Il Quarterback e la Tata

Il Quarterback e la Tata

omotoyosibeth · Completato · 298.2k Parole

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Introduzione

Milicent Stark sa che cosa significhi resistere. Ha sopportato difficoltà, lutti e prepotenze per tutta la vita. È la ragazza di cui la gente ride, quella che ignorano, quella che spingono di lato; e per lei va bene essere invisibile.

Quando accetta un lavoro come tata convivente, si aspetta notti interminabili e bambini urlanti. Quello che non si aspetta è Romeo Sinclair, il quarterback stellare della scuola, e il suo peggior nemico.

Roman Sinclair è il quarterback di punta della Riverfield High: adorato, intoccabile e complice di ogni atto di bullismo. A scuola guarda la sua ragazza e i compagni di squadra fare a pezzi Milly. A casa, non vuole avere niente a che fare con lei.

Da qualche parte, tra sguardi rubati e silenzi condivisi, l’odio comincia a incrinarsi e qualcosa di inatteso inizia a sbocciare. Romeo deve scegliere tra il ruolo che ci si aspetta da lui e la ragazza che potrebbe costargli tutto.

Capitolo 1

CAPITOLO UNO

Mi ha portato via tutto

MILICIENT STARK

«Mi dispiace, Milly, ma dobbiamo lasciarti andare.» Lo chef Julius evita il mio sguardo mentre mi dà la notizia.

«C... come?» balbetto, chiedendomi se l’ho sentito male.

Si strofina la nuca. «Lo sai che sei una delle nostre lavoratrici più instancabili, vero?»

Lo stomaco mi crolla. Sta succedendo davvero. La pelle mi si copre di brividi e il sudore mi imperla la fronte sotto lo chignon spettinato. Sento il calore pizzicarmi sotto gli strati di vestiti, ma non mi tolgo il maglione. Invece mi sistemo gli occhiali enormi, mi mordo il labbro e sussurro: «Perché? Ho... ho fatto qualcosa di sbagliato?»

«No, no, eri perfetta, ti vogliono bene tutti, ma... è solo... lavoro... gli affari non vanno come dovrebbero e dobbiamo tagliare.» Spiega, continuando a non guardarmi.

Ho la gola secca e la lingua pesante. Gli occhi mi bruciano di lacrime, ma non piango. Non piangerò qui.

«Mi dispiace, Milicient. Spero che questo basti a tirarti avanti fino al prossimo lavoro.» Tira fuori dal taschino delle banconote stropicciate e me le stringe nel palmo.

«Grazie.» Sorrido, anche se so che non mi servirà a molto. Ho troppe bollette da pagare.

Miles ed Emma hanno bisogno di vestiti nuovi per il giorno delle foto e tra qualche giorno andranno anche allo zoo. Devo anche far tagliare loro i capelli. Servono scarpe nuove anche a me, e con questi soldi a malapena riesco a comprarmi un paio di scarpe. Rimango lì un secondo, a sguazzare nella mia autocommiserazione. La stanchezza mi affonda nelle ossa, ma non ho tempo da perdere. L’odore di disinfettante e olio aleggia nell’aria. Devo trovare subito un altro lavoro, ma chi assumerebbe una ragazza di diciott’anni che non ha niente?

Il panico si allarga dentro di me e il petto mi si stringe con forza.

Non so per quanto resto lì, poi esalo un respiro profondo e mi tolgo il grembiule.

«Milly!» mi chiama Maggie mentre le passo accanto.

La guardo, ricaccio indietro i nervi e sorrido. «Ciao, Maggie.»

Lavoravamo bene insieme.

«Ho sentito che ti hanno licenziata. Mi dispiace, Milly.» sussurra, tirandomi in un abbraccio.

Resto un attimo tra le sue braccia e cerco di non piangere mentre mi scosto. «Devo andare. Ci vediamo in giro, Maggie.»

«Dovresti sapere una cosa,» dice, fermandomi di colpo.

Mi volto verso di lei, le sopracciglia sollevate. «Cosa?»

«Lo chef non voleva licenziarti.»

Il battito mi salta e io sono così confusa. «E allora perché l’ha fatto?»

«Perché qualcuno non la smetteva di lamentarsi.» sussurra, e mi si schiude la bocca per la sorpresa. Suona terribilmente familiare.

«Chi?» chiedo infine, anche se lo sapevo già.

Maggie esita un secondo, poi me lo dice: «Poppy Barnes. Ha detto che non la smettevi di flirtare con il suo ragazzo ogni volta che li servivi.»

Mi sprofonda il cuore.

Poppy Barnes.

Mi ha fatto licenziare.

«Non l’hai sentito da me,» aggiunge Maggie, e scivola di nuovo dietro il bancone.

Non rispondo. Non riesco a rispondere. Dovrei essere abituata ormai al bullismo di Poppy, e invece no.

Il campanello della porta suona, tintinnando come vetro nel mio cranio.

Maggie sbuffa. «Parli del diavolo e spuntano le corna.»

Seguo il suo sguardo e mi blocco quando Poppy Barnes entra con il suo seguito. La pelle mi si accende di rossore e gli occhi mi bruciano. Mi ha fatto licenziare. Questo era il mio salvagente e lei me l’ha portato via, per cosa?

«Oh, tesoro,» ride Poppy, aggrappata al braccio del suo ragazzo.

Romeo Sinclair. Il quarterback titolare, la stella della scuola.

Il petto mi si ripiega su se stesso e gli occhi mi bruciano di lacrime.

Il suo sguardo feroce si pianta su di me e lei sogghigna. «Oh, eccola. Te ne stai andando, eh? Meglio così: via la spazzatura.»

La guardo per un istante, poi i miei occhi scivolano sul suo ragazzo. I suoi incontrano i miei, e capisco che lui lo sa, sa cosa ha fatto la sua ragazza, ma ovviamente non gli importa. Perché mai dovrebbe?

Devo andarmene da qui, e lo faccio. Mi dirigo verso la porta e non mi volto, nemmeno quando Poppy comincia a urlare il mio nome—be’, il nome “creativo” con cui mi chiama. Smetto di correre solo quando arrivo alla fermata dell’autobus.

Le lacrime scorrono libere e il petto mi cede con una fitta dolorosa. La disperazione mi cala addosso come una coperta fradicia, e mi viene voglia di strapparmi il cuore dal petto. Non so cosa fare. Sessanta dollari non possono durare a lungo.

Dopo aver aspettato sotto il sole per quello che sembra un’ora, finalmente l’autobus passa.

Sorrido calorosamente all’autista e mi siedo, come al solito, vicino al finestrino.

Venti minuti dopo scendo, lo saluto con la mano e torno a casa a piedi.

Casa mia è un piccolo bungalow malandato. È una delle cose che papà ha lasciato prima di andarsene. Ne sono continuamente grata, perché non dobbiamo pagare l’affitto. Il mio sguardo scorre sull’erba cresciuta troppo. Devo trovare il tempo di tagliarla.

Spingo la porta ed entro nel tepore. L’odore di un pasto cucinato in casa riempie l’aria e lo stomaco mi brontola.

«Milly!» strilla Emma e mi corre incontro.

«Ciao, tesoro.» Sorrido e la prendo al volo. Cerco di non fare un verso. Non ha più cinque anni. Ne ha otto, ed è una bambina grande ormai. Presto non riuscirò più a portarla in braccio.

Mi stringe forte e io cerco di non sciogliermi.

«Dov’è tuo fratello?» chiedo, posandola giù con delicatezza.

«In cucina.» Me lo dice con gli occhi che brillano.

Andiamo in cucina e ci trovo mamma, che mescola qualcosa mentre Miles taglia le cipolle.

«Il nostro piccolo chef.» Gli faccio il solletico e lui ridacchia. «Ciao, Milly.»

«Sei tornata presto.» Mamma mi guarda accigliata.

Il sorriso mi si spegne e sussurro, piena di vergogna: «Mi hanno licenziata.»

Lei smette di mescolare per un secondo, e il cucchiaio resta sospeso immobile; poi sorride e mi rassicura: «Ci riusciremo. Troveremo una soluzione.»

Il resto della serata lo passo a sistemare la cucina e a controllare i compiti, uno per uno. Mi assicuro di andare a letto presto, così da potermi svegliare in orario.

La mattina dopo, quando il sole comincia a sorgere, mi alzo anch’io. Sveglio i gemelli, e ci vuole un po’, poi li lavo e preparo loro la colazione. Mamma finalmente si sveglia, così li lascio con lei mentre mi preparo in fretta per la scuola. Raccolgo i capelli in uno chignon stretto, infilo il maglione blu navy e mi metto dei jeans scoloriti. Indosso le scarpe consumate e trascino i bambini fuori di corsa.

«Ciao, amori miei!» ci saluta mamma agitando la mano.

Lascio in fretta i gemelli a scuola ed espiro sollevata quando finalmente entro nel corridoio affollato della Riverfield High.

Manca cinque minuti alla prima ora, quindi mi faccio strada tra la folla fino al mio armadietto, solo per essere buttata giù con forza da dietro. I palmi mi sbattono sul pavimento e i libri si sparpagliano ovunque.

Poppy mi sorride, gli occhi che lampeggiano di crudeltà. «Oggi avresti dovuto restare a casa, perché se pensi che farti licenziare sia stato il peggio, allora non hai ancora visto niente.»

NOTA DELL’AUTORE

Millicent ha diciotto anni all’inizio del libro e Romeo ne ha diciannove. Per favore fatemi sapere se notate un’età diversa, così posso correggerla. Grazie per aver letto e buona lettura.

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«Allora gliene costruirò uno nuovo», rispondo. «Anche se per farlo dovessi dare fuoco io stesso al vecchio.»

Io non lavoro per Rowan Ashcroft.
Lavoro sotto di lui.

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E per molto tempo io sono stata soltanto utile.

Finché non ha cominciato a guardarmi.

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