
La Finta Fidanzata dell'Alfa dell'Hockey
midaspen78 · In corso · 444.0k Parole
Introduzione
E poi c’è Rafael. Cupo. Intoccabile. Il ragazzo di cui tutti parlano, ma che nessuno conosce davvero. Dovrebbe essere l’ultima persona a cui Vivienne si avvicinerebbe, eppure non riesce a distogliere lo sguardo. La trascina con sé con un pericolo che sa essere allo stesso tempo terrificante e rassicurante, come se vedesse quelle parti di lei che nessun altro riesce nemmeno a sfiorare.
Ma Rafael custodisce segreti — segreti capaci di distruggere entrambi. E più Vivienne gli si avvicina, più diventa difficile capire se lui sia la sua via d’uscita… o il motivo per cui non riuscirà mai a scappare.
Capitolo 1
Punto di vista di Vivian
Fissavo la lavagna, ma con la testa non ero in classe. La voce di Mr. Allen era solo un ronzio di sottofondo, mentre i miei pensieri tornavano al libro nuovo che avevo nello zaino. Un fantasy sui licantropi — spesso, copertina scura, di quelli che chiedono di essere aperti. Non avevo ancora avuto il tempo di leggere nemmeno una pagina, e la cosa mi stava facendo impazzire.
Stavo immaginando cosa potesse nascondere il primo capitolo quando la voce di Mr. Allen mi tagliò di netto il sogno a occhi aperti.
«Vivienne.»
Mi si strinse lo stomaco. Tutta la classe si voltò a guardarmi.
«Sì, professore?» Mi costrinsi a tenere la voce ferma anche se il cuore mi correva all’impazzata.
«In che anno il Trattato di Versailles pose ufficialmente fine allo stato di guerra tra la Germania e le Potenze Alleate?» chiese, con un sopracciglio inarcato, come se mi avesse colta in flagrante.
«1919. Firmato il 28 giugno, anche se l’armistizio era già in vigore da novembre 1918.» La risposta mi uscì di bocca prima ancora che ci pensassi.
Qualcuno ridacchiò. Mr. Allen sbatté le palpebre, poi fece un piccolo cenno. «Corretto. Almeno qualcuno sta seguendo.»
Trattenni un sorriso e abbassai lo sguardo sul quaderno, fingendo di prendere appunti. Appena lui si voltò di nuovo verso la lavagna, i miei pensieri scivolarono dritti al libro nello zaino.
Finalmente suonò la campanella, forte e liberatoria. Gli studenti si precipitarono verso la porta, ridendo, parlando, scappando il più in fretta possibile. Io rimasi indietro. Non avevo nessun motivo per correre.
Quando l’aula era quasi vuota, tirai fuori il libro dallo zaino. Le dita seguirono il lupo in rilievo sulla copertina e un brivido di eccitazione mi attraversò. Finalmente. Lo aprii e cominciai a leggere, e le parole mi risucchiarono così in fretta che il mondo reale sbiadì.
«Vivienne!»
Sussultai, e il libro rischiò di scivolarmi dalle mani. Alzando lo sguardo, vidi Emma, la mia migliore amica, appoggiata al banco davanti al mio con un sorriso complice.
«Sul serio? Sei ancora qui? Gli altri se la sono svignata da cinque minuti. Che cosa ti tiene così incollata?» chiese, cercando di sbirciare la copertina.
Stringendolo più forte al petto, sentii le guance scaldarsi. «Niente. Sto solo… leggendo.»
Emma alzò gli occhi al cielo. «Leggendo. Certo. È un altro dei tuoi fantasy?»
Serrando le labbra, mi rifiutai di darle quella soddisfazione.
Lei sogghignò. «Lo sapevo.»
Aprii la bocca per ribattere, ma mi zittì subito. «Comunque, per una sera dimentica il tuo libro. Vieni con me.»
«Dove?» chiesi, già diffidente.
«Alla finale di hockey. La nostra scuola contro la Westfield. È adesso. Stanno andando tutti all’arena.»
Gemetti. «Emma, lo sai che dell’hockey non me ne importa niente. Un gruppo di ragazzi che corre dietro a un disco? Che cosa ci sarebbe di emozionante? Preferisco leggere.»
«Certo che preferiresti.» Si chinò verso di me, e il suo sorriso si fece malizioso. «Però gioca mio fratello.»
Il cuore mi fece un salto. Un calore mi salì lungo il collo prima che riuscissi a fermarlo. «Rafael?» sussurrai, come se pronunciare il suo nome troppo forte potesse tradirmi.
Emma lo colse all’istante, e il suo ghigno si allargò. «Ohhh, dovresti vederti in questo momento. Non credere che non noti come diventi tutta rossa ogni volta che lui è nei paraggi.»
«Non è vero,» dissi in fretta, anche se le guance in fiamme mi smentivano.
«È verissimo,» mi punzecchiò, dandomi un colpetto sul braccio. «Andiamo, Viv. Stasera è sul ghiaccio. Partita decisiva. Se vincono, non la smetterà mai di vantarsene con me.»
Esitai, fissando il libro sulle mie ginocchia. Volevo davvero leggere. Però l’idea di vedere Rafael — sfrecciare sulla pista, con tutti che lo incitavano — mi fece capovolgere lo stomaco in un modo che nessuna storia era mai riuscita a fare.
Emma inarcò un sopracciglio. «Allora? Vieni, o resti qui da sola con i tuoi lupi immaginari?»
Sospirai, chiudendo il libro con cura. «Va bene. Ma solo perché mi hai pregata.»
Lei rise. «Certo. Raccontatela come vuoi.»
E prima che potessi cambiare idea, mi tirò su e ci unimmo alla folla diretta verso l’arena di hockey.
Quando Emma e io entrammo, l’arena era un ronzio continuo. Gli studenti riempivano gli spalti, sventolando striscioni e scandendo il nome della nostra scuola. Emma mi trascinò tra la gente finché non trovammo due posti vuoti con una visuale perfetta sul ghiaccio.
«Perfetto,» disse, lasciandosi cadere a sedere accanto a me.
Mi sedetti, stringendo la borsa al petto, fingendo di non starlo già cercando con lo sguardo.
E poi lo vidi.
Rafael Vega. Capitano dei Ridgeway Wolves, la squadra di hockey. Il ragazzo più popolare della scuola. Quello che tutti o volevano essere o volevano avere. Scivolò sul ghiaccio come se fosse casa sua, il casco sotto il braccio, esibendo quel sorriso facile che faceva urlare la folla ancora più forte.
Non riuscivo a distogliere lo sguardo.
Ero innamorata di lui dal primo giorno in cui l’avevo visto.
Era ridicolo, lo sapevo.
Lui non mi aveva mai guardata neanche una volta come io guardavo lui. Per lui ero soltanto l’amica silenziosa di Emma — la secchiona con il naso sempre infilato in un libro. Me lo aveva fatto capire più che bene, lanciandomi addosso la parola “secchiona” come se fosse il mio nome. A volte sogghignava, a volte alzava gli occhi al cielo, ma il più delle volte… mi ignorava.
Eppure, il mio cuore non ascoltava.
Guardarlo adesso, potente e veloce sul ghiaccio, mi faceva provare la stessa attrazione senza speranza. Come se, per quanto io fossi invisibile ai suoi occhi, una parte di me restasse comunque intrappolata nella sua orbita.
Emma mi diede una gomitata. «Lo stai fissando.»
Distolsi di scatto lo sguardo verso la partita, con le guance in fiamme. «Non è vero.»
«Certo», disse lei, ridacchiando.
Fischiarono e la partita iniziò. Non conoscevo le regole, non davvero.
Vedevo solo bastoni che si urtavano, pattini che tagliavano il ghiaccio e il disco che volava troppo veloce perché riuscissi a seguirlo. Ma ogni volta che finiva in rete, la folla ruggiva, e io mi ritrovavo a battere le mani e a urlare insieme a loro.
Eppure, i miei occhi non erano sul disco. Erano su di lui.
Rafael si muoveva come se il ghiaccio gli appartenesse. Veloce, preciso, completamente padrone di sé.
Il modo in cui si inclinava in ogni curva, il modo in cui la sua stecca colpiva il disco — era come guardare una scena uscita da un film. La folla scandiva il suo nome, «Raf! Raf! Raf!», e il petto mi si gonfiò di qualcosa che non sapevo spiegare. Forse orgoglio. Ammirazione. O soltanto quella stupida cotta che non sembrava mai svanire.
Mi accorsi a malapena del punteggio che saliva, finché Emma non mi colpì con il gomito. «Siamo avanti di due!» urlò, sovrastando il frastuono.
Le sorrisi, poi il mio sguardo schizzò di nuovo su Rafael. Non sembrava nemmeno stanco. La sua concentrazione era assoluta, i movimenti fluidi e potenti. E quando segnò verso la fine, l’arena esplose. Mi alzai in piedi con tutti gli altri, tifando così forte che mi bruciava la gola.
Suonò la sirena finale. Ridgeway aveva vinto. Campionato conquistato. Gli studenti intorno a me urlavano, si abbracciavano e agitavano striscioni in aria. Emma mi stava gridando qualcosa all’orecchio, ma si impastò tutto in un rumore di sottofondo.
Perché i miei occhi rimasero incollati a lui. Rafael Vega, casco sollevato in alto, sorriso luminoso sotto le luci dello stadio.
Appena la sirena cessò, Emma mi afferrò per un braccio.
«Dai! Andiamo a far loro i complimenti!»
Lo stomaco mi si rovesciò. «Aspetta—Emma, no. Possiamo applaudire da qui.»
Lei mi stava già trascinando giù per le gradinate. Io mi strinsi la borsa contro il petto, cercando di non inciampare mentre ci facevamo strada tra la folla. Il cuore mi martellava sempre più forte a ogni passo che ci avvicinava al ghiaccio. Mi dissi che erano solo i nervi per il chiasso, ma lo sapevo: non era così.
Quando arrivammo a bordo pista, i giocatori stavano già uscendo in fila, sudati e ridendo, i caschi infilati sotto il braccio. Emma mi strinse la mano e indicò. «È lì!»
Rafael.
Da vicino sembrava ancora più bello: i capelli biondi umidi di sudore, quel sorriso semplice aperto sul volto. Per un secondo ebbi la sensazione che tutto intorno a me si sfocasse. Eccoci. Forse Emma avrebbe detto qualcosa, forse lui finalmente—
Ma poi si fermò.
E lei era lì.
Una ragazza con onde perfette di capelli castani gli corse dritta tra le braccia, strillando il suo nome. Prima ancora che riuscissi a respirare, Rafael si chinò e la baciò. Davvero, così, proprio lì davanti a tutti. La folla urlò ancora più forte, come se facesse parte della festa.
Mi immobilizzai. Il petto mi si strinse, come se qualcuno mi avesse tolto l’aria con un pugno. Mi imposi un sorriso perché Emma non se ne accorgesse, ma non riuscivo a distogliere lo sguardo.
Rafael Vega, il capitano della squadra di hockey, il ragazzo per cui avevo una cotta da sempre… apparteneva già a qualcun’altra.
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(Contiene temi maturi e dark)
ESTRATTO
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❦
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