Capitolo 3

Elsie si immobilizzò, il colore che le colava via dal viso in un istante.

Tre anni prima aveva puntato tutto sull’amore: aveva drogato William ed era finita nel suo letto. Ma anche attraverso la nebbia dell’alcol di quella notte, lo ricordava con chiarezza. Il suo respiro le bruciava caldo contro l’orecchio, la voce bassa e impastata quando la chiamò con il suo soprannome, «Ellie».

Quel sussurro l’aveva ingannata. Le aveva fatto credere di aver vinto una scommessa.

Poi era arrivata la notte di nozze: lui non si era visto da nessuna parte. Poi il gelo, il modo in cui l’aveva esclusa del tutto dopo.

Solo allora capì: qualunque calore avesse creduto di sentire quella notte, probabilmente era solo una fantasia da ubriaca.

Non avrebbe potuto sbagliarsi di più. Lui non l’aveva mai amata. Accidenti, probabilmente non era nemmeno un puntino sul suo radar.

La gola le si strinse con una fitta dolorosa. Riuscì a malapena a sussurrare: «Mi dispiace».

«Ti dispiace?» William lasciò sfuggire una risata improvvisa, beffarda, che squarciò il silenzio. «Hai sbagliato persona».

Si chinò ancora più vicino, gli occhi che lampeggiavano di qualcosa di più duro del sarcasmo, qualcosa di indecifrabile. «Non dovresti chieder scusa a Liam? In fondo stava per sposarti. Finché non è entrato e ha visto la sua promessa sposa nuda nel letto di suo fratello maggiore».

Elsie si irrigidì da capo a piedi.

Il nome «Liam» fu come un marchio premuto sul cuore.

Vergogna. Colpa. Tutto le crollò addosso in un’ondata. Strinse le dita attorno alla manica, le nocche bianche. Con la testa china, riuscì solo a mormorare di nuovo: «Mi dispiace…»

William la fissò con durezza, la voce tagliente e mordente, come vento d’inverno. «Fuori».

Lei batté le palpebre.

«Farò venire l’autista a prenderti», disse freddamente, già mentre sbloccava l’auto. Lo sportello si spalancò e una folata gelida si avvitò dentro, fiocchi di neve che scintillavano alla luce dell’abitacolo.

Era davvero… finita per lui?

Elsie abbassò la testa, intrecciando le mani fino a farsi male, in silenzio.

Vedendo che non si muoveva, il suo tono si fece impaziente. «Non farmelo ripetere due volte».

Mordendosi il labbro, Elsie sganciò piano la cintura e scese.

Il freddo le diede uno schiaffo che la ridestò un poco. Si voltò a guardare dentro l’auto, raccogliendo il coraggio. «In realtà, quella notte di tre anni fa, io…»

Ma prima che potesse finire, lo sportello si richiuse con uno schianto.

E così, in un attimo, il calore sparì. Sparì anche l’unico legame tra loro.

L’auto sgommò via nella notte senza esitazione.

Rimasta sola sul ciglio di una strada deserta, aspettò. Per un tempo che le parve infinito. Ma l’autista promesso non si fece mai vedere.

Spazzandosi la neve dalle spalle, si strinse nel cappotto e borbottò: «L’inverno è spietato, eh?»

Si strofinò le mani l’una contro l’altra, soffiando aria calda sui palmi.

Il vapore svanì in un battito di ciglia, proprio come il suo amore. Sparito prima ancora di posarsi.

Forse era il freddo. Forse era qualcos’altro.

In ogni caso, smise di aspettare. Si infilò una mano in tasca, cercando di chiamare un passaggio, salvo rendersi conto che il telefono era ancora in macchina.

Certo. Perché mai non avrebbe dovuto esserlo? Complimenti, Elsie.

La strada era inquietantemente silenziosa. Solo l’eco dei suoi passi sull’asfalto.

Ogni tanto si aggiungeva anche il rumore dei suoi pestoni per scaldarsi, come se il suo matrimonio morente bussasse dalla tomba.

Camminò nella neve che cadeva per due ore intere. Era circa mezzanotte quando riuscì finalmente a tornare a casa.

Il corpo e la mente erano entrambi a pezzi, così non si prese nemmeno la briga di farsi una doccia: crollò sul letto e sprofondò nel sonno.

La mattina dopo pensò che William avesse fatto la solita sparizione.

Invece no: era lì, seduto al tavolo da pranzo, a sorseggiare tranquillamente una zuppa come se avesse tutto il tempo del mondo. Che fosse rientrato la notte prima o si fosse presentato adesso, lei non ne aveva la minima idea.

Elsie si immobilizzò in cima alle scale, le dita che pizzicavano nervosamente la ringhiera. Rimase lì un momento, senza sapere come cominciare.

«Che ci fai impalata lì?» William alzò lo sguardo, ma non fu davvero uno sguardo su di lei. «Vieni a mangiare. Dobbiamo andare presto alla vecchia casa.»

«…Va bene.» Aveva la gola che bruciava, e dovette tossire due volte prima di scendere, tirando fuori in silenzio una sedia e sedendosi.

«Ti sei presa un raffreddore?»

Il suo tono era piatto, indecifrabile.

Elsie non aveva nessuna voglia di farne un caso. Scosse la testa all’uomo che ne era la causa, con la voce bassa. «No.»

Come no.

Aveva camminato due ore nella neve e nel vento solo per tornare a casa, aveva quasi congelato, ma ovviamente non l’avrebbe detto. Non è che a lui importasse, e tirarlo fuori l’avrebbe fatta sembrare soltanto patetica.

William le diede una rapida occhiata da capo a piedi, ma non aggiunse altro.

Dopo colazione, Elsie salì di sopra a prendere la borsa.

Quando tornò giù, lui era già in macchina, però sul tavolo c’era una tazza di medicina per il raffreddore.

Pensò che l’avesse preparata Lisa Smith, la governante. Quel calore improvviso al petto la colse di sorpresa.

A quanto pare Lisa non era così indifferente come sembrava.

Ferma vicino alla cucina, chiamò a voce alta: «Grazie, Lisa!»

Poi buttò giù in fretta la medicina e corse a infilarsi le scarpe.

William era terribilmente impaziente: non osava farlo aspettare.

In cucina, Lisa aveva un’aria confusa.

Lei girò la testa, spiazzata da quel ringraziamento, e guardò Elsie uscire a passi rapidi, senza capire ancora da dove venisse tutta quella gratitudine.

Il tragitto fino alla vecchia casa fu silenzioso. Neppure una parola tra loro.

Elsie fissava soltanto il finestrino, distratta dal paesaggio che scorreva.

La loro casa era in città, mentre il vecchio posto stava in periferia. Ogni quindici dovevano tornarci. Lei detestava quelle visite.

Perché ogni volta era come venire trascinata in un’Olimpiade dell’umiliazione.

Eric Harper, l’assistente di William, parcheggiò l’auto con un gesto sicuro. «Mr. Harding, Mrs. Harding, siamo arrivati.»

William non rispose.

Elsie sorrise con educazione a Eric mentre scendeva.

Poi, indossando la sua espressione migliore, allungò il braccio e si agganciò a William mentre salivano verso la porta.

Ma lui se la scrollò di dosso subito.

Lei sussultò e lo guardò. «Che c’è?»

«Elsie, davvero non esci mai dal personaggio, eh?»

La sua voce grondava sarcasmo. Le scacciò via la mano e andò avanti, lasciandole soltanto una schiena gelida e la caricatura di un sorriso.

Quel poco di calore che le era rimasto sul viso sparì. Il sorriso si spense, e non restò che rigidità.

Fece un respiro profondo e finse che non fosse successo nulla, seguendolo dentro come se tutto fosse normale.

«Thomas. Margaret.»

Thomas Harding alzò lo sguardo dal giornale finanziario. «Siete tornati», disse, piatto.

Margaret Hall non sollevò nemmeno gli occhi da dove sedeva sul divano. Era come se Elsie non esistesse affatto.

Quel silenzio imbarazzato fece venire a Elsie voglia di rimpicciolirsi. Rimase lì, senza sapere dove mettere le mani.

Ancora prima di sposarsi con gli Harding, lì dentro si era sempre sentita fuori posto. Sposare William non aveva fatto che peggiorare le cose.

«Mamma», disse William all’improvviso, lanciando un’occhiata a sua madre. «Elsie ti ha salutata.»

Margaret lasciò finalmente uscire un «Mm» riluttante.

Non appena Elsie si sedette sul divano, William e suo padre si diressero di sopra, nello studio, lasciandola di nuovo sola con Margaret: una situazione in cui non riusciva mai a rilassarsi.

E infatti, appena gli uomini di casa Harding se ne furono andati, Margaret sbatté con forza la tazza da tè sul tavolino. Il rumore rimbombò, secco e fastidioso.

Gli occhi le brillavano di veleno mentre fulminava Elsie. «Hai ancora il coraggio di tornare? È il quindici: oggi le famiglie si riuniscono, e guarda che disastro! Se non avessi fatto quel trucco disgustoso e drogato William quella notte, Liam non se ne sarebbe andato all’estero per ben tre anni!»

«Non ha chiamato neanche una volta in tutto questo tempo. Ti chiedi perché? Per colpa di una strega senza vergogna come te, che gli ha spezzato il cuore!»

Il colore abbandonò il volto di Elsie, poco a poco.

Quelle parole le sentiva da tre anni filati. Le si appiccicavano addosso come un ritornello maledetto e, a ogni ripetizione, la incidevano come rasoi.

Margaret si sporse più vicino, con la rabbia che quasi le colava fuori dalla pelle. «E William… lui e Grace erano perfetti l’uno per l’altra! Tu dovevi per forza piombare in mezzo e mandare tutto in rovina!»

«Il vecchio ti ha concesso tre anni. Il tempo sta per finire. Presto finalmente sarai fuori da questa casa. Non vedo l’ora di scoprire come pensi di aggrapparti allora.»

La voce le salì, gli occhi si strinsero in un disgusto inequivocabile. «Non ti venga nemmeno in mente di inventarti un altro trucco per restare accanto a William. Anche se ti facessi mettere incinta apposta, verresti comunque cacciata dalla famiglia Harding.»

Se gli sguardi potessero uccidere, quello di Margaret avrebbe ridotto Elsie a brandelli.

Elsie inspirò, tremando, e si sforzò di inghiottire l’amarezza che le riempiva il petto. La voce le uscì bassa, pesante di dolore. «Non lo farò.»

In quegli anni aveva visto le cose con chiarezza: il cuore di William era di ghiaccio. Qualunque cosa facesse, non sarebbe mai riuscita a scaldarlo.

Non l’aveva mai amata. Neanche una volta.

Allora perché continuare a mentire a se stessa?

Margaret, vedendola così remissiva, parve finalmente un po’ soddisfatta. «Bene, almeno adesso sai qual è il tuo posto.»

Addolcì appena il tono, anche se le parole conservavano quel taglio di superiorità e congedo. «Ti ho visto crescere. E in questi anni, non mentirò, hai fatto la tua parte. Quando tu e William avrete firmato quel divorzio, sarà finita. Ti darò dei soldi. Più che sufficienti perché tu possa vivere comodamente.»

«Dopo, tra noi è chiusa. Nessun debito in sospeso.»

Nessun debito in sospeso…

Gli occhi di Elsie erano stranamente quieti, come acqua ferma senza un’onda. «Non voglio i soldi.»

Margaret sbatté le palpebre, chiaramente spiazzata. Squadrò Elsie a lungo. «Niente soldi? E allora cosa vuoi?»

Qualcos’altro le guizzò nello sguardo: sospetto impastato a scherno. «Non dirmi che credi ancora che William possa innamorarsi di te? O magari speri che Liam torni e faccia chissà quale miracolo, riunendosi con te?»

Quelle parole punsero. Elsie schiuse le labbra per ribattere—

Ma venne interrotta da una voce gelida e sprezzante che arrivò dalle scale.

«Non sognartelo nemmeno.»

Alzò lo sguardo e vide William lì, in piedi; impossibile dire da quanto stesse ascoltando.

Gli occhi di lui si fissarono su di lei, senza un’ombra d’emozione. Come se stesse guardando una sciocca che metteva in scena uno spettacolo pietoso.

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