
Il Giorno in cui Ha Smetto di Curarsene
Dreamer · Completato · 333.6k Parole
Introduzione
Aveva passato anni a padroneggiare piani alimentari e cure mediche, sacrificando i propri sogni per gestire le gravi allergie del figlio.
Ma il giorno in cui Charlotte subì un doloroso incidente con un’ustione da liquido bollente, suo marito non si precipitò al suo fianco.
Invece teneva la mano di un’altra donna, la voce morbida di premura: «Ti sei fatta male?»
Il tradimento affondò ancora più a fondo quando suo figlio la guardò dal basso con occhi freddi.
«Preferisco zia Sabrina» disse. «Lei è dolce, bella e piena di talento. Non come te, mamma. Tu sei solo una casalinga.»
Il giorno del compleanno di Charlotte, sentì la donna che le aveva rubato la vita rivolgere ad Alexander una sola domanda, devastante: «Mi amerai mai?»
La risposta fu immediata. «Sì.»
In quell’istante, la verità mandò in frantumi il suo mondo.
Non era che non si fosse impegnata abbastanza; era che lui non l’aveva mai amata, neanche per un momento.
Guardandoli, persi nella loro intimità, Charlotte smise finalmente di lottare per un posto in una casa dove non era mai stata davvero desiderata.
Voltò le spalle all’unica vita che avesse mai conosciuto, con una voce ferma, definitiva.
«Alexander Forbes, voglio il divorzio.»
Capitolo 1
Quel giorno era il compleanno di Charlotte Spencer.
Suo marito, Alexander Forbes, aveva prenotato un ristorante elegante e si era preso la briga di invitare anche la sua sorellastra, Sabrina Spencer.
«È più divertente quando c’è tutta la famiglia», aveva detto.
Ma non appena Sabrina entrò, si aggrappò alla manica di Alexander e cominciò a fare la dolce e appiccicosa. «Mi mancano tanto i piatti cucinati in casa da Charlotte», disse.
Alexander annullò seduta stante la prenotazione e decise che avrebbero festeggiato a casa.
Charlotte non poté fare a meno di sentirsi delusa.
Eccoci di nuovo.
Da quando Sabrina era rientrata nel Paese, era successo fin troppe volte. Lei trovava sempre il modo di infilarsi a forza nelle loro vite.
E Alexander le andava dietro, ogni volta.
A non saperlo, uno avrebbe creduto che la moglie fosse Sabrina.
Proprio come quel giorno: sembrava che non fosse il compleanno di Charlotte, ma quello di Sabrina.
Perché suo marito e suo figlio, in quel momento, erano in salotto a ridere e chiacchierare con Sabrina. E lei — la festeggiata — era rimasta in cucina a darsi da fare per tutto il giorno.
Mentre ci pensava, abbassò lo sguardo sulla pentola di zuppa che teneva fra le mani e accennò un sorriso amaro, di scherno verso se stessa.
Era la zuppa che Alexander le aveva ricordato più e più volte di preparare apposta per Sabrina, per aiutarla a rimettersi.
Quando voleva mantenere la famiglia in salute, Charlotte aveva passato più di un anno a studiare ricette e si alzava presto ogni mattina per fare lei stessa la zuppa.
Ma non avrebbe mai immaginato che, dopo che Alexander aveva scoperto che Sabrina si era ammalata gravemente all’estero ed era tornata per riprendersi, le avrebbe detto di preparare la zuppa anche per lei, tutti i giorni.
Dopotutto, ormai lui trattava Sabrina meglio di come trattava lei, sua moglie.
A ripensarci adesso, era davvero ironico.
Con quel pensiero addosso, Charlotte portò la pentola fuori dalla cucina.
Sabrina, che se ne stava seduta al tavolo da pranzo come se fosse la padrona di casa, a chiacchierare e ridere con suo marito e suo figlio, quando la vide uscire finalmente si alzò. «Charlotte, attenta, scotta. Ti do una mano.»
«Non serve. Non voglio che ti bruci o che ti cada e poi la colpa sia mia.»
Cercò di farsi da parte mentre parlava, ma con la pentola in mano fu un attimo in ritardo.
Le dita di Sabrina sfiorarono appena il bordo quando lei ritrasse la mano come se avesse preso la scossa, strillò e cadde all’indietro.
A quella scena Charlotte sentì subito arrivarle il mal di testa.
Eccoci di nuovo!
Per fortuna era preparata. Appena aveva visto Sabrina avvicinarsi, aveva stretto meglio la presa sulla pentola, così che la zuppa bollente non si rovesciasse.
Stava appena tirando un sospiro di sollievo quando una figura familiare le sfrecciò accanto e afferrò Sabrina prima che cadesse, con una voce piena di premura come Charlotte non gliene aveva mai sentita: «Sabrina! Ti sei fatta male?»
Il viso di Sabrina impallidì e, mentre scuoteva la testa con aria miserevole, gli occhi le si arrossarono subito di lacrime. «Sto bene...»
Di proposito nascose le mani dietro la schiena.
Senza esitare, Alexander le afferrò le mani e le raccolse con cura tra i palmi, esaminandole da vicino prima di tirare un sospiro di sollievo. «Meno male, non è troppo grave.»
Anche Owen Forbes, che aveva cinque anni, posò i giocattoli e corse lì, gonfiando le guance per soffiare sulle mani di Sabrina.
Sabrina sorrise in mezzo alle lacrime, con una goccia ancora appesa alle ciglia: faceva davvero pena.
Si voltò verso Alexander e lo supplicò con cautela: «Alexander, non dare la colpa a Charlotte. Non l’ha fatto apposta.»
Solo allora lo sguardo di Alexander cadde finalmente su Charlotte, rimasta ignorata per tutto quel tempo.
Ma nei suoi occhi non c’era alcun calore e la voce era fredda come il ghiaccio. «Charlotte, chiedi scusa.»
Owen alzò subito il faccino e si intromise con voce zuccherina: «Mamma, hai bruciato Sabrina. Devi dire scusa.»
Eccoci di nuovo.
Ogni singola volta che c’era un qualsiasi attrito con Sabrina, era sempre Charlotte quella che doveva scusarsi.
Se il cibo non era di suo gusto, Charlotte doveva chiedere scusa.
Se la zuppa arrivava con qualche minuto di ritardo, doveva scusarsi anche per quello...
In quel momento Charlotte sembrava non sentire nemmeno più il bruciore; stringeva soltanto la pentola con tutte le forze.
Un lampo di trionfo attraversò gli occhi di Sabrina. «Alexander, lascia perdere. Non mettere in difficoltà Charlotte.»
Alexander aggrottò la fronte. «Charlotte...»
Non fece in tempo a finire che Charlotte appoggiò la pentola sul tavolo con un tonfo.
Alzò il viso e fissò Alexander dritto negli occhi, lo sguardo colmo di delusione. «Sono io che ho tenuto in mano la pentola bollente per tutto questo tempo. Non dovrei essere io quella che si è bruciata?»
Alexander rimase immobile, e lo sguardo gli scivolò suo malgrado sulle mani di Charlotte; le labbra gli si mossero appena.
«È tutta colpa mia!» Sabrina barcollò subito, e gli occhi le si arrossarono di nuovo. «È tutta colpa mia! Non avrei dovuto chiedere la zuppa.»
Bastò quella frase perché Alexander dimenticasse all’istante ciò che stava per dire a Charlotte. «Sabrina, non è colpa tua.»
Anche Owen scese dalla sedia e abbracciò la gamba di Sabrina. «Non piangere! La nonna ha detto che la mia mamma non ha paura di scottarsi.»
Guardando quella scena, Charlotte si sentì all’improvviso svuotata; perfino restare in piedi le sembrava faticoso.
Capì che, qualunque cosa facesse, alla fine era sempre lei a perdere, e fino in fondo.
«In cucina ci sono altri piatti.»
Fece un respiro profondo, poi si voltò e tornò in cucina senza guardarsi indietro.
La porta si chiuse, tagliando fuori all’istante ogni cosa, comprese le parole rassicuranti che Alexander e Owen rivolgevano a Sabrina.
Solo allora le mani tremanti di Charlotte riuscirono finalmente ad allentare la presa.
I palmi erano gonfi, di un rosso inquietante, e soltanto adesso il bruciore cominciò ad allargarsi, in ritardo, come se fin lì fosse rimasto in agguato.
Infilò le mani sotto il rubinetto, lasciando che l’acqua fredda ci scorresse sopra. Il dolore alle mani parve attenuarsi, ma nel petto le restava una fitta sorda, ostinata.
Era lei, senza dubbio, quella che si era ustionata.
Eppure suo marito e suo figlio si erano precipitati a preoccuparsi prima di Sabrina.
Quanto a lei, nemmeno uno sguardo, nemmeno una parola di premura.
Ma va bene.
Nei sei mesi da quando Sabrina era tornata nel Paese, scene così erano diventate talmente comuni che avrebbe dovuto farci l’abitudine, no?
Alexander ripeteva sempre che Sabrina era stata fragile da sempre e che all’estero aveva patito troppo, e che loro, come famiglia, dovevano in qualche modo risarcirla.
Ma lei non ne aveva alcuna voglia.
Perché Sabrina era sua sorellastra, sì, ma aveva solo un anno meno di lei.
Mentre sua madre era incinta di lei, suo padre aveva una relazione.
Poi, quando la storia venne a galla, sua madre era morta di dolore e di rabbia; e il giorno dopo, Sabrina e sua madre si erano trasferite nella casa della Spencer Family.
Ciò che la fece infuriare ancora di più fu che al funerale di sua madre Sabrina le si avvicinò sorridendo. «Che bello! Tua madre è finalmente morta», le sussurrò.
Per tutta la vita non sarebbe mai riuscita a dimenticare quel sorriso cattivo, avvelenato.
Quanto ad Alexander, era il loro vicino fin da bambini.
Quando sua madre morì, lui le restò accanto in silenzio: in quel periodo fu l’unico calore che ebbe.
Più tardi suo nonno la riportò alla Talbot Family e loro si separarono, mantenendo i contatti soltanto con delle lettere.
Ma a poco a poco le lettere si fecero più rare.
Solo più avanti, quando la Forbes Family e la Spencer Family combinarono un matrimonio, si incontrarono di nuovo.
Eppure, allora Alexander insistette per occuparsi di Sabrina contro la sua volontà.
Diceva che suo padre, prima di morire, gli aveva affidato Sabrina, e che lui era convinto che anche Sabrina fosse una vittima.
Arrivò perfino a tirare Owen dalla sua parte.
Per via di Owen, e per quel raro tepore che Alexander le aveva dato un tempo, lei cedette per il momento, aspettando soltanto l’occasione giusta per smascherare la vera natura di Sabrina.
Dopotutto era l’unica a sapere se Sabrina fosse innocente oppure no.
Ma le cose andarono oltre ogni sua previsione.
Passarono sei mesi, e Alexander non solo proteggeva Sabrina.
A poco a poco perfino il figlio che lei aveva lottato tanto per mettere al mondo diventò sempre più freddo con lei, e passava le giornate a seguire Sabrina ovunque.
Forse era arrivato il momento di prendere una decisione.
Charlotte chiuse l’acqua, si asciugò in fretta le mani e tornò verso la sala da pranzo.
Proprio quando raggiunse l’angolo, udì la voce di Owen. «Perché la mamma non esce ancora? Fa sempre tante scene!»
Ma Sabrina gli diede un colpetto sul naso. «Owen, non puoi parlare così di tua madre.»
Poco distante, Alexander osservava in silenzio Sabrina, così gentile e composta, e nei suoi occhi affiorò un’ombra di approvazione.
Sabrina fece finta di niente e continuò a educare Owen.
Owen, però, non cedette. «È quello che dice la nonna! Dice anche che la mamma è solo una casalinga inutile, buona soltanto a spendere i soldi di papà!»
Alexander lo rimproverò a mezza voce. «Owen!»
Ma nel tono non c’era vera severità.
Sabrina lo difese subito: «Alexander, non puoi trattare Owen così. Bisogna lasciare che i bambini si esprimano, altrimenti rischiano facilmente di sviluppare problemi psicologici.»
Alexander tacque all’istante.
Con qualcuno dalla sua parte, Owen alzò ancora di più la voce. «Sabrina ha ragione. La mamma è troppo severa, è così fastidiosa.»
«Sabrina è molto meglio. Mi lascia fare quello che voglio.»
All’improvviso tirò fuori un disegno. «Volevo darlo alla mamma, ma ti ha maltrattata e non vuole chiedere scusa. La odio!»
Detto questo, ficcò il disegno tra le braccia di Sabrina. «Sabrina, questo è per te. Vuoi essere la mia mamma?»
Il cuore di Charlotte ebbe un sussulto, come se qualcuno ne avesse strappato via un pezzo enorme, lasciandole dentro un vuoto che faceva male, un’assenza che pulsava.
Il figlio che aveva rischiato la vita per mettere al mondo voleva davvero che un’altra fosse sua madre?
E quell’altra era Sabrina.
In sala da pranzo, Sabrina stava sorridendo e stava per parlare, quando all’improvviso scorse quella figura all’angolo.
Lo sguardo le guizzò, poi sorrise e, accarezzando la testa di Owen, disse: «Owen, perché non lo chiediamo a papà?»
Owen annuì con entusiasmo, gli occhi accesi.
Sabrina si voltò e afferrò il braccio di Alexander, scuotendolo con un gesto civettuolo; la voce morbida, dolce come zucchero. «Alexander, posso farti una domanda?»
Alexander parve intuire dove volesse arrivare. Voltò la testa dall’altra parte e tossì, a disagio, ma nella voce c’era un’indulgenza, una tenerezza che Charlotte non gli aveva mai sentito. «Chiedi pure.»
Sabrina si morse il labbro; gli occhi lucidi lo fissavano come se avesse raccolto tutto il coraggio che aveva. «Se allora la nonna non ti avesse costretto a sposarti, e io non fossi andata all’estero… avresti scelto me?» domandò.
L’aria si raggelò all’istante.
Charlotte trattenne il respiro, ascoltando il fragore del proprio cuore. Non sapeva nemmeno se stesse sperando o temendo quella risposta.
Alla fine, sentì quella voce familiare, bassa e limpida…
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