Capitolo 1: Bride Unseen

Il punto di vista di Crema

«Preparati. Stanotte è la notte.»

Quelle parole avrebbero dovuto rendermi felice.

Invece mi strinsero lo stomaco.

Mio padre mi stava davanti, con l’orgoglio che gli brillava negli occhi. Dopo tre lunghi anni, la Crimson Moon sarebbe finalmente sorta di nuovo. E con lei sarebbe arrivato il momento di cui ogni lupo sognava.

L’arrivo del mio compagno predestinato.

Avrei dovuto essere entusiasta.

Avrei dovuto contare i minuti.

Dopotutto, stanotte avrebbe dovuto portarmi Prince Giovan.

L’uomo che per anni avevo creduto sarebbe stato il mio futuro.

L’uomo che tutti si aspettavano che amassi.

E forse lo amavo.

O almeno, credevo di amarlo.

Prince Giovan era tutto ciò che una Luna potesse desiderare. Bello. Potente. Rispettato. In quanto alpha anziano della famiglia reale, la sua sola presenza imponeva attenzione ovunque andasse.

Anche quelle poche volte in cui l’avevo visto da lontano, capivo perché così tanti lo ammirassero.

Sembrava abbastanza forte da proteggere un intero regno.

Abbastanza forte da proteggere me.

Allora perché non riuscivo a scrollarmi di dosso quella sensazione?

Più si avvicinava la notte, più quell’inquietudine si faceva rumorosa.

C’era qualcosa che non andava.

Non abbastanza da farmi scappare.

Non abbastanza da farmi rifiutare.

Solo quanto bastava per farmi chiedere se il futuro che avevo sognato per anni fosse davvero mio.

O se fosse uno scelto per me molto tempo prima.

«Sì, padre. Sarò pronta.»

Cercai di sembrare composta.

Di sembrare la futura Luna che tutti si aspettavano che fossi.

Eppure un filo di entusiasmo mi tradì nella voce.

A differenza della maggior parte delle ragazze, non avevo mai temuto l’arrivo del mio compagno.

Forse perché mi ero già convinta che Giovan fosse quello che volevo.

«Sono contento che tu ne sia felice,» disse mio padre sorridendo. «Almeno non abbiamo mai dovuto convincerti.»

Aggrottai la fronte.

«Papà, che significa?»

La mia voce uscì più tagliente di quanto avessi voluto.

«Non dovrei essere emozionata perché il mio compagno è un Alpha? Perché è il futuro re?»

Feci un passo verso di lui.

«Dovresti essere felice anche tu per me. È per questo che mi preparo da tutta la vita.»

Immagini mi balenarono nella mente.

Un futuro.

Una famiglia.

Bambini che correvano per i corridoi del palazzo.

Tutto ciò che avevo immaginato da quando ero piccola.

L’espressione di mio padre si addolcì.

«Certo che sono felice, tesoro.»

La sua voce si fece più tenera.

«Sono grato che, diversamente da altri prima di te, tu non abbia mai combattuto la tradizione.»

Sapevo benissimo a quale tradizione si riferisse.

Il fidanzamento combinato.

L’accordo stipulato anni prima che fossi abbastanza grande da capirlo.

«La tua accettazione significa più di quanto tu possa immaginare.»

Qualcosa dentro di me si contorse.

Appena.

Ma lo respinsi.

Sorrisi e gli cinsi le braccia attorno.

«Nessun rimpianto,» sussurrai.

Non era del tutto una bugia.

Mio padre mi strinse forte, poi si scostò.

Appena se ne andò, mia madre prese il suo posto.

I servitori mi circondarono all’istante, portando abiti, gioielli e tutto ciò che ci si aspettava da una futura Luna che stava per incontrare la famiglia reale.

La stanza ribolliva di attività.

La famiglia di Prince Giovan sarebbe arrivata presto.

E all’improvviso tutto parve terribilmente reale.

Mia madre mi sistemò una ciocca di capelli dietro l’orecchio.

«Il matrimonio non è facile, Crema.»

Il calore nella sua voce mi fece alzare lo sguardo.

«Ci saranno giorni in cui vorrai andartene.»

Sorrise, triste.

«Ci saranno incomprensioni. Litigi. Momenti difficili.»

Le sue dita mi strinsero la spalla.

«Ma abbi pazienza.»

Ascoltai in silenzio.

«Il tuo rapporto con Prince Giovan è importante. Questo futuro è stato deciso quando eravate entrambi bambini.»

Qualcosa, in quelle parole, si posò pesante dentro il mio petto.

Prima che potessi rispondere, un’altra voce rimbombò nella stanza.

«Oh?»

Ogni servitore si irrigidì all’istante.

Mia madre chiuse gli occhi per un istante.

E io sapevo già chi fosse.

Janine.

Mi voltai verso la porta.

Era lì, con le braccia incrociate, addosso la solita espressione compiaciuta.

Bellissima.

Bellissima con una facilità che faceva male.

Una bellezza capace di zittire la gente quando entrava in una stanza.

Quella che faceva dimenticare agli uomini perfino il proprio nome.

Mia madre non l’aveva invitata.

Anzi, si era data da fare per tenerle segreta questa notte.

Allora perché era lì?

E perché all’improvviso una sensazione cattiva mi si fermò nello stomaco?

Janine passò lentamente in rassegna la stanza.

I servitori.

Gli abiti.

I gioielli.

Poi i suoi occhi si posarono su di me.

Un sorriso crudele le si allargò sul volto.

«Che cos’è tutta questa storia?»

La sua voce grondava scherno.

«C’è forse un grande evento, stanotte?»

Nessuno rispose.

Sembrò solo divertirla ancora di più.

Mi squadrò dalla testa ai piedi.

Poi rise.

«Wow.»

Lo sguardo le indugiò sulle domestiche che mi sistemavano.

«Le povere serve fanno gli straordinari per cercare di rendere Crema presentabile.»

Alcune abbassarono subito la testa.

Janine fece schioccare la lingua con ostentazione.

«Dev’essere estenuante.»

Sospirò.

«Rendere bella una persona è facile.»

Il suo sorriso si allargò.

«Ma far apparire bene qualcuno che non è bella di natura?»

Scrollò le spalle.

«Quello è praticamente un miracolo.»

Nella stanza calò un silenzio assoluto.

Ci ero abituata.

Janine era sempre stata così.

Tagliente.

Crudele.

Volutamente ferina.

E la parte peggiore?

Sapeva esattamente dove colpire.

Perché non aveva torto.

Janine era splendida.

Capelli perfetti.

Pelle perfetta.

Sicurezza perfetta.

Gli uomini la seguivano ovunque.

Alfa.

Beta.

Perfino omega.

Io, invece, non mi ero mai curata granché dell’aspetto.

Preferivo la semplicità.

La comodità.

La pace.

Purtroppo, Janine trattava tutto questo come un difetto personale.

«Janine.»

La voce di mia madre tagliò l’aria nella stanza.

Gelida.

Di avvertimento.

«Non apprezzo il tuo tono.»

Janine sollevò un sopracciglio innocente.

Mia madre si alzò dalla sedia.

«Stasera la famiglia del principe Giovan verrà in visita per discutere del matrimonio.»

Per la prima volta, qualcosa attraversò il volto di Janine.

Qualcosa di rapido.

Svanito quasi subito.

Ma io lo vidi.

E all’improvviso la mia inquietudine si fece più forte.

Mia madre avanzò di un passo.

«Ho una sola richiesta.»

La voce le si indurì.

«Non mettere alla prova la mia pazienza, stasera.»

La stanza parve serrarsi intorno a noi.

«Ho tollerato fin troppo del tuo comportamento.»

Lo sguardo di mia madre si inchiodò al suo.

«Quindi qualunque cosa tu stia progettando...»

Abbassò la voce.

«Non fare niente che possa rovinare questo incontro.»

Osservai Janine con attenzione.

Troppa attenzione.

Perché sapevo benissimo perché sembrava turbata.

Janine era sempre stata ossessionata dal principe Giovan.

Non l’aveva mai ammesso apertamente, ma non ne aveva bisogno.

Si vedeva.

E ora che mia madre aveva rivelato lo scopo della riunione di stasera, una cosa la sapevo con certezza.

Janine non era felice per me.

Neanche un po’.

Per un istante brevissimo, la sua maschera scivolò.

Le guance le si imporporarono.

La delusione le balenò sul viso.

Poi sparì con la stessa rapidità.

Al suo posto comparve un sorriso.

Levigato.

Finto.

Pericoloso.

«Zia, va bene così.»

Lasciò andare un sospiro teatrale.

«Sono felice per Crema.»

Gli occhi le scivolarono su di me.

«Davvero. Congratulazioni, cugina. Finalmente ti sposi.»

Qualcosa, nel modo in cui lo disse, mi fece pizzicare la pelle.

Poi continuò.

«Purtroppo, all’incontro non parteciperò.»

Si portò una mano al petto.

«Non mi hai informata prima, quindi immagino che non sia considerata abbastanza famiglia da essere inclusa.»

Il sorriso si allargò.

Di quelli che non sono un sorriso.

«Comunque, adesso vado.»

Fece un passo indietro.

«Addio.»

«Janine.»

La voce di mia madre fermò diverse domestiche sul punto di muoversi.

Ma non Janine.

Non si voltò nemmeno.

La porta d’ingresso si chiuse pochi istanti dopo.

Con forza.

Mia madre si massaggiò la tempia.

«Ragazza testarda.»

Non dissi nulla.

Una parte di me era semplicemente sollevata che se ne fosse andata.

Almeno, stasera ci sarebbe stato meno dramma.

O almeno lo speravo.

Le domestiche tornarono al lavoro.

Qualche ritocco finale.

Un nastro raddrizzato.

Una piega lisciata.

Poi mia madre fece un passo indietro e mi studiò con attenzione.

Le comparve un sorriso lento.

«Sei deliziosa.»

Le domestiche furono congedate.

Insieme, ci avviammo verso il salotto.

Il polso mi accelerava a ogni passo.

Abbassai lo sguardo su di me.

L’abito era semplice.

Elegante senza essere appariscente.

Esattamente come lo volevo.

I capelli erano stati raccolti in una coda ordinata, legata con un delicato nastro a farfalla.

Volevo che il principe Giovan pensasse che ero bella.

Non disperata.

Non troppo preparata.

Solo... bella.

Poi la voce di mio padre risuonò per la casa.

«Sono qui.»

Ogni pensiero svanì.

Il cuore mi martellò contro le costole.

Sono qui.

Le parole si ripeterono, ancora e ancora, dentro la mia testa.

All’improvviso non riuscivo più a respirare bene.

E se cambiasse idea?

E se non avesse mai voluto questo matrimonio?

E se il re fosse venuto qui per annullare tutto?

Le domande mi assalirono una dopo l’altra.

Inesorabili.

Crudeli.

La mano di mia madre cercò la mia.

Mi strinse piano.

«È normale essere nervosa.»

La sua voce si addolcì.

«Hai aspettato a lungo per questo.»

Annuii.

O almeno ci provai.

Perché il nodo nello stomaco non fece che serrarsi.

Gli ospiti cominciarono a riempire la sala, lentamente.

Le voci si mescolarono.

Saluti.

Formalità.

Cortesie.

Ma io ne percepivo a malapena l’eco.

I miei occhi cercavano una persona sola.

Giovan.

Guardai vicino all’ingresso.

Niente.

Verso le finestre.

Niente.

Accanto a suo padre.

Niente.

All’improvviso la stanza mi parve più fredda.

Dov’era?

Il polso ricominciò ad accelerare.

E se non fosse venuto?

E se tutto ciò che avevo immaginato stesse per svanire?

Odiavo quanto quel pensiero mi facesse sentire disperata.

Una cosa che avevo sempre ammirato del nostro regno era la tradizione.

Non importava se lo sposo fosse un Alfa, un re o il futuro sovrano.

Quando si parlava di matrimonio, l’uomo andava a casa della donna.

Persino King Dior rispettava quell’usanza.

Niente eccezioni.

Niente privilegi.

Eppure, nonostante quel rispetto per la tradizione...

Suo figlio non era ancora lì.

Passarono dei minuti.

Ognuno sembrava più lungo del precedente.

Poi King Dior parlò, infine.

La sua voce profonda riempì la sala.

«Se Giovan si rifiuta di obbedire...»

La sua espressione si incupì.

«Portatelo dentro.»

La sala si immobilizzò.

Anch’io.

Per un momento rimasi soltanto a fissare il vuoto.

Poi mi sfuggì una risata amara.

Piccola.

Sorda.

Impossibile da trattenere.

Non perché ci fosse qualcosa di divertente.

Ma perché, d’un tratto, ogni cosa trovò il suo posto.

Non voleva essere lì.

Il futuro re non voleva quel matrimonio.

Non voleva me.

La consapevolezza mi colpì più forte di quanto avessi previsto.

Accanto a me, mia madre mi diede una gomitata secca sul braccio.

Un avvertimento.

Non qui.

Non davanti a loro.

Abbassai lo sguardo.

Cercando di nascondere il bruciore che mi cresceva nel petto.

Ma come avrei dovuto sentirmi?

Il mio futuro marito non era in ritardo per un’emergenza.

Era in ritardo perché qualcuno doveva costringerlo a venire.

Qualche minuto dopo, nel corridoio risuonarono dei passi.

La sala si voltò verso l’ingresso.

E poi apparve.

Prince Giovan.

Per anni avevo immaginato questo momento.

Mi ero chiesta che cosa avrei provato, quando finalmente l’avessi visto davanti a me.

Eccitazione.

Felicità.

Sollievo.

Forse persino destino.

Invece...

Il cuore mi sprofondò.

Perché la prima cosa che notai non fu quanto fosse bello.

Né quanto fosse potente.

Né come ogni persona nella sala lo avesse notato all’istante.

Fu l’espressione sul suo volto.

Fastidio.

Puro fastidio.

Come se lo avessero trascinato in un posto dove non aveva mai voluto mettere piede.

Come se incontrarmi fosse l’ultima cosa che desiderava fare.

E in quell’istante, ogni ora passata a sognare questa sera mi parve improvvisamente sciocca.

Eppure...

Non potevo negarlo.

Prince Giovan era di una bellezza che lasciava senza fiato.

La semplice camicia scura che indossava si tendeva sulle spalle larghe e su un fisico potente. Persino lì, fermo con l’irritazione stampata in faccia, riusciva in qualche modo ad attirare l’attenzione di tutti senza fare nulla.

Compresa la mia.

Per alcuni secondi imbarazzanti mi ritrovai a fissarlo.

Quello era l’uomo che avevo immaginato per anni.

L’uomo che avrebbe dovuto diventare mio marito.

L’uomo che il destino aveva scelto per me.

Poi la realtà mi piombò addosso.

Con violenza.

Perché, per quanto fosse bello, sembrava che preferisse essere ovunque, tranne che lì.

L’eccitazione che mi ero portata dietro per tutta la giornata si prosciugò lentamente.

Abbassai gli occhi e rimasi in silenzio.

Non c’era altro da fare.

Nulla, se non aspettare.

King Dior si alzò dal suo posto.

La sua voce tagliò subito la sala.

«È tutto pronto.»

Ogni conversazione si spense.

«Quando stanotte sorgerà la Luna di Sangue, si procederà con le nozze.»

La sala si gelò.

Io compresa.

Gli occhi di mio padre si spalancarono.

Le dita di mia madre si strinsero sul bracciolo.

Non era ciò che si aspettava nessuno.

Credevamo che stasera si sarebbe discusso.

Un incontro formale.

Non una decisione definitiva.

«Mi perdoni, Maestà.»

Mio padre si alzò con cautela.

Per quanto rispettoso, nella sua voce era impossibile nascondere lo stupore.

«È piuttosto improvviso.»

Lanciò un’occhiata a mia madre.

«Credevamo che questa sera sarebbe servita a discutere gli accordi.»

L’espressione di King Dior non cambiò.

«Sarò diretto.»

L’aria si fece immediatamente più pesante.

«Mio figlio si sta lasciando distrarre da una donna.»

Un muscolo gli scattò nella mascella.

«Una donna di cui non so nulla.»

La sua voce si indurì.

«Qualcuna senza alcuna posizione nel nostro regno.»

Lo sguardo del re scivolò sulla sala.

«Mi rifiuto di permettere che il futuro di mio figlio venga distrutto per un’ossessione passeggera.»

Lo stomaco mi precipitò.

Una donna?

Guardai Prince Giovan.

La sua espressione si oscurò all’istante.

La reazione era impossibile da ignorare.

Chi era lei?

Qualcuna che lui amava?

Qualcuna che desiderava al mio posto?

Le domande mi inondarono la mente così in fretta che divenne impossibile distinguerle.

Guardai dall’uno all’altro, padre e figlio.

Uno determinato.

Uno furioso.

E, d’un tratto, quel matrimonio non sembrò più una favola.

Sembrò un campo di battaglia.

«Non hai niente da dire?»

La voce di King Dior si fece gelida.

La domanda era rivolta a Giovan.

La sala trattenne il fiato.

Io con lei.

Lentamente, Prince Giovan girò la testa.

Il suo sguardo si posò su di me.

Per la prima volta.

Il cuore mi inciampò nel petto.

I suoi occhi mi scorsero con attenzione.

Senza fretta.

Senza sufficienza.

Eppure, in qualche modo, mi fece sentire messa a nudo.

Come se stesse misurando qualcosa.

Valutando qualcosa.

Decidendo qualcosa.

Poi distolse lo sguardo.

Senza dire una sola parola.

Il dolore sordo che seguì mi sorprese.

Perché il silenzio può ferire molto più del rifiuto.

E il suo silenzio diceva tutto.

Nel giro di pochi minuti, fu tutto deciso.

Niente discussioni.

Niente trattative.

Niente obiezioni.

Il matrimonio si sarebbe celebrato quella sera.

L’abito era già stato consegnato.

Gli invitati erano già stati avvisati.

La decisione era già stata presa.

Quando King Dior e il suo seguito se ne andarono, io mi sentivo ancora intorpidita.

Prince Giovan uscì con loro.

Senza parlarmi.

Senza voltarsi.

Senza darmi un solo motivo per credere che desiderasse quel matrimonio.

Eppure...

C’erano verità che non riuscivo a vedere.

Verità nascoste dietro ogni sguardo gelido.

Verità che nessuno mi aveva detto.

Perché Prince Giovan si era già innamorato di me.

Molto prima di quell’incontro.

Molto prima di quella sera.

Molto prima che uno di noi due si trovasse nella stessa stanza.

Mi aveva vista.

Mi aveva osservata.

Mi aveva ricordata.

E l’indifferenza che indossava con tanta facilità non era altro che una maschera.

Una maschera pericolosa.

Perché più mi voleva...

Più lottava per nasconderlo.

Ore dopo...

La villa fremeva di eccitazione.

Gli invitati riempivano ogni angolo.

La musica rimbalzava lungo i corridoi.

La Blood Moon sarebbe sorta presto.

Tutti aspettavano la sposa.

Tutti, tranne la sposa.

«Janine, smettila!»

La voce mi tremava.

La stanza della vestizione sembrava troppo piccola.

Troppo calda.

Troppo caotica.

Janine aveva perso completamente il controllo.

Le mani le afferrarono il mio abito da sposa.

Tirando.

Strappando.

Distruggendo.

Il suono del tessuto che si lacerava rimbombò nella stanza.

«Ti prego!»

Le afferrai i polsi.

«Che cosa stai facendo?»

Aveva gli occhi rossi.

Selvaggi.

Pieni di qualcosa di più scuro della rabbia.

«Io non posso accettarlo!»

L’urlo le esplose dal petto.

Anni di gelosia.

Anni di rancore.

Anni di ossessione.

Tutto che crollava fuori, in un colpo solo.

«Giovan l’ho conosciuto prima io!»

Strappò di nuovo l’abito.

«Era mio, per primo!»

Il tessuto si aprì ancora di più.

Il cuore quasi mi si fermò.

«Janine, ascoltati!»

«No!»

Le lacrime le rigavano il viso.

«No!»

La voce le si spezzò.

«Io lo amavo!»

La stanza girò.

Perché non si trattava più del matrimonio.

Non si trattava nemmeno di me.

Si trattava di una donna che si era convinta che l’amore le desse diritto al futuro di qualcun altro.

«Lo sapevi che era il mio compagno combinato.»

La voce mi tremava.

«Lo sapevi dall’inizio.»

Per un istante, sul suo volto lampeggiò il senso di colpa.

Poi sparì.

Sostituito dalla furia.

Furia pura.

«Avresti dovuto rifiutare!»

Si scagliò in avanti.

«Avresti dovuto farti da parte!»

Un altro strappo attraversò l’abito.

Il mio abito da sposa.

Quello che avevo sognato di indossare.

Quello che mi aspettava di sotto.

Quello che tutti si aspettavano di vedere.

Finito.

Distrutto pezzo dopo pezzo.

«Basta!»

La spinsi via.

Il petto mi si sollevava a scatti.

La stanza piombò nel silenzio.

Janine mi fissò.

Io fissai lei.

Nessuna delle due si mosse.

Poi...

Si sentì bussare alla porta.

Tre colpi secchi.

Tutti si immobilizzarono.

Il sangue mi si gelò.

«Lady Crema?»

La voce nervosa di un servo arrivò da fuori.

«La cerimonia comincia tra venti minuti.»

Venti minuti.

Abbassai lentamente lo sguardo.

Sull’abito rovinato che mi pendeva addosso.

Sul tessuto strappato raccolto ai miei piedi.

Sui danni che non potevano essere nascosti.

Che non potevano essere riparati.

Che non potevano essere spiegati.

Il polso mi martellava.

Perché al piano di sotto...

Centinaia di invitati aspettavano.

La Blood Moon stava sorgendo.

Il futuro re aspettava all’altare.

E io non avevo più niente da indossare.

Poi il servo parlò di nuovo.

Stavolta con voce terrorizzata.

«Lady Crema...»

Seguì una lunga pausa.

Poi le parole che mi fermarono il cuore.

«Prince Giovan sta salendo.»

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