Capitolo 4 CAPITOLO 4
Punto di vista di Vivienne
Spalancai la porta dell’appartamento con più forza di quanto volessi, ancora furiosa per Rafael.
Ma chi si credeva di essere? A fare come se fossi io l’idiota per aver cercato di aiutarlo. Me lo rimisi in testa, ancora e ancora; ogni volta mi veniva da rabbrividire, pensando a quanto dovevo essere sembrata stupida.
L’odore acre di alcol mi colpì prima ancora che entrassi del tutto. Mio zio era sul divano, sprofondato con una bottiglia di vino mezza vuota in mano, mentre la TV sparava a tutto volume qualche stupido quiz. Gli occhi gli scivolarono su di me, rossi e vitrei.
«Be’, guarda chi si ricorda finalmente dov’è casa», biascicò. «La signorina quattro-occhi.»
Mi immobilizzai sulla soglia, stringendo la borsa con forza. Avrei dovuto tirare dritto fino alla mia stanza. Ma non mi mossi abbastanza in fretta.
«Non startene lì impalata come una statua!» ringhiò, scagliandomi addosso una delle sue vecchie scarpe da ginnastica. Si schiantò contro il muro a pochi centimetri dalla mia testa. «Vai a farmi da mangiare, dannazione, prima che muoia di fame.»
La gola mi si strinse, ma non risposi. Non lo facevo mai. Senza dire una parola, lasciai cadere la borsa e andai nella cucina minuscola. Mi tremavano le mani mentre mettevo insieme qualcosa, sbrigandomi solo per farla finita. Per tutto il tempo, dal divano, lui borbottò insulti—patetica, inutile, un peso morto.
Posai il piatto davanti a lui e chinai il capo, in attesa che scattasse di nuovo. Non mi degnò neppure di uno sguardo: afferrò la forchetta e iniziò a ingozzarsi.
Quella era la mia occasione per scappare.
Di nuovo in camera mia, chiusi la porta e ci appoggiai la schiena, con le lacrime che mi bruciavano negli occhi.
Odiavo questa vita. Odiavo quanto mi facesse sentire piccola. Mi premetti una mano sulla bocca per soffocare il rumore quando, alla fine, le lacrime scivolarono fuori.
Dopo un po’, mi costrinsi a respirare, a calmarmi. Mi arrampicai sul letto e presi il nuovo romanzo fantasy che stavo leggendo a scuola. Lupi mannari, compagni predestinati, magia… mondi in cui persone come me potevano davvero contare.
Mi rannicchiai con il libro, lasciando che le parole sfocassero i contorni della mia realtà finché le palpebre non si fecero pesanti. Presto il libro mi scivolò dalle mani e il sonno mi trascinò giù.
Non ricordo nemmeno di essermi addormentata. Un attimo prima ero raggomitolata con il libro, quello dopo ero in piedi nel mezzo di una foresta.
—--
Gli alberi si innalzavano altissimi sopra di me, i rami contorti in forme che coprivano la luna. Era tutto ombre. Troppo buio. Troppo silenzioso.
Il petto mi si strinse. Qualcosa non andava.
Un ululato squarciò il silenzio e mi rizzò i peli sulle braccia. Mi voltai di scatto, ma non vedevo nulla. Solo alberi neri senza fine che sembravano chiudersi su di me.
Corri.
Il pensiero mi urlò nella testa, e le gambe obbedirono prima ancora che potessi decidere. Corsi, il respiro che mi esplodeva dentro e fuori, le scarpe che martellavano il terreno umido. Ma alle mie spalle lo sentii: il tonfo pesante di zampe, sempre più vicino.
Spinsi di più, ma il suolo della foresta era irregolare. Il piede inciampò in una radice e caddi pesantemente, la terra che mi graffiò i palmi. Un dolore acuto mi attraversò il ginocchio mentre rotolavo in avanti.
Non avevo tempo di muovermi.
Il lupo era già lì.
Torreggiava su di me, gli occhi rossi che brillavano nel buio, i denti affilati che luccicavano. Mi si gelò il corpo. Non riuscivo a urlare. Non riuscivo nemmeno a respirare. Quegli occhi si piantarono nei miei e qualcosa mi si contorse nel petto. Li conoscevo. In qualche modo.
Perché li conosco?
Il lupo abbassò la testa e io mi preparai al morso. Ma invece la sua lingua mi sfiorò la guancia. Calda. Ruvida. Scintille mi attraversarono la pelle come piccoli colpi di elettricità, e ansimai. E allora accadde la cosa più strana—qualcosa dentro di me si spostò, come un filo che mi legasse alla bestia. La paura si aggrovigliò a quella trazione improvvisa. Quel legame.
Non lo capivo. Non potevo.
Poi il lupo si ritrasse, un ringhio gli strappò la gola. Sollevò le labbra, i denti in mostra, e prima che potessi muovermi scattò con le mascelle verso il mio viso.
Urlai.
E spalancai gli occhi.
Mi svegliai ansimando, con il sudore appiccicato alla pelle. Il cuore non voleva saperne di rallentare.
Quel lupo… quegli occhi. Rossi. Ardenti. Li conoscevo. Non avrei dovuto, eppure era così.
Rafael?
Il pensiero mi attorcigliò lo stomaco. Perché lui? Perché il mio sogno aveva mescolato lui con… qualunque cosa fosse quella? Scintille, calore, un legame che non aveva senso. E poi i suoi denti, che scattavano verso di me. Rabbrividii.
«Che diavolo mi prende?» sussurrai nella stanza vuota.
Mi strofinai il viso, cercando di cancellare tutto. Era solo un sogno. Solo il mio stupido cervello che inventava assurdità per via di ieri. Solo quello. Nient’altro.
Mi costrinsi ad alzarmi dal letto e a infilarmi nella routine. Doccia. Divisa. Capelli tirati indietro. Avevo bisogno di normalità. La normalità era sicura.
Allungai la mano verso il telefono, pronta a controllare l’ora, ma mi immobilizzai.
Bzz. Bzz. Notifiche in fila sullo schermo. Avvisi di addebito. Uno dopo l’altro.
Mi crollò il petto quando aprii l’app della banca. Il mio conto risparmio—quello che mettevo su da anni, centesimo dopo centesimo, sperando che coprisse almeno una parte delle tasse universitarie—era vuoto. Ripulito.
Scomparso.
Fissai lo schermo, intontita. La gola si strinse e il telefono mi scivolò tra le mani sudate.
Tutte quelle notti passate a fare ripetizioni. Tutti quei lavoretti saltuari. I pasti saltati. Tutte le volte che avevo detto di no a Emma quando voleva uscire perché dovevo risparmiare. Tutto. Sparito.
No. No. No. No.
Aggiornai di nuovo l’app, il dito che tremava contro lo schermo. Zero. Ancora zero. Il saldo mi derideva, un numero piatto al posto di anni di fatica.
Avevo i palmi bagnati. La gola sembrava chiudersi. C’era una sola persona che avrebbe potuto mettere mano a quel conto. Una sola persona che trovava sempre il modo di rovinare tutto.
Prima ancora di rendermene conto, stavo già marciando giù per il corridoio, il telefono stretto così forte che mi dolevano le nocche. Spalancai la sua porta con un colpo secco.
Mio zio a malapena trasalì. Era stravaccato sul letto sudicio, con addosso una puzza di alcol, una bottiglia di vino mezza vuota ancora in mano. Il riverbero della TV gli tremolava negli occhi vitrei.
«Come hai potuto?!» La voce mi si spezzò, più forte di quanto mi fossi mai sentita. Il petto bruciava. «Quei soldi erano miei! Mi senti? Miei! Ci ho lavorato per anni, per averli!»
Mi sbatté le palpebre contro, lento, ottuso, e poi sogghignò come se fosse una grande barzelletta.
Il sogghigno gli si allargò mentre si tirava su, barcollando un po’. La bottiglia gli scivolò di mano e tintinnò sul pavimento.
«Già,» biascicò. «Li ho presi. Tutti. Credi che i soldi crescano sugli alberi, ragazzina? Avevo dei debiti. Debiti veri. Dovresti ringraziarmi. Sei ancora viva, sotto il mio tetto.»
Mi si rivoltò lo stomaco. «Debiti?!» La voce mi tremava di rabbia. «Quello era il mio futuro! Le mie tasse! Ma ti senti quando parli? Tu non paghi niente. Non paghi per me! Ho lavorato ogni ora per mettere da parte quei soldi e tu—»
«Sta’ zitta,» ringhiò, puntandomi un dito contro. «Sei giovane. Ne farai altri. Non fare come se fosse la fine del mondo.»
«Non provare a farmi passare per pazza!» Mi uscì di bocca prima che riuscissi a fermarmi. Avevo il petto che ansimava, le lacrime che mi annebbiavano la vista. «Credi che non lo sappia? Credi che il tuo culo miserabile avrebbe mai pagato per me? Non hai mai fatto una cosa decente per me! Hai rovinato tutto!»
La sua faccia si contorse, la rabbia cancellò il sogghigno. In un attimo, la sua mano partì.
Lo schiaffo mi esplose sulla guancia così forte che la testa mi scattò di lato. La pelle prese fuoco.
Barcollai all’indietro, stringendomi la faccia, senza fiato.
Mi sovrastò, gli occhi iniettati di sangue, la voce tagliente e velenosa. «Bada a come parli. Un’altra parola e te ne pentirai.»
Poi mi spinse fuori dalla stanza, sbattendo la porta così forte che tremarono le pareti.
Mi accasciai sul pavimento del corridoio, le ginocchia che cedettero. Le lacrime arrivarono calde e rapide, traboccando prima che riuscissi a fermarle. Mi faceva male il petto, mi bruciava la guancia, ma il dolore peggiore era dentro: la sensazione che l’ultimo pezzo di speranza mi fosse stato strappato via.
