla pietà.

«Eppure» disse lui a bassa voce, «il tuo calore è stato abbastanza forte da scatenare il rut di un Alpha.» Il suo sguardo si fece più acuto, non più soltanto comprensivo, ma indagatore, calcolatore. «Questo non succede agli umani.»

Kaelani si irrigidì. Quelle parole le trafissero il petto, perché aveva ragione. Non importava quante volte si fosse ripetuta di essere umana: in fondo, aveva sempre saputo che c'era qualcosa di... diverso.

La gola le sussultò nel tentativo di deglutire. «Non ho cercato io tutto questo,» sussurrò. «Non riesco a capirlo nemmeno io.»

L’espressione di Jace si addolcì, appena un po’. «Lo so.» La sua voce era bassa, quasi cauta. «Ma la verità, Kaelani… è che, che tu lo volessi o meno, è successo. E nel nostro mondo, ciò che è accaduto tra te e il mio Alpha è una questione enorme per uno come lui… non deve trapelare. Né al Consiglio, né a nessun altro. Capisci?»

«Nemmeno io voglio che si sappia,» si affrettò a dire Kaelani. Aveva la voce ferma, ma le dita le si torcevano sul ginocchio. «Non ignoro le usanze dei lupi. So che il suo marchio svanirà, perché non ho potuto marchiarlo a mia volta. E prendo la pillola… quindi le probabilità di una gravidanza sono basse.»

Espirò dal naso, con un respiro controllato ma silenzioso.

Ringraziò la Dea che Tessa l’avesse convinta a prendere la pillola qualche mese prima. “Non si sa mai,” le aveva detto, dandole una gomitata e strizzando l’occhio.

All’epoca, Kaelani aveva alzato gli occhi al cielo.

Aveva ventitré anni. Era vergine.

Gelosa del proprio tempo. Cauta con il proprio corpo. Praticamente allergica ai legami.

Lasciava che le persone le si avvicinassero come si fa con le lucciole: per pochi istanti, a debita distanza, senza mai sfiorarne davvero la luce.

Eppure, una parte di lei sapeva che sarebbe stata solo questione di tempo.

Jace inarcò leggermente le sopracciglia. «Anticoncezionali umani o da Lycan?»

«Umani, ovviamente,» rispose lei, con un po’ troppa fretta.

Lui espirò. «Efficaci al novantuno percento sugli umani, più o meno, se usati alla perfezione. Ma per i Lycan?» Fece una pausa, assottigliando lo sguardo in modo pensieroso. «Togli circa un venti percento.»

Sentì una stretta allo stomaco, ma sostenne il suo sguardo, ostentando una calma che non provava.

«È comunque bassa,» mormorò. «Prenderò anche la pillola del giorno dopo.»

Eppure, il suo istinto da Beta lo spinse a incalzarla. Si sporse in avanti, i gomiti appoggiati alle ginocchia e lo sguardo fisso. «E come faccio a sapere che posso fidarmi di te? Come faccio a sapere che non lo ricatterai, in futuro? Vuoi dei soldi?»

Kaelani sollevò la testa di scatto, con gli occhi che lanciavano lampi. «No.» Fu una risposta secca, quasi tagliente. «Non voglio i suoi soldi. Voglio solo che la cosa resti segreta.» I muscoli della gola le si contrassero mentre deglutiva. «Se il Consiglio dei Lycan dovesse scoprire che un’omega senza lupo ha scatenato il calore di un Alpha, mi costringerebbero a tornare al mio branco. E io non ci tornerò mai

La voce le si spezzò sull’ultima parola, ma i suoi occhi ardevano di convinzione.

Jace si appoggiò lentamente allo schienale, studiandola. E per la prima volta da quando era entrato in casa sua, un barlume di rispetto gli balenò nello sguardo.

Capitolo precedente
Capitolo successivo