Rivendicata dal Miliardario

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Khey Coco · In corso · 174.4k Parole

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Introduzione

«Firma.»

La sua voce era gelida, affilata come acciaio.

«Aspetti—dev’esserci un errore.»

«Firma quei maledetti documenti,» disse, a voce bassa, tagliente come una lama.

Ingoiai a fatica.

Le minacce di mio padre mi rimbombavano in testa: Se non lo fai, tuo figlio non lo rivedrai mai più.

E firmai.

Elizabeth Harper non era mai stata destinata a sposarlo. Lui era il pericolo in un completo su misura, la ricchezza avvolta nel silenzio, il potere nascosto dietro occhi azzurri e freddi.

Un errore, una firma nella stanza sbagliata, e adesso lei è legata a Christian Reed, il miliardario spietato noto per distruggere imperi… compreso il proprio sangue. Lei avrebbe dovuto essere invisibile. Obbediente e sacrificabile.

Capitolo 1

Il punto di vista di Elizabeth

Non sarei dovuta venire.

L’ho capito nell’istante in cui siamo scese dall’auto e ci siamo ritrovate dentro la follia scintillante del ballo in maschera annuale della Carlton Estate.

Dai lampadari grondanti d’oro al tintinnio dei calici di champagne, tutto in quel posto urlava ricchezza e prestigio: due cose a cui mio padre teneva più del suo stesso sangue.

Il vestito mi aderiva troppo. La stoffa rossa mi fasciava il corpo in un modo che mi metteva a disagio, e lo spacco era così alto che continuavo ad abbassarlo senza nemmeno accorgermene. L’aveva scelto Josephine, la mia matrigna poco incline all’amore.

«Cerca di non sembrare così miserabile,» sussurrò Jessica al mio fianco mentre entravamo nella sala da ballo. «Ti fai già notare per i motivi sbagliati.»

Non risposi.

Il suo abito dorato scintillava sotto le luci come se fosse fatto per essere guardato.

E in un certo senso lo era. Jessica era stata preparata per quel mondo fin dalla nascita. Sapeva incantare, sapeva mettersi in posa, sapeva farsi voltare gli uomini. Io ero soltanto… lì. Sempre nell’inquadratura, mai al centro.

Camminammo insieme, ma non sembrava nemmeno che vivessimo sullo stesso pianeta.

La musica si gonfiò: violini, qualcosa di classico e drammatico. Le risate rimbombavano dal lato opposto della sala. Camerieri in smoking neri passavano con vassoi di champagne e caviale. Tutti indossavano maschere, eppure era facile capire chi avesse il potere vero e chi stesse solo recitando.

«Perché fissi come se fossi all’inferno? È solo una festa,» disse, intrecciando il braccio al mio come se fossimo sorelle che condividono più del sangue. «Non metterci in imbarazzo.»

«Certo,» dissi, annuendo, e mi sfilai via.

Mi fermai vicino al bordo della folla: abbastanza vicina da sembrare presente, abbastanza lontana da essere ignorata.

Quello era il mio ruolo.

«Elizabeth.» La voce di mio padre tagliò l’aria come una lama.

Mi voltai lentamente. A malapena mi guardò: solo un lampo d’irritazione dietro la maschera.

«Cerca di non metterci in imbarazzo stasera,» borbottò.

«Non ho nemmeno detto niente,» ribattei.

«Non serve. La tua sola presenza è un rischio.»

Strinsi i denti. «Allora perché mi hai portata?»

La sua bocca si irrigidì. «Perché le apparenze contano. Adesso sorridi. Qualcuno d’importante potrebbe star guardando.»

Gli regalai un sorriso tagliente e finto, poi mi allontanai prima che potesse aggiungere altro.

Non ero lì per lui. Né per il suo disperato tentativo di restare rilevante in una città che si divertiva a divorare uomini come lui.

Ero lì perché era l’unico modo per sparire in piena vista: un altro corpo mascherato in un mare di eccesso.

Mi feci strada verso il bar, nascosto sul lato della sala. Avevo bisogno di qualcosa di forte, di qualcosa che rendesse quella notte sfocata ai bordi.

Il barista mi lanciò un’occhiata. «Cosa ti porto?»

«Vodka,» dissi. «Liscia. E per favore non scarsa.»

Il primo sorso bruciò. Il secondo mi sciolse appena le spalle.

Alzai lo sguardo dal bicchiere, le dita che si serravano sul vetro. La gente ballava e parlava; qualcuno rideva. Nessuno sembrava fuori posto. Nessuno fissava.

Eppure quella sensazione restava lì, dentro di me.

Svuotai il bicchiere con un’unica, secca sorsata e mi alzai; sotto i tacchi il pavimento ebbe un leggero sbandamento. Forse dovevo muovermi. Perdermi nel frastuono.

Mi avviai verso la pista, facendomi strada nella folla di abiti luccicanti e smoking neri, ignorando il modo in cui la gente si spostava appena per lasciarmi passare. Non ero dei loro. Non lo ero mai stata.

La musica era alta, una cadenza sensuale che ti si avvolgeva alla vita e ti tirava dentro il movimento.

Le coppie ondeggiavano, mani posate troppo in basso, corpi troppo vicini.

Entrai al centro, lasciando che la musica sommergesse tutto il resto.

Chiusi gli occhi.

Sentii addosso uno sguardo.

Non mi aspettavo di attirare la sua attenzione.

L’uomo nell’ombra.

Mi stava osservando dall’altra parte della sala, il drink intatto; c’era qualcosa nella sua presenza, qualcosa che metteva a disagio.

Indossava una maschera scura, un completo nero.

C’era qualcosa di pericoloso in lui, qualcosa che faceva sembrare tutti gli altri soltanto rumore di fondo.

Avrei dovuto distogliere lo sguardo. Se possibile, scappare.

Ma non lo feci.

Quando si mosse verso di me, la folla si aprì come se lo sentisse arrivare; e quando mi raggiunse lo sentii sfiorarmi, le sue mani calde alla mia vita, e io non ebbi un sussulto.

Le lasciai lì.

La pelle mi formicolò.

Non disse una parola. Come se non ce ne fosse bisogno. Anche dietro la maschera, i suoi occhi mi inchiodavano come un segreto.

Come se sapesse che non appartenevo a quel posto. Come se sapesse che non sapevo chi fossi, con addosso quell’abito e quel rossetto rosso.

«Vieni,» disse. Solo quella parola. La sua voce era profonda e ruvida.

Il cuore mi saltò un colpo.

Avrei dovuto dire di no.

Ma lo seguii.

Mi prese la mano e mi condusse fuori dalla pista.

Attraverso il corridoio. Ci fermammo davanti a una porta, e lui tirò fuori una key card dalla tasca come se il mondo gli appartenesse.

La stanza era buia e silenziosa. Sapeva di pelle e di liquore. C’era un divano e un bar.

Chiuse la porta alle nostre spalle.

Click.

Quel suono riecheggiò più forte della musica là fuori, come se il mondo si fosse zittito soltanto per noi.

Entrammo nella stanza e, senza dire una parola, lui si sedette sul bordo del letto, lo sguardo che non mi lasciava mai. Come se mi stesse aspettando, e il comando nei suoi occhi mi fece tendere ogni fibra.

«Vieni qui,» disse, la voce bassa e densa di controllo.

Le gambe si mossero prima che la mente riuscisse a raggiungerle. Feci un passo verso di lui, lenta e incerta, con il cuore che martellava così forte che avrei giurato potesse sentirlo.

Quando le sue mani mi trovarono la vita, forti e sicure, un brivido mi attraversò. Mi tirò tra le sue gambe, trattenendomi lì come se l’avesse già fatto altre volte. Come se sapesse di cosa avevo bisogno ancora prima di me.

Per un attimo si limitò a guardarmi. Non il mio corpo. Me.

E per la prima volta dopo tanto tempo mi sentii vista, non come la figlia invisibile di Harper, non come l’ombra di Jessica, ma come una donna.

Una donna che lui desiderava.

E Dio! Lo desideravo anch’io.

Ma non avrei dovuto.

Non ero io. Non era una cosa da me.

Ero venuta lì per sparire, per lasciarmi andare, non per farmi scucire da uno sconosciuto in una camera da letto piena di ombre.

Esitai. Il respiro mi si spezzò.

Avrei dovuto fare un passo indietro.

Avrei dovuto dire di no.

E invece rimasi lì, irrigidita nella sua presa, il cuore a tamburo, lacerata tra la paura e qualcosa di molto più pericoloso. Il desiderio.

I suoi occhi non lasciarono mai i miei.

Non incalzò, non supplicò. Aspettò soltanto.

Come se sapesse che stavo combattendo contro qualcosa che avevo già perso.

Poi mi baciò.

Con violenza.

Non c’era nulla di delicato in quel bacio. La sua bocca si posò sulla mia con durezza, ruvida e ingorda, come se fosse stato affamato.

Le sue mani mi scivolarono su per la schiena, tenendomi ferma, mentre la sua lingua si insinuava nella mia bocca, assaggiando, prendendo, reclamando.

Quando si staccò, respiravo a fatica, stordita.

Poi, senza dire una parola, mi fece scivolare le spalline dalle spalle e mi tirò giù il vestito fino alla vita.

Abbassò le coppe del reggiseno, lasciandomi il seno nudo. E rimase a fissarmi, come se stesse imparando a memoria ogni centimetro di me.

Si chinò e catturò un capezzolo tra le labbra: una luce bianca mi esplose dietro gli occhi. Una mano mi scivolò tra i capelli, mentre l’altra stringeva la pienezza del seno, e lui leccava e succhiava l’altro.

Si spostò, per dedicare a entrambi la stessa attenzione.

Diede uno schiaffo al lato di uno, solo per vederlo tremare. Con un suono rauco lo morsicò, come se fosse arrabbiato, come se volesse marchiarsi sulla mia pelle per sempre.

Mi si rovesciarono gli occhi all’indietro, il battito pulsava tra le gambe. Se non si fosse fermato, pensai che sarei potuta venire così, soltanto così.

Giocò con il mio seno finché non fui così fuori di me che avrei fatto qualsiasi cosa pur di sentirlo dentro—qualsiasi cosa.

Una voce dentro di me urlava di smetterla.

Ma la voce più forte, quella profonda nel petto, lo pregava di non farlo.

Perché, per una volta, non venivo giudicata. Né paragonata. Né usata.

Ero soltanto… desiderata.

Disperata, allungai una mano e armeggiai con la fibbia della sua cintura, liberandolo. Era caldo e pesante nella mia mano, e così duro che non riuscii a resistere: lo strinsi e lo feci scorrere nel pugno una volta.

Mi era impossibile: non sapevo che nella vita vera potesse esistere un cazzo così enorme; credevo fosse roba da quei libri porno che leggo online.

Sibilò contro la mia gola. Mi afferrò i fianchi e mi spinse giù finché non fui a metà sulla sua lunghezza.

Gemette.

Io ansimai.

È troppo grande. Fa troppo male.

«Oh, cazzo…» mugolò. «Sei così stretta e morbida, fatta alla perfezione per me, tesoro.»

Peccato che non sapesse che era la mia prima volta.

Si mosse lentamente dentro di me, quasi stesse cercando di non farmi male.

Io gli baciai il collo mentre da sotto mi scopava senza pietà. Veloce, forte, profondo. Pensai che mi sarei spezzata in due, e invece non avevo mai amato tanto una sensazione. Mi sentivo piena, colma. Sentendomi già salire, mi toccai il clitoride per arrivarci più in fretta. Ne avevo bisogno. Mi sfiorai in cerchi, mi inarcai sopra di lui, gemendo e amando i suoni che facevamo insieme.

«Brava, cazzo… che brava ragazza.» Mi morse la spalla, e mi mandò oltre il limite, tra stelle dietro le palpebre. Urlai mentre affondava in me ancora più forte e più veloce, come un uomo che non avesse conosciuto la dolcezza da anni.

«CAZZO!» ringhiò, venendomi dentro.

Adesso nella stanza c’era silenzio.

La musica fuori era solo un colpo sordo, attutito dietro le pareti, come un ricordo che cercasse di rientrare graffiando. La pelle mi brillava di sudore. Le cosce mi dolevano. E il cuore… non ero sicura che battesse ancora allo stesso modo.

Si stese sul letto, con un braccio buttato sopra la testa, come se non valessi la fatica. Come se fossi già dimenticabile.

Forse lo ero.

Scesi dal letto; l’orlo del vestito mi si era attorcigliato in vita e dei tacchi non c’era più traccia. Le gambe mi tremavano mentre mi chinavo a raccogliere le mie cose: reggiseno, borsa, dignità. Non lo guardai. Non ci riuscivo.

Non potevo credere di aver appena perso la verginità con uno sconosciuto.

Avevo la mano sulla maniglia quando sentii la sua voce, bassa, pigra, indecifrabile.

«Non vuoi nemmeno un nome? Nemmeno un volto?»

Mi fermai.

Volevo un sacco di cose. Un nome non ne avrebbe sistemata neanche una.

«No,» sussurrai. «Voglio solo dimenticare.»


E poi uscii dalla stanza e quasi inciampai addosso a Jessica.

«Oh. Mio. Dio!» strillò.

«Che c’è?» provai a fare l’ingenua.

«Ti ho seguita. So cos’hai fatto. Non pensavo che una santarellina come te andasse a scopare con uomini a caso.»

«È stata la mia prima volta.»

«Sì, certo. Come no,» mi derise, roteando gli occhi.

«Ti prego, non dirlo a Dad.»

«Oh, io avevo già intenzione di sistemarti, comunque. Ho pagato qualche soldo per mettere un po’ di qualcosa nel tuo drink. Non lo dico a nessuno… a meno che tu non lo dica.»

All’improvviso tutto aveva senso. Avevo bevuto un solo bicchiere, eppure mi sentivo già brilla: strana, accaldata.

Non sapevo se essere furiosa o grata perché non avrebbe parlato.

«Grazie,» mi costrinsi a dire, allontanandomi dal ghigno stampato sulla sua faccia.

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