
La Luna Incinta Ha Lasciato il Suo Alfa
Willow Ashford · Completato · 256.0k Parole
Introduzione
Il calore nudo e terrificante della sua enorme durezza, solcata di vene, mi schiaffeggiò contro il viso.
«Non sognarti neanche di lasciarmi, piccola. Puoi essere soltanto mia.»
——
Mi chiamo Ember.
Da tre anni sono la Luna di Asher.
Ho sempre creduto che non sarei mai riuscita a scaldargli il cuore, perché era nato freddo, distante, incapace d’amare.
Poi l’ho visto accompagnare Chloe alle visite prenatali.
Per la prima volta l’ho guardato trattare una donna con tanta tenerezza e premura. Notava ogni minimo fastidio, la proteggeva da ogni difficoltà e non sopportava di vederla turbata neppure per un secondo.
È stato allora che ho capito, finalmente.
Non era che Asher non sapesse amare.
Semplicemente, non amava me.
A pezzi, ho accettato la verità e ho lasciato il branco, portando con me il segreto di nostro figlio.
Ma quando il destino ci ha fatti incontrare di nuovo, Asher mi si è parato davanti con gli occhi iniettati di sangue e la voce spezzata. «Ember, mi sbagliavo…» «Ti prego.» «Torna da me.»
Capitolo 1
Punto di vista di Ember
Fissavo il sottile referto tra le dita, che mi tremavano in modo incontrollabile.
«Otto settimane di gravidanza, battito fetale presente e l’embrione si sta sviluppando bene» disse il medico.
Abbiamo un cucciolo, nostro figlio con il nostro alfa… è meraviglioso, lo senti? Il battito del piccolo. La mia lupa, Emilia, guaì piano nelle profondità della mia coscienza.
«Ember, stai bene?» Penelope Wright si sporse verso di me e mi sfilò il referto di mano, gli occhi color ambra pieni di preoccupazione. «Rimanere incinta in un momento così… riesci ancora ad andare all’estero?»
All’estero. Già. Il mese scorso avevo appena ricevuto un’offerta da quella famosa società di design a Manhattan. Il piano era andarmene di qui dopo quel rifiuto e ricominciare da capo. Ma adesso questa piccola vita inattesa aveva mandato all’aria ogni progetto.
Aprii la bocca, ma la gola era troppo secca per far uscire un suono. Emilia mi sussurrò nella mente: «Scommetto che cambierà idea, perché abbiamo un cucciolo. Questa è speranza.»
«Devo tornare indietro e parlarne con Asher.» Riuscii a sputare fuori quelle parole, anche se non ne avevo alcuna fiducia.
Tre anni da compagni, e Asher Blackwood aveva sempre mantenuto un atteggiamento educato ma distante. Davanti a me non mostrava mai le sue vere emozioni. Eravamo più simili a soci in affari che a veri Compagni. Conoscevo fin troppo bene la natura di quel rapporto: io avevo una cotta per lui da anni, mentre a lui serviva solo una Luna per mettere a tacere le pressioni degli anziani della sua famiglia.
Presi il telefono e composi il numero di Asher.
Il trillo andò avanti e avanti, ma non rispose nessuno. Provai di nuovo, con lo stesso risultato.
«Magari è in riunione» mi consolò Penelope. «Torniamo prima noi?»
Annuii, rimettendo via il telefono e preparandomi a uscire. Proprio in quel momento, in fondo al corridoio risuonarono passi familiari. Alzai lo sguardo e il corpo mi si irrigidì all’istante.
Asher stava sorreggendo una donna dall’aspetto fragile mentre uscivano da una sala visite. Il viso di lei era pallido, e praticamente si abbandonava al suo abbraccio; lui si muoveva con cautela e dolcezza, e nei suoi occhi c’era una tenerezza che non gli avevo mai visto.
Era Chloe Hamilton. La riconobbi: la donna che sorrideva radiosa nella foto nascosta nel cassetto di Asher. La sua ex ragazza, o meglio, la sua Compagna Predestinata, quella scelta dalla Dea della Luna.
«Asher, scusami se ti disturbo ancora, ma il bambino è così dispettoso…» La voce di Chloe era debole ma dolce, mentre alzava la mano per accarezzarsi piano il ventre.
«Non fa niente.» Asher rispose a bassa voce, con una morbidezza che non gli avevo mai sentito. Le cinse la vita, sostenendola con attenzione mentre avanzavano.
Mi sembrò che un pugno invisibile mi strizzasse il cuore, togliendomi il respiro. Emilia lanciò un lamento straziato nella mia coscienza, e quella sensazione di lacerazione rischiò di farmi crollare sulle gambe.
Asher avvertì qualcosa e girò leggermente la testa da questa parte. D’istinto tirai Penelope dietro l’angolo, con la schiena contro il muro gelido, il cuore che batteva così forte da sembrare sul punto di esplodermi nel petto.
«Che c’è che non va?» chiese Penelope a bassa voce.
Scossi la testa, forzando un sorriso. «Niente.»
Ero chiaramente io quella marchiata come sua compagna, eppure mi stavo nascondendo come se avessi fatto qualcosa di vergognoso. L’assurdità della cosa mi veniva quasi da ridere.
Quando i passi si allontanarono, sbirciai fuori con cautela. Asher stava aiutando Chloe a raggiungere l’ascensore, le loro sagome vicine come quelle di una coppia innamorata. Nel momento in cui le porte dell’ascensore si chiusero, lo vidi abbassare il capo e posarle un bacio sulla fronte.
In quell’istante capii, all’improvviso.
Il bambino nel ventre di Chloe, con ogni probabilità, era di Asher. E quel referto del test di gravidanza che stringevo in mano non era altro che uno scherzo.
I ricordi mi travolsero come una marea. Tre anni prima, il flusso di cassa del Blackwood Group era crollato, in bilico sull’orlo della bancarotta. Asher aveva chiesto a Chloe di sposarlo, ma lei aveva rifiutato, dicendo che prima venivano gli studi. Aveva scelto di andare all’estero per continuare la sua formazione, lasciandolo col cuore spezzato.
Per volontà di nonna Blackwood, fui io a riempire quel vuoto. Il Marchio che mi aveva lasciato sul collo non aveva mai rappresentato un sentimento reale.
Ora che Chloe era tornata dagli studi, era arrivato il momento di farmi da parte per la sua vera Compagna del Destino.
Strinsi il referto del test di gravidanza nel palmo, fino a farmi incidere la pelle dal bordo del foglio.
Quando rientrai nella tenuta dei Blackwood, stava già calando il buio. Nascondi il referto nella parte più profonda del cassetto e poi mi sedetti sul bordo del letto, stordita. L’immagine di Asher che teneva Chloe tra le braccia continuava a ripetersi nella mia testa, lasciandomi confusa e sconvolta.
Dovevo dirglielo? Dirgli che ero incinta?
Ma a lui sarebbe importato? Avrebbe cambiato idea per colpa di quel bambino?
Scossi la testa con un sorriso amaro. Era un pensiero troppo ingenuo.
Quando scese la notte, dei passi familiari risuonarono all’ingresso. Feci un respiro profondo e mi avviai verso la sommità della scalinata. Asher era appena entrato, portandosi ancora addosso il gelo di fuori.
«Sei tornato.» Mi avvicinai a lui come al solito, cercando di mantenere la voce calma.
Lui alzò lo sguardo verso di me, poi tirò fuori un documento dalla ventiquattrore e me lo porse.
Era un accordo di divisione dei beni.
Mi sembrò che una roccia enorme mi colpisse in pieno petto, facendomi sprofondare all’istante.
«Chloe è tornata» disse Asher. «Dovremmo sciogliere il legame tra Compagni. Ti rinnegherò.»
Mi tremarono le dita mentre prendevo il documento, ma non riuscii a trovare la forza di aprirlo. Fissai il suo volto bello e freddo, con la gola come chiusa da un nodo.
«E se…» Riuscii a malapena a parlare, la voce mi tremava in modo incontrollabile. «Voglio dire, e se fossi incinta? Vorresti questo bambino?»
Le sopracciglia di Asher si aggrottarono appena; nei suoi occhi balenò un’ombra di confusione. «Abbiamo usato protezioni ogni volta. Come potresti essere incinta?»
«Ho detto “e se”.» Sottolineai.
Lui mi guardò senza distogliere gli occhi, poi dopo un momento parlò lentamente: «No.»
Fermo e risoluto, senza la minima esitazione.
Sentii il cuore andare in pezzi. Emilia urlò: No!!!
«Sei davvero incinta?» chiese Asher, sospettoso.
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Com'è possibile che si sia tagliato e io abbia la stessa ferita?
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