Capitolo 5

Il volto di Charlotte si fece di ghiaccio mentre guardava Alexander e Owen precipitarsi, pieni di zelo, a difendere Sabrina.

Non era la prima volta che succedeva.

In passato avrebbe fatto di tutto per spiegarsi.

Anche se Alexander e Owen non le avevano mai creduto e si erano sempre schierati con Sabrina, Charlotte era comunque disposta a giustificarsi, per salvare il rapporto con Alexander e l’immagine che Owen aveva di lei.

Ma stavolta aveva chiuso.

Inspirò a fondo e sollevò lentamente il capo, finché non guardò Alexander dritto negli occhi. «Tu chi saresti? Perché dovrei darti ascolto?»

Il viso di Alexander si rabbuiò. «Charlotte, smettila di fare scenate.»

In quel momento Sabrina, che Alexander teneva al riparo al suo fianco, tossicchiò appena. «Alexander, non arrabbiarti. Forse Charlotte si è solo agitata un attimo; non lo faceva apposta.»

Mentre parlava, gli occhi le si arrossarono di nuovo.

Eppure, proprio quando abbassò lo sguardo, Charlotte vide chiaramente un ghigno fugace all’angolo delle sue labbra.

Quel sorriso non lo notò nessuno.

Men che meno Alexander.

Così Alexander aggrottò ancora di più la fronte. «Sabrina, sei sempre troppo buona.»

Poi girò la testa, l’espressione che si incupiva ulteriormente. «Charlotte, non hai intenzione di chiedere scusa a Sabrina?»

Com’era possibile che Charlotte non si fosse mai accorta, prima, di quello che provavano l’uno per l’altra?

Faceva schifo.

Charlotte sorrise. «Chiedere scusa?»

«Alexander, stai male?»

Poi lanciò un’occhiata a Sabrina, così delicata in apparenza. «E tu.»

«Smettila di dire a tutti che sei mia sorella.»

Scoppiò un putiferio.

Chi stava attorno a loro cominciò a indicare e a bisbigliare.

A quella vista, il corpo di Sabrina si irrigidì.

L’istante dopo, con dolcezza, tirò Alexander per la manica: «Alexander, io sto davvero bene. Per favore, non prendertela con Charlotte per colpa mia.»

Poi guardò Owen, e la voce le si fece ancora più flebile: «Owen, è tutta colpa mia se non mi sono tenuta in piedi. Non puoi accusare ingiustamente la mamma...»

Vedendo l’aria miserabile di Sabrina, Owen fece il broncio, riluttante: «No, è stata la mamma a spingerti. Non la sto accusando ingiustamente.»

Detto questo, Owen si voltò verso Charlotte, il faccino teso: «Mamma, tu mi hai insegnato che quando fai qualcosa di sbagliato devi ammetterlo e chiedere scusa. E tu allora? Perché non hai ancora chiesto scusa a Sabrina?»

Owen era molto intelligente, persino precoce.

Ricordava subito ciò che lei gli insegnava o diceva, e riusciva anche a metterlo in pratica.

Persino sua suocera, notoriamente difficile, adorava Owen: diceva che da grande avrebbe combinato cose importanti e, cosa rara, lodava Charlotte per come lo aveva cresciuto.

Ma Charlotte non si sarebbe mai aspettata che un giorno Owen avrebbe usato quelle lezioni contro di lei.

E anche se lo aveva previsto, anche se da tempo non si aspettava più nulla né da Alexander né da Owen, in quel momento Charlotte non poté evitare che le salisse in petto un filo d’amarezza.

Guardò in silenzio Alexander e Owen, le loro figure schierate a protezione di Sabrina.

All’improvviso le parve che assomigliassero di più a una famiglia.

Di certo più di quanto ci assomigliasse lei.

Abbassò lo sguardo su Owen, che ancora la fissava con rabbia, e parlò lentamente: «Sì, è vero, ti ho detto che quando fai qualcosa di sbagliato devi chiedere scusa. Però...»

Charlotte si fermò, scandendo ogni parola: «Io non ho fatto nulla di sbagliato, quindi perché dovrei chiedere scusa?»

Erano davvero incredibili.

Ogni volta, parlavano come una sola voce, costringendola e minacciandola perché si scusasse con Sabrina.

E non sapevano che l’unico motivo per cui un tempo lei cedeva era la famiglia, quei presunti legami di sangue.

E questa volta non le importava più di niente. Nessuno poteva costringerla a cedere.

Ma Owen non voleva ancora mollare: «Però io e papà ti abbiamo visto chiaramente spingere Sabrina.»

Vedendo Owen con quel broncio ostinato, Charlotte d’un tratto si accovacciò lentamente, fissandolo negli occhi: «Ma mi sa che hai dimenticato una cosa: ti ho insegnato anche che, se qualcuno osa farti il prepotente, devi reagire con coraggio.»

Owen, dopotutto, aveva solo cinque anni. Per un attimo non seppe cosa rispondere, ma borbottò comunque, poco convinto: «Però…»

In quel momento Jared non riuscì più a restare in silenzio: «Piccolo, tua mamma non ha torto. Non puoi accusarla così.»

Poi guardò Alexander con un’espressione sincera: «Mr. Forbes, giusto? Posso testimoniare che Miss Spencer non ha spinto questa signora, poco fa…»

Solo allora Alexander si accorse che accanto a Charlotte c’era un giovane.

Gli bastò un’occhiata per provare antipatia verso Jared.

Istintivamente aggrottò la fronte: «Questa è una faccenda di famiglia. Non ti riguarda.»

«E poi, chi sei? Perché sei con mia moglie?»

Prima che Jared potesse rispondere, Charlotte aveva già fatto un passo avanti, piazzandosi davanti a lui: «Tu puoi startene con Sabrina tutti i giorni, e allora cosa ci sarebbe di strano se io mangio con un amico? Uno qualunque.»

Sentendo l’amara ironia che appesantiva ogni parola, Alexander finì per guardare Charlotte sul serio.

E, guardandola davvero, si accorse che quel giorno Charlotte indossava un abito aderente, bianco come la neve.

A confronto con Sabrina, anche lei in bianco e dall’aria fragile e delicata, Charlotte aveva addosso una bellezza più composta, più dignitosa… Per un attimo, come in sogno, gli parve di rivederla la notte del loro matrimonio: bella, fiera, incantevole.

Accorgendosi del cambiamento nello sguardo di Alexander, il viso di Sabrina si irrigidì all’istante.

Sabrina tossicchiò piano, spezzando in fretta il filo dei ricordi di Alexander.

Guardando Charlotte, che ostentava ancora quell’espressione testarda, lui non poté fare a meno di ridere, furente: «Charlotte, è davvero così difficile chiedere scusa?»

Charlotte sollevò appena il mento, scandendo ogni parola: «Non è difficile. Ma è impossibile.»

Nella memoria di Alexander, Charlotte era sempre stata una moglie gentile e premurosa.

Quando rientrava tardi, gli lasciava sempre accesa una lampada arancione, calda, ad aspettarlo.

Quando faceva tardi nello studio, gli preparava di persona uno spuntino notturno, fumante.

Persino quando tornava ubriaco dalle cene d’affari, lei non si era mai lamentata: si limitava a prendersi cura di lui in silenzio…

Eppure, da quando Sabrina era tornata in patria per rimettersi in salute, Charlotte si era fatta via via più taciturna, parlava sempre meno.

Ma non era mai stata ostinata come quel giorno, al punto da affrontarlo a viso aperto.

A quel pensiero, gli occhi di Alexander si fecero più cupi: «Va bene. Ne parliamo quando torniamo a casa.»

In quell’istante Sabrina gemette all’improvviso: «Alexander… il cuore… mi fa malissimo…»

Non aveva ancora finito di parlare che il viso di Sabrina era già diventato pallidissimo. Si strinse il petto, come se stesse per crollare.

Alexander cambiò espressione. Sollevò Sabrina di peso e si precipitò verso l’uscita!

«Owen, presto, dobbiamo portare Sabrina in ospedale!»

Nella concitazione, Alexander nemmeno si accorse di aver travolto Charlotte.

Colta di sorpresa, Charlotte venne colpita dal gomito di Alexander e batté la testa contro lo spigolo del tavolo di marmo. Si afflosciò subito, senza forze.

Jared andò nel panico e la sorresse in fretta: «Miss Spencer, sta bene?»

Prima che Charlotte potesse rispondere, udì qualcuno lì vicino gridare: «Sangue! Sta sanguinando!»

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