Capitolo 2: Annegare nella miseria
Non ricordavo come le mie gambe mi avessero portato via da quella scena, sapevo solo che sentivo il petto stringersi in una morsa. L'immagine delle loro labbra unite mi si era impressa a fuoco nella mente, incisa così a fondo da togliermi il respiro.
Non avrei mai pensato di dover affrontare un simile tormento. Credevo che essere un soldato significasse poter sopportare qualsiasi ferita, che fosse avvelenata dallo strozzalupo o meno. Ma capii che la ferita che stavo patendo ora era di tutt'altra natura.
Lui era il mio compagno predestinato, colui che la Dea della Luna aveva scelto per me, quello che avrebbe dovuto essere la mia dolce metà, e invece mi ritrovavo ad affrontare un tradimento che non avrei mai creduto possibile.
Perché stava succedendo a me?
Le due persone che amavo di più... Perché mi facevano questo?
Non sapevo per quanto tempo avessi camminato, ma quando mi fermai mi ritrovai davanti a una locanda, rendendomi conto che era ormai scesa la notte. Dall'interno giungevano risate, voci sguaiate di uomini e il tintinnio dei boccali.
Fissando le finestre dai vetri incrinati, sentii un sapore amaro in bocca: quello era un posto in cui i soldati andavano per dimenticare se stessi. Avevo sentito i miei commilitoni dire di frequentare posti del genere quando erano troppo stanchi per sopportare il peso del dovere.
Ed era un luogo in cui non avrei mai pensato di mettere piede... fino a quella notte.
Quando spinsi le porte a battente, il forte odore di birra e fumo che aleggiava nell'aria quasi mi fece vomitare. Dovevo sembrare una pazza, dato che alcuni si voltarono a fissarmi prima di tornare alle loro bevute. Sbattei una moneta sul bancone e mi sedetti su uno sgabello, ignorandoli.
«Qualcosa di forte» mormorai. La mia voce non sembrava nemmeno la mia. Non mi importava più di nulla. Volevo solo che l'alcol facesse effetto.
La gola mi bruciò dopo il primo sorso, come se avesse preso fuoco, ma apprezzai quella sensazione. Il secondo mi intorpidì. Al terzo bicchiere, il dolore al petto si era trasformato in un miscuglio confuso di rabbia, strazio e smarrimento.
A ogni sorso, la mia mente veniva attraversata da dei flash. Ricordi che non appartenevano solo a me. Quei ricordi mi rivelavano che mi ero reincarnata e avevo già vissuto lo stesso dolore.
Ricordai di essere stata una guaritrice inginocchiata in riva a un fiume, con la mano tesa verso il mio compagno affinché mi accettasse nonostante la mia vocazione.
Ricordai di essere stata una studiosa, che aveva sacrificato tutto il suo tempo e le sue ricerche per il proprio compagno, supplicandolo di non barattarla per il potere. Alla fine, lui aveva scelto il potere.
Ricordai di essere stata una guerriera, il cui superiore, di cui mi fidavo ciecamente, si era rivolto a un'altra, lasciandomi col cuore spezzato sul campo di battaglia.
E, peggio di tutto, ricordai di essere stata la Luna di un branco di cui a stento rammentavo il nome, prima di andare incontro al miserabile destino di togliermi la vita a causa del dolore che il mio compagno Alpha mi aveva inflitto.
Vita dopo vita, avevo amato. Vita dopo vita, ero stata abbandonata.
E dentro di me sapevo di aver abitato corpi diversi, e che in ogni vita passata si era perpetuato lo stesso tradimento. Non sapevo perché avessi quei ricordi; stavo forse impazzendo a causa del tradimento di Redmund e Lilith?
E questa linea temporale in cui mi trovavo... era un'altra reincarnazione. Vivevo di nuovo in un altro corpo e avevo recuperato i ricordi delle mie vite passate.
"Euphyllia..." mormorai amaramente il mio nome.
In ogni vita, per qualche motivo, avevo portato lo stesso nome. Rendermene conto mi fece venire i brividi lungo la schiena.
Avevo bisogno di risposte. Volevo sapere se ragionassi ancora lucidamente.
Il boccale mi scivolò di mano, rovesciando quel che ne restava sul bancone. La vista mi girava, ma non era solo per l'alcol. Era troppo, tutto mi opprimeva.
"Strano posto per un soldato reale in cui affogare i propri dispiaceri."
Le parole scivolarono attraverso la stanza, una voce profonda e baritonale venata di un pacato divertimento. Mi voltai, con il cuore che perdeva un colpo quando i miei occhi lo trovarono.
Sedeva nell'ombra del tavolo d'angolo, un uomo in grado di catturare l'attenzione di chiunque con la sua sola presenza. Maledizione!
Spalle larghe, capelli castani corti e in ordine, una barba corta, mascella squadrata, occhi nocciola screziati che brillavano come acciaio alla luce del fuoco. Non solo: emanava un potere immenso, un'aura impossibile da ignorare.
Tutti conoscevano quel volto.
Non era altri che Lucretius Xior Franciosa. Un uomo di trentanove anni, attuale Alpha del Branco Golden Eclipse, uno dei comandanti dell'esercito reale e, dulcis in fundo, lo zio di Redmund.
E ora, il suo sguardo era fisso su di me.
Per un attimo, mi limitai a fissarlo, faticando a formulare una risposta. Merda! Non potei fare a meno di accigliarmi leggermente, sentendomi agitata mentre mi chiedevo perché si trovasse in questo posto. E tra tutte le persone che potevo incontrare, perché proprio lui?
Perché lo zio di Redmund?
La Dea della Luna mi stava punendo? Era il suo modo di sbattermi in faccia che sarei sempre stata perseguitata da Redmund?
L'alcol mi rendeva difficile pensare con lucidità, ma la sua presenza opprimente bastò a farmi tornare sobria in un modo che la bevanda non avrebbe mai potuto eguagliare.
Schiusi le labbra, ma non ne uscì alcuna parola. Mi sforzai mentalmente di dire almeno qualcosa, ma non ero in me a causa delle emozioni a fior di pelle.
"Lord Lucretius Franciosa..." sussurrai infine, con voce roca. "O dovrei dire, Comandante Franciosa..."
Il modo in cui pronunciai il suo grado e il suo nome mi lasciò un sapore amaro in bocca. Fu come menzionare il mio compagno, o forse era solo perché erano imparentati.
Lui inarcò un sopracciglio, sollevando il boccale prima di bere un sorso. "Quindi mi conosci," disse con disinvoltura. Sapevo che avrei dovuto salutarlo a dovere per via della differenza di grado, ma scelsi di non farlo. "D'altronde, chi non mi conosce?"
L'arroganza nel suo tono quasi mi fece ringhiare. Ebbi l'impulso di tirargli un pugno in faccia. Ora capivo quanto fosse irritante.
Non c'era da stupirsi che alcuni dei suoi pari non lo sopportassero per via del suo atteggiamento pieno di sé. I miei commilitoni lo definivano un comandante famigerato, per quanto fosse di bell'aspetto e intelligente. Avevo sentito dire che aveva la reputazione di un playboy e che usava il suo aspetto a proprio vantaggio.
Si diceva che potesse conquistare qualsiasi donna con poche parole dolci. Anche alla sua età, poteva portarsi a letto chiunque volesse.
Avevo incontrato il Comandante Lucretius solo in rare occasioni a causa della disparità delle nostre posizioni lavorative. Veniva sempre inviato a occuparsi di affari militari, mentre io restavo sempre alla mia postazione, sommersa da libri di strategia e mappe.
Non avrei mai immaginato di ritrovarmi nel suo stesso locale. Poteva anche essere lo zio di Redmund, e per quanto desiderassi conoscere la sua famiglia, il Comandante Lucretius era l'unica persona con cui non avrei mai voluto incrociare il cammino.
La sua aura era a dir poco spaventosa. Emanava un'energia da Alpha tale che, anche se non era il mio Alpha né il più alto in grado nell'esercito reale, se mi avesse ordinato di sacrificarmi sul campo di battaglia, probabilmente l'avrei fatto.
Questo era l'effetto che aveva su di me.
Ma non mi sfuggiva quanto fosse carismatico e affascinante, specialmente per quegli occhi nocciola che sembravano trapassare tutto il mio essere.
Fui riportata alla realtà quando le sue labbra si incurvarono in un sorrisetto. «Forse il mio aspetto notevole è sufficiente a farti tornare sobria, mia signora?»
Quasi sbuffai e strinsi forte il boccale, cercando di trattenermi dal lanciarglielo addosso. «Indosso abiti civili, eppure riesci a capire che faccio parte dell'esercito reale, Comandante.» Tirai un sospiro di sollievo per essere riuscita a formulare una frase di senso compiuto. «Per quanto ne so, non sono sotto il tuo comando,» aggiunsi.
Forse, a causa della sua arroganza, ora ero tornata sobria. O almeno così credevo.
Lucretius ridacchiò, un suono basso e pacato, e i suoi occhi nocciola brillarono come se avesse strappato via il mio travestimento con un solo sguardo. «I soldati reali portano i loro fardelli nella postura. Anche da ubriaca, la tua schiena non si piega.» Mi fece l'occhiolino.
Le sue parole colpirono un po' troppo nel segno, e mi agitai sullo sgabello. «O forse ti piace semplicemente ficcare il naso in faccende che non ti riguardano.»
Oh, in quel momento stavo davvero sfidando la morte. Non avrei dovuto rispondere in quel modo a un mio superiore.
Era colpa dell'alcol che mi scorreva nelle vene. In quell'istante mi sentivo inarrestabile.
«Forse,» ammise, con un sorrisetto. «Ma guardare qualcuno crollare da solo è... noioso.» Inclinò il bicchiere verso di me, in un invito silenzioso. «Unisciti a me, mia signora.»
Fui sul punto di rifiutare quando mi fece cenno con la mano. Ogni fibra del mio essere voleva sputare su quella sua faccia compiaciuta e andarsene, ma le mie gambe sembravano troppo pesanti, il mio cuore troppo vuoto. Contro ogni buon senso, mi ritrovai a scivolare giù dal bancone e a seguirlo fino al suo tavolo in un angolo in penombra.
La sedia di fronte a lui sembrava pericolosa, ma ignorai la sensazione, desiderosa di godere della compagnia di qualcuno per quella sera.
«Cosa spinge una bella signora come te a bere da sola in un posto simile? Qualcuno ti ha spezzato il cuore? Forse il tuo compagno?»
Le sue domande bruciavano. Fu come se una freccia avvelenata mi avesse colpito al cuore.
È stato il tuo maledetto nipote! avrei voluto urlare.
«Non sono affari tuoi,» risposi con amarezza. «Possiamo parlare di qualcos'altro?» Ordinai un'altra birra e stavo per berla, quando una mano ne coprì il bordo e me la portò via. «Ehi!»
Vidi il Comandante Lucretius sventolarmi il boccale davanti al naso con un sorriso provocatorio stampato sulle labbra. «Al quarto drink finirai per vomitare. Fidati di me. Non vuoi ubriacarti, mia signora.»
Mi accigliai, infastidita dalle sue parole. Come faceva a sapere che ero al mio quarto drink? Mi aveva osservata per tutto quel tempo?
«Non sei tu a dirmi cosa devo o non devo fare. Ridammi da bere,» pretesi, ma lui non si mosse di un millimetro.
«Oh, un soldato come te che mi dà ordini. Che paura.»
Digrignando i denti, mi sporsi in avanti e cercai di riprenderlo, ma i suoi riflessi furono più rapidi e lo allontanò da me. «Brutto idiota!»
In preda all'impazienza e al fastidio, non potei fare a meno di alzarmi di scatto; lui fece lo stesso, sollevando il braccio per tenere in alto il mio boccale.
"Ehi, calma, mio piccolo soldato," disse quando mi avvicinai, alzandomi in punta di piedi per cercare di riprenderlo. "Se mi vuoi, basta dirlo. Posso regalarti una notte di piacere."
Mi bloccai, e fu in quel momento che mi resi conto di avere il corpo premuto contro il suo, con la mano dietro la sua nuca. Il suo inebriante profumo di terra mi invase le narici, facendomi mancare il respiro. E sentii di esserne sempre più attratta a ogni istante che passava.
I rumori della locanda si erano gradualmente spenti, finché non riuscii a sentire altro che il ritmo implacabile del mio battito e il suo respiro caldo.
Il corpo del Comandante Lucretius era solido come un muro, eppure emanava il calore pericoloso di un Alpha, mentre le sue parole mi echeggiavano ancora in testa.
"Se mi vuoi, basta dirlo."
Quel pensiero mi fece scorrere un brivido lungo la schiena, poi mi raggelai quando il suo braccio mi cinse la vita. Mi bloccai, ma il mio corpo mi tradì.
La pressione del suo petto contro il mio, la possessività del suo braccio forte e muscoloso attorno alla mia vita, la presa salda della sua mano sul boccale e il lieve sfioramento della sua mascella vicino alla mia tempia... La sua presenza era troppo da sopportare.
Oh, Dea della Luna...
Sentivo il cuore sul punto di esplodere, mentre gridava al tradimento al solo pensiero di accettare il suo invito. E la mia carne bruciava di desiderio. Non ricordavo nemmeno di essermi mai concessa di guardare un uomo che non fosse Redmund.
"N-Nei tuoi sogni!" balbettai, ma la mia voce era priva di convinzione.
Il Comandante Lucretius inclinò la testa, e il suo sorrisetto si accentuò mentre i suoi occhi nocciola mi scrutavano, come se potesse vedermi dritta nell'anima. "Eppure..." fece una pausa, chinandosi in avanti per sfiorarmi con le labbra così vicino all'orecchio da farmi mancare il respiro. "...non ti sei tirata indietro, mio piccolo soldato."
La sua risposta fece stringere inconsciamente le mie dita tra i suoi capelli. Quel mio stesso gesto mi spaventò; non riuscivo a credere di non essermi nemmeno ritratta. Il solo pensiero del mio compagno fece balenare l'immagine di lui e Lilith che si baciavano.
Fu come ricevere una pugnalata nel petto, con la lama che si torceva all'interno. In quel momento, non volevo altro che dimenticare il dolore che Redmund mi aveva causato.
Ma un campanello d'allarme risuonava debolmente nella mia testa. Sapevo che avrei dovuto respingerlo, schiaffeggiarlo, o persino andarmene infuriata per reclamare quel che restava della mia dignità. Dovevo restare fedele al mio compagno. Tuttavia, lui non stava facendo lo stesso.
La mia lupa ululò di dolore mentre la mia voce si spezzava in un sussurro. Era pura amarezza e vulnerabilità: "Forse... stasera non voglio ricordare."
Sì... Poteva essere così. Volevo solo ignorare gli avvertimenti e dimenticare il dolore. L'alcol aveva già fatto effetto, e mi sentivo molto più audace di prima.
Mentre lo fissavo a bocca aperta, qualcosa nel sorrisetto del Comandante Lucretius mutò. Il suo sorriso passò da un'arrogante giocosità a qualcosa di più oscuro, più pericoloso, oserei dire.
Deglutii quando lui mise da parte il boccale e mi prese il viso tra le mani. Il suo pollice calloso mi accarezzò sensualmente il labbro inferiore, mentre con l'altra mano prese la mia, portandosela alle labbra per baciarne il dorso.
"Dì solo una parola, mio piccolo soldato," mormorò. "E ti porterò via da qui."
Prima ancora che potessi rispondere, la sua bocca si impadronì della mia.
