Capitolo 7: Farsi notare
L'ordine era arrivato quella mattina: tutti i soldati e il personale amministrativo dovevano radunarsi nel salone. I miei colleghi e io stavamo aspettando che la riunione iniziasse.
«Signorina Euphyllia, mi sei mancata!» Ridacchiai quando Cerys, l'assistente di Marlin, mi strinse in un forte abbraccio. «Perché il signor Marlin non mi ha informata del tuo arrivo, ieri? È così ingiusto! Avremmo potuto aggiornarci!» Mise il broncio, affondando il viso nel mio petto.
Ridacchiando di nuovo, le accarezzai dolcemente la testa. «Stavi sbrigando delle commissioni. Ecco perché.» Alzai lo sguardo all'arrivo di Marlin. «Non avercela più con lui.»
Marlin inarcò un sopracciglio quando sorprese Cerys a fulminarlo con lo sguardo. Emise un sospiro e mi guardò impotente. «Dalle un colpetto sulla fronte da parte mia.»
«Ahi!» sussultò Cerys, guardandomi incredula.
Le feci un sorriso tirato. «Eseguo solo gli ordini.» Feci un cenno con la testa in direzione di Marlin.
Cerys mise il broncio ma continuò ad aggrapparsi a me, tornando a fulminare Marlin con lo sguardo; lui però non le prestò attenzione, troppo occupato a parlare con i suoi colleghi. Ridacchiai, sentendomi il cuore più leggero grazie a lei. Mi vedeva come una sorella maggiore, motivo per cui era una delle poche compagne con cui avessi stretto amicizia. Aveva solo due anni meno di me ed era diventata l'assistente del nostro superiore un anno prima.
«Mi chiedo quale dei comandanti terrà la riunione.»
Ci voltammo all'arrivo di Klein, che lavorava nel mio stesso settore. Si sedette davanti a noi sbadigliando, si appoggiò allo schienale e poi voltò la testa nella nostra direzione.
«Ehi, Ruinart. Com'è andata la licenza? Deve essere terribile che te l'abbiano interrotta, eh?»
«Già. È piuttosto... terribile,» mormorai con amarezza, facendo sgranare gli occhi a Cerys per le mie parole. Mascherando un sorriso, le accarezzai la testa. «Spero che Marlin mi paghi i giorni di ferie rimanenti,» scherzai quando lui si avvicinò.
Marlin mi trafisse con lo sguardo, mentre Klein e Cerys ridevano alla mia battuta. «Dove sono gli altri? Non ti avevo detto di convocarli, Cerys?»
Cerys si alzò. «Vado a controllare, signore.» Con un sorriso tirato stampato sulle labbra, uscì a passo di marcia dal salone.
«Se la stanno decisamente prendendo comoda,» sbuffò Klein, stringendosi nelle spalle.
Prima che potessi rispondergli dandogli ragione, calò il silenzio dall'altra fila quando altri soldati entrarono nel salone. Tuttavia, due figure catturarono la mia attenzione, facendomi sprofondare il cuore nel petto.
Erano Redmund e Lilith. Lui si muoveva con sicurezza, la sua bellezza sfolgorante non vacillava mai, e la sua presenza imponente mi tolse quasi il respiro; Lilith era al suo fianco con la solita eleganza, i capelli raccolti in modo impeccabile e le labbra incurvate in un sorriso.
«Ma quella non è Lilith? È con il capitano Redmund.»
«Sembrano piuttosto intimi, vero?»
«Ho sentito che escono già insieme.»
Quei sussurri mi fecero digrignare i denti.
La mano di Lilith indugiava con un po' troppa confidenza sul braccio di Redmund, come se volesse che tutti se ne accorgessero. La sua risata, leggera e studiata, mi raggiunse anche attraverso le file di sedie, insinuandosi tra i mormorii.
«Tipico,» mormorò Klein a mezza voce, alzando gli occhi al cielo. «Si mettono in mostra prima di una riunione. Se stanno davvero insieme, buona fortuna a lui. Ne avrà bisogno.»
Strinsi le labbra in una linea sottile. Volevo ignorarli, o almeno distogliere lo sguardo, ma non ci riuscii e continuai a seguire ogni movimento di Redmund. Salutò alcuni ufficiali con un sorriso che non gli arrivò agli occhi, prima che la sua attenzione vagasse per la sala, solo per posarsi su di me.
Il cuore mi perse un battito prima che lui distogliesse lo sguardo, come se non mi avesse mai guardata.
Le mie labbra tremavano, il mio cuore si frantumava in mille pezzi per quel suo gesto. Il suo comportamento era sempre lo stesso. Mi guardava solo per pochi istanti prima di voltarsi dall'altra parte, come se per lui non fossi nessuno, e mi degnava di uno sguardo solo quando ci incontravamo in segreto.
Mi congedai, con la scusa di dover andare alla toilette. Scappai via prima che le lacrime minacciassero di scendere dai miei occhi.
L'aria fresca del corridoio mi accarezzò le guance, offrendo un po' di conforto al mio petto dolorante. I miei passi diretti verso il bagno diventarono l'unica musica a consolarmi. Era vuoto, proprio come lo era il mio cuore in quel momento.
Mi appoggiai al lavandino, aggrappandomi al bordo come se fosse la mia unica salvezza, in quel momento, per non piangere.
"Controllati, Euphyllia," mormorai, fissandomi allo specchio. Iniziai persino a sventolarmi il viso per trattenere le lacrime che mi inumidivano gli angoli degli occhi. "Ti è stata insegnata la compostezza. Sempre compostezza."
Continuai a ripeterlo come un mantra silenzioso, finché non mi raggelai: lo sguardo mi era caduto su un vasetto appoggiato con cura sul piano di marmo del lavandino. Dentro, solitario, c'era un fiore fin troppo familiare.
Un crisantemo!
Di nuovo!
L'altro giorno ne avevo trovato uno rosa, e ieri uno bianco; ora, era un crisantemo rosso!
"Non è possibile..." Il respiro mi si mozzò. "Non di nuovo..." Deglutii, con le mani tremanti alla vista dell'ennesimo biglietto legato allo stelo. Il cuore mi batteva all'impazzata mentre lo aprivo, preparandomi a un altro messaggio inquietante.
'Oh, se fossi in lui, non ti ignorerei mai. Non permetterei mai a un'altra donna di stringersi a me mentre tu te ne stai lì da sola. Lui è cieco, Lady Euphyllia. Ma io ti vedo. Sempre. Ricordalo. Guarda me. Solo me.'
Sibilai di frustrazione e controllai in fretta ogni cabina per assicurarmi che non ci fosse nessun altro. Non riuscii a frenare i tremiti del mio corpo quando non trovai nessuno, nemmeno dopo aver ispezionato l'esterno della toilette. Non c'era anima viva nei paraggi.
Perché, proprio in quel momento, un simile fiore doveva comparire in un luogo in cui mi trovavo da sola, accompagnato da un biglietto di quella persona?
Questo persecutore...
Ovunque andassi, mi lasciava un messaggio. La cosa non era più divertente.
Le ginocchia minacciavano di cedermi; mi aggrappai al lavandino, stringendone il bordo con forza. Le parole del biglietto mi si erano incise nella mente.
'Guarda me. Solo me.'
Chiunque fosse... quanto ne sapeva? Era forse nel salone, a osservare Redmund e Lilith proprio come stavo facendo io? O mi seguiva ovunque, in attesa del momento in cui sarei rimasta sola?
E come faceva a prevedere i miei movimenti, a sapere dove sarei andata?
Maledizione! Quell'individuo mi aveva già fatto passare due notti insonni. E non avevo la più pallida idea del perché mi lasciasse quei biglietti.
Mi premetti una mano sul petto, cercando di calmarmi e sforzandomi di fare un respiro profondo, ma l'aria lì dentro era soffocante; avevo la netta sensazione di essere osservata proprio in quell'istante.
"Non... non lascerò che la cosa mi sconvolga." Deglutii, sventolandomi il viso. Sentivo di essere a un passo dall'iperventilazione.
Lanciai un'occhiata fulminea al fiore. Lo afferrai e lo scaraventai nel cestino, come se quel gesto bastasse a calmarmi i nervi.
Ma, nonostante ciò, e per quanto mi ripetessi di dimenticare l'accaduto, il messaggio continuava a rimbombarmi in testa.
'Guarda me. Solo me.'
Scossi vigorosamente la testa, poi mi diedi dei leggeri colpetti sulle guance per riprendermi. Dovevo andarmene, prima che quel posto mi facesse impazzire. Mi sistemai l'uniforme con le mani e mi lisciai i capelli.
"Inspira. Espira," mormorai come una cantilena. Dovevo mantenere la calma una volta tornata. Dovevo restare calma.
Nessuno doveva vedermi crollare: non i miei compagni, non i miei superiori, e men che meno Redmund e Lilith.
Loro due erano le ultime persone davanti alle quali mi sarei mai mostrata vulnerabile.
Uscendo dalla toilette, mi guardai cautamente a destra e a sinistra, affidandomi ai miei sensi di lupo per captare la presenza di qualcun altro, ma il corridoio era deserto e immerso in un silenzio spettrale. Quando mi parve che la via fosse libera e non vi fosse alcuna traccia del mio persecutore, mi incamminai verso il salone delle assemblee, ma continuavo a sentirmi a disagio.
Era come se qualcuno mi stesse osservando da lontano, proprio in quel momento.
Era come se non fossi più al sicuro da nessuna parte.
Non appena spinsi le porte del salone, queste scricchiolarono sommessamente e mi resi conto che l'assemblea era già iniziata. Tutti i soldati e il personale amministrativo erano in rigoroso silenzio, con gli sguardi fissi sulla figura alta e imponente che si ergeva sul palco.
Quei familiari occhi nocciola screziati. Quei capelli castani, corti e in ordine, così morbidi da stringere tra le dita. Una barba curata a incorniciare un volto dai lineamenti duri, intrisi di autorità.
No... Non era possibile... Lui era lì?!
Imprecai a mezza voce: le parole del biglietto avevano ripreso a riecheggiarmi in testa, ripetendosi come un disco rotto.
'Guarda me. Solo me.'
Come se il destino si stesse prendendo gioco di me, l'uomo che non avrei mai più voluto incontrare piantò i suoi occhi nei miei. Il labbro superiore del Comandante Lucretius si incurvò in un sorriso, come se avesse finalmente trovato la sua preda.
