Capitolo 3 L'accordo di divisione della proprietà che è già stato firmato
Punto di vista di Ember
«Che cosa?!»
Il volto di Asher cambiò all’istante. Si precipitò giù per le scale, senza neppure aspettare che finissi di parlare.
La stanza rimase improvvisamente vuota, tranne che per me.
Aprii la bocca, ma alla fine ingoiai le parole: «Sono incinta».
Era la prima volta che lo vedevo perdere il controllo.
Asher era sempre stato calmo e distaccato. Cresciuto fin da bambino per diventare il futuro Alpha del branco della famiglia Blackwood, non mostrava mai le sue emozioni. Anche quando i progetti da miliardi di dollari dell’azienda incontravano problemi, non si accigliava nemmeno. Eppure adesso, solo sentendo che Chloe era svenuta, era andato nel panico e il suo volto era cambiato del tutto.
Quell’espressione preoccupata sul suo viso severo era mai stata rivolta a me, anche solo una volta?
Rimasi lì, con la sensazione che qualcosa mi stesse lacerando il petto con violenza.
Dal piano di sotto salivano le voci concitate della servitù, e riuscivo a distinguere, in lontananza, il rumore di Asher che accompagnava Chloe in ospedale guidando di persona. Quel suono si fece sempre più distante, finché scomparve del tutto nella notte.
Mi premetti una mano sul petto, cercando di soffocare l’amarezza che montava, ma le lacrime scesero lo stesso.
Avevo sempre pensato che i sentimenti crescessero col tempo, che prima o poi Asher si sarebbe voltato e mi avrebbe vista. Invece, al posto del suo affetto, avevo ricevuto la sua decisione di Rifiutarmi e la notizia che lui e la sua compagna predestinata si sarebbero presto uniti ufficialmente con un legame.
Se le cose stavano così, non c’era bisogno di far sapere ad Asher del suo bambino.
E non volevo che mio figlio chiamasse un’altra donna “mamma”.
Finirla adesso era la scelta migliore.
Mi asciugai le lacrime, mi voltai ed entrai nella cabina armadio, poi cominciai a fare i bagagli. In quei tre anni, nella casa dei Blackwood avevo comprato pochissimi vestiti—soprattutto libri professionali e materiali da design. In pratica, tutto stava in una sola valigia.
Misi in valigia solo i miei abiti. Quanto ai gioielli e alle borse firmate che mi aveva regalato la nonna Blackwood, non toccai nemmeno un pezzo. Li lasciai tutti al loro posto, ordinati come prima.
Non esitai oltre. Mi voltai e me ne andai.
Quando trascinai la valigia fuori dalla tenuta dei Blackwood, la notte era già fonda. La guardia al cancello mi vide e rimase immobile per un istante, ma alla fine non disse nulla. Immaginai che ormai sapessero tutti del ritorno di Chloe, e sapessero quanto Asher tenesse a lei.
Chiamai un taxi e andai dritta nel mio appartamento.
Era un posto che avevo comprato prima di sposarmi. Non grande—circa sessanta metri quadrati, un bilocale con una sola camera. Però era accogliente: un piccolo mondo che mi apparteneva davvero.
Tornata a casa, lasciai la valigia in un angolo e mi accasciai sul divano. La stanchezza fisica e la pressione psicologica mi piombarono addosso quasi nello stesso momento. Mi sembrava di non riuscire a resistere ancora.
Non so quanto tempo rimasi seduta così, prima di prendere il telefono; lo sguardo mi cadde su una voce della rubrica.
Negli ultimi anni quell’azienda era diventata famosa a livello internazionale, concentrandosi sulla fusione tra minimalismo ed estetica moderna.
Era perfettamente in linea con la mia filosofia di design.
Tre anni prima avevo inviato a quell’azienda il mio curriculum, e la direttrice del design, Vivian Clarke, aveva apprezzato subito il mio lavoro. Mi aveva chiamata personalmente per invitarmi a entrare nel team, arrivando perfino a proporsi di farmi ottenere un posto nella sede di Parigi.
Purtroppo, allora il mio cuore e i miei occhi erano pieni solo di Asher, e avevo rifiutato l’offerta.
Ora…
Feci un respiro profondo e composi il numero.
«Ember?» arrivò la voce allegra di Vivian.
«Sì, direttrice Clarke, buongiorno.»
Dall’altra parte calò un silenzio di due secondi. «Come, hai cambiato idea? Hai finito di fare la compagna a tempo pieno?»
Il tono era freddo, ma sotto la superficie ci sentivo un calore sottile.
Le labbra mi si incurvarono in un sorriso sincero. «Prima avevo delle questioni personali che mi hanno trattenuta. Mi dispiace.»
Punto di vista di Asher
Non rientrai dall’ospedale fino a sera.
Il medico disse che Chloe aveva avuto solo un breve svenimento per un calo di zuccheri, niente di grave. Organizzai un’assistente perché si prendesse cura di lei, poi guidai fino alla villa.
Appena entrai, la casa era immersa nel buio più totale.
Non importava quanto tardi tornassi, prima: Ember era sempre raggomitolata sul divano a leggere, ad aspettarmi. Quando mi vedeva, posava subito il libro, gli occhi le si illuminavano mentre mi veniva incontro, e mi chiedeva se avessi mangiato, se fossi stanco.
Ora non aveva neppure lasciato una luce accesa per me.
Aggrottai la fronte, irritato senza un motivo chiaro. Ares ringhiò basso nella mia coscienza e quella sensazione inquieta mi mise profondamente a disagio.
«Ember, scendi. Dobbiamo parlare come si deve», chiamai dal fondo delle scale.
Ma non rispose nessuno.
«Sono stanco. Non ho tempo per le tue scenate.»
Ancora silenzio. Strinsi gli occhi e mi voltai per salire.
Ma passando davanti allo studio, lo sguardo mi cadde sull’accordo di divisione dei beni aperto sulla scrivania.
Il nome di Ember era già lì, firmato, chiaro come il sole.
Presi il documento e lo esaminai con attenzione. Non era un falso.
Rimasi immobile, a fissare quella grafia sottile, turbato senza riuscire a spiegarmelo.
In qualche modo, davanti a quella firma, non riuscii a trovare la forza di firmare anche io.
Una volta firmato, non ci sarebbe stato più modo di tornare indietro.
Ares ruggì in modo frenetico nella mia coscienza e quel dolore lacerante rischiò di sommergermi. Mi portai una mano al petto, cercando di reprimere l’ondata di emozioni, ma fu inutile.
Era la reazione istintiva di una compagna marchiata.
Con stizza mi slacciai la cravatta e, senza rendermene conto, allungai la mano verso la tazza da tè sulla scrivania.
Era vuota, non c’era una goccia.
In passato, ogni volta che mi occupavo degli affari dell’azienda, lì c’erano sempre un tè calmante o una zuppa fresca.
Posai la tazza con forza, con un tonfo sordo.
Proprio in quell’istante squillò il telefono.
Pensando fosse Ember, risposi, ma sullo schermo lampeggiava “Chloe”.
Le dita mi si strinsero attorno al cellulare. Dopo mezzo secondo di silenzio, risposi.
«Asher, ho ancora un po’ di giramenti di testa. Potresti venire a farmi compagnia?» La voce di Chloe era dolce, ma tremava appena. «Sono da sola in ospedale. Ho un po’ paura.»
Di solito sarei andato subito. Ma in quel momento le sopracciglia mi si aggrottarono, mio malgrado. «Il medico ha detto che è solo un calo di zuccheri. L’assistente che ti ho trovato è molto professionale. Non preoccuparti.»
«Ma io…»
«In azienda ci sono ancora cose da sistemare. Adesso riattacco.»
Senza aspettare che aggiungesse altro, chiusi la chiamata.
Rimasi nello studio, a guardare quell’accordo, incapace di dare un nome a ciò che provavo.
Presi la penna e la tenni sospesa a lungo sopra la riga della firma, ma alla fine non firmai.
Rimisi la penna sulla scrivania e uscii dallo studio.
Avevo bisogno di calmarmi.
