Capitolo 5 Il calore della famiglia

Punto di vista di Ember

All’epoca, quando lui aveva problemi di stomaco, gli portavo i pasti in ufficio tre volte al giorno, con la pioggia o con il sole. L’ho fatto per tre anni interi!

Ma quando per poco non mi investiva un’auto, non ha mostrato neppure un briciolo di preoccupazione! E adesso, invece, non sopporta nemmeno di vedere Chloe soffrire anche solo un po’.

Questa è la differenza tra amare e non amare una persona!

Asher lasciò sfuggire una risata fredda, lo sguardo indifferente che cadeva sulla mia valigia. «Ti consiglierei di smetterla finché sei in tempo. Non abbiamo più niente a che fare l’uno con l’altra, e non c’è bisogno che lo vengano a sapere gli altri! Non provare ad avvicinarti a Chloe. Se succede qualcosa alla sua gravidanza, non puoi permetterti le conseguenze.»

«Non preoccuparti.» La mia voce era bassa. «Me ne andrò quando sarà il momento. Non farò figure ridicole. Prima di allora, però, è meglio che tu sistemi le cose con la nonna, così non si rimanda la rottura.»

Più di chiunque altro, ero io quella che voleva andarsene da lì.

Detto questo, afferrai la valigia e mi diressi dritta verso la villa.

Non avevo fatto molta strada quando alle mie spalle sentii delle voci, stucchevolmente dolci—

«Asher, la signora Hart è arrabbiata? Forse dovrei tornare in ospedale.»

Emilia diceva che questa donna era chiaramente falsa come poche.

Il tono di Asher si addolcì in modo evidente: «È solo una persona irrilevante. Non farci caso. La tua stanza è pronta. Vieni, ti accompagno a riposare.»

«Asher, sei così buono con me.»

Mi immobilizzai a metà passo.

Quelle parole, «una persona irrilevante», mi arrivarono nitide alle orecchie.

Come un coltello che mi tagliava dritto nel cuore. Le lacrime mi scesero sulle guance senza che riuscissi a fermarle, e a malapena mi reggevo in piedi.

Anni di matrimonio e, per lui, non ero altro che… una persona irrilevante. Ero davvero patetica.

Mi costrinsi a fare un respiro profondo. Non potevo perdere il controllo. Avrebbe fatto male al bambino che portavo in grembo.

Premetti una mano sull’addome, soffocando con la forza quell’ondata di amarezza.

Appena arrivai al piano di sopra, chiusi la porta a chiave.

Non volevo uscire e umiliarmi di nuovo.

Ero a metà del mio bozzetto quando qualcosa sfiorò dolcemente la mia coscienza.

Era mio padre che mi contattava attraverso il legame mentale.

Risposi quasi subito: [Papà?]

[Ember, ultimamente stai mangiando bene?]

La voce di mio padre era gentile, con l’affetto di sempre.

[La mamma ha preparato il tuo brasato preferito. Se Asher ha tempo, dovreste tornare insieme.]

Mi pizzicò il naso.

[Papà, Asher è preso dal lavoro. Torno io da sola.]

Dal giorno del nostro marchio non era mai tornato con me. Oggi non sarebbe stato diverso.

Mio padre esitò: [Va bene, fai attenzione mentre vieni.]

Acconsentii piano, poi chiusi il legame mentale.

Mi alzai immediatamente.

Con il cuore che anelava a casa. Mi mancavano così tanto mamma e papà…

Mi cambiai e, scendendo, vidi Chloe che faceva portare dei fiori nella sua stanza dai domestici.

Non mi degnai nemmeno di guardare; uscii dritta e presi un taxi per tornare alla casa della famiglia Hart.

——

Il salotto della famiglia Hart.

Mio padre Victor era seduto sul divano, con in mano un rapporto economico.

«Be’, la nostra piccola principessa è tornata. Fammi vedere se sei dimagrita.»

Non riuscii a trattenere un sorriso e andai a sedermi accanto a lui.

«Sentivo l’odore del cibo ancora prima di entrare. Mamma e papà sono i migliori.»

Mamma Laura Hargrove uscì portando della frutta tagliata e mi lanciò un’occhiata finta severa. «Tu… a quest’età fai ancora la viziata. Asher non ti tratta bene?»

Mi bloccai.

Abbassai il capo e ricacciai giù quella fitta di dolore.

«È gentile anche lui.»

Lei non ci fece caso e portò l’arrosto in tavola.

«Assaggialo subito. L’ho fatto stufare apposta per due ore. È bello morbido.»

Presi il cucchiaio e ne assaggiai un boccone.

«È delizioso.»

Così delizioso da farmi venire voglia di piangere.

Era il sapore che amavo di più fin da bambina, qualcosa che solo mamma sapeva fare.

In tre anni nella famiglia Blackwood, nessuno aveva mai saputo cosa mi piacesse mangiare.

Victor sedeva lì vicino e guardava il mio viso pallido, con gli occhi pieni di apprensione.

«Mangia piano, non te lo porta via nessuno.»

Esitò, poi chiese: «Ember, tu e Asher… come vanno le cose, ultimamente? Papà dice che sei dimagrita.»

La mano mi si irrigidì.

Abbassai lo sguardo, la voce leggera. «Niente di che, solo qualche piccolo attrito. Tra un po’ passerà.»

Non volevo che si preoccupassero.

E ancora meno volevo che sapessero che ero arrivata al punto di spezzare il legame tra compagni.

«Piccolo attrito?» Victor aggrottò la fronte. «Quale coppia non litiga? Però Asher, quel ragazzo, ha un carattere troppo freddo. Devi essere più comprensiva. Ma gli uomini, a volte, non sanno esprimersi. Non significa che non tenga a te.»

Anche Laura scosse la testa, impotente. «È così, un legame: compromesso da entrambe le parti, comprensione da entrambe le parti. Non dovresti essere così testarda neanche tu. Cedi quando è il momento. Asher prova ancora qualcosa per te.»

Cedere…

In questi tre anni ero già diventata lo zerbino di chiunque.

Annuii, senza aggiungere altro.

«A proposito, papà,» cambiai argomento, «ho notato che ultimamente sei sempre in ufficio. L’azienda di famiglia ha problemi di liquidità?»

Lo sguardo di Victor tremolò e lui agitò subito una mano. «Non è niente, solo un problemino. Già risolto. Non devi preoccuparti di queste cose, pensa solo a te.»

Lo disse come se fosse una sciocchezza. Ma io sentivo che qualcosa non tornava. Gli affari della famiglia Hart… probabilmente non erano così semplici. Però, dato che non aggiunse altro, non insistetti.

Prima che me ne andassi, i miei genitori mi presero le mani.

Victor sospirò. «Ember, tu e Asher siete sposati da tre anni e non avete ancora avuto un cucciolo. La famiglia Blackwood, per come sono fatti, dà importanza agli eredi. Se tu potessi avere un cucciolo da lui, forse per te sarebbe più facile.»

Un cucciolo…

Io ne avevo già uno.

Ma come potevo dirglielo?

Come potevo dire loro che era arrivato in un momento così sventurato?

E che il padre del cucciolo aveva occhi solo per un’altra?

«Papà, lo so che lo dici per il mio bene.» La voce mi uscì un po’ roca. «Ma avere un cucciolo dipende dal destino. Non si può forzare.»

Victor scosse la testa, sconsolato.

Si voltò e prese due scatole di integratori da darmi.

«Lo so che non si può forzare, ma devi provarci, sciocca. Papà non ti sta mettendo pressione, mi dispiace soltanto per te. Sei tutta sola, nella famiglia Blackwood. Avere un cucciolo ti darebbe qualcosa a cui aggrapparti.»

Trattenni le lacrime e annuii.

«Papà, capisco. Ci penserò.»

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