
Noi Tre
Liz Gilham · In corso · 264.5k Parole
Introduzione
Capitolo 1
«Ce la puoi fare, ce la fai, supera questa giornata. A domani ci penserai domani.» Era il mantra che mi girava in testa in un loop continuo. Era presto e io ero in ufficio molto prima che chiunque altro arrivasse nell’edificio.
Mi chiamo Emerald Jade e sono l’assistente esecutiva di due dei CEO più belli e, al tempo stesso, più terrificanti del pianeta. Sono stata reclutata appena uscita dal liceo dal responsabile marketing. Ho lavorato in vendite e marketing come stagista per un anno, poi mi hanno assunta a tempo pieno. Dopo due anni nel marketing, sono stata trasferita al reparto contabilità e ho lavorato con Jason Campbell finché non è stato licenziato per appropriazione indebita.
Per fortuna l’audit interno e l’indagine mi hanno scagionata da qualunque illecito. Però mi hanno messa proprio sulla linea del fuoco quando si trattava dei due CEO, Jet Obsidian e Spinel Bloodstone. Due anni fa, dopo la “pulizia” in contabilità, sono diventata la loro assistente esecutiva personale. Tutti gli altri si sono dimessi poco dopo l’assunzione. Gli orari erano massacranti, niente veri giorni liberi, e io dovevo essere a loro completa disposizione. Lo stipendio valeva la pena, così sono rimasta.
Poco dopo la mia promozione al piano direzionale, mia madre e mio padre hanno avuto un incidente sugli sci. Mia madre è morta e mio padre è rimasto attaccato alle macchine. Io e la mia famiglia non eravamo poveri, ma non eravamo nemmeno ricchi. Sette mesi fa l’assicurazione sanitaria di mio padre si è rifiutata di rinnovargli la polizza. Restare al passo con le spese mediche ha divorato quel poco che i miei genitori avevano messo da parte. Ho venduto la loro casa per aiutare a pagare le cure di mio padre. In quel periodo vivevo in un motel economico e squallido, a distanza di camminata sia dall’ospedale sia dal lavoro. Ho un piccolo box in un deposito dove ho messo le cose che volevo tenere.
Ogni giorno dopo il lavoro, o quando riesco a sgattaiolare per quei tre isolati fino all’ospedale, vado a trovare papà. Non riesco proprio a convincermi a spegnere le macchine, anche se so che mi sta mandando in bancarotta in fretta.
I miei capi, i CEO, non sanno nulla della mia situazione. Non parlo di cose personali con nessuno e di certo non ho intenzione di raccontare a due uomini che sono nella lista dei miliardari da sei anni consecutivi i miei guai economici.
Penso che siano una coppia gay, ma non posso confermare i miei sospetti; per quel che ne so potrebbero essere fratelli. Vengono al lavoro insieme, pranzano insieme, se ne vanno insieme: qualunque cosa facciano, la fanno insieme. Quello che mi manda in confusione è che non li ho mai sentiti chiamarsi con un nomignolo, né ho mai visto tra loro un gesto anche solo vagamente romantico. E non ho mai visto né conosciuto un partner, di qualunque tipo.
Spinel (si pronuncia Spin-El) Bloodstone fa paura. C’è qualcosa di inquietante in lui, qualcosa che ti perseguita: ha una pelle pallida che ricorda un pezzo di madreperla lucidata e quegli occhi grigi che, se ti fissa abbastanza a lungo, ti danno la sensazione che si stia imprimendo nell’anima. Spinel è alto, asciutto ma muscoloso. Supera abbondantemente il metro e ottanta; entrambi lo superano. Spinel ha capelli lunghi fino alla vita, sale e pepe, che lega in una coda bassa; poi la avvolge su se stessa e la fissa in modo che resti alla nuca. Ha tatuaggi sulle braccia, sul petto e lungo l’attaccatura dei capelli, intorno al viso. Spinel parla poco, ha un brutto carattere, e tutto di lui — dal modo in cui si veste a come cammina — è freddo e calcolatore. Non emana affatto l’aria da amministratore delegato della Peridot Industries; emana piuttosto vibrazioni da serial killer, da capo di una gang di motociclisti.
Jet Obsidian è l’esatto opposto di Spinel. Jet è caldo e divertente. È alto come Spinel, ma costruito come un mattone: solido. Gli occhi di Jet sono neri e lucidi, come vetro levigato, con pagliuzze d’argento dentro. I capelli sono di un biondo scuro dorato e li porta lunghi, raccolti in uno chignon morbido e disordinato. La pelle è abbronzata dal sole e lui profuma di sandalo e di aria aperta.
Bip. «Consegna alla porta d’ingresso.» La voce robotica mi strappa dalla trance in cui sono finita pensando ai miei capi fin troppo belli. Premo il pulsante dell’interfono. «Sto scendendo.» Avviso Juniper, della panetteria dall’altra parte della strada.
Abbiamo un ordine fisso dal lunedì al venerdì con la panetteria di Juniper. Lei porta una borsa termica di caffè cold brew espresso, una dozzina di bagel appena sfornati, una dozzina di dolci alla crema di formaggio e una dozzina di cupcake.
Esco dall’ascensore e apro la porta a Juniper. «Ehi, Juni, come va il lavoro?» chiedo, come faccio ogni mattina.
«Così così. Mi piacerebbe essere un po’ più occupata nei weekend, ma essendo nel distretto degli affari del centro non credo che succederà.»
«E gli ospedali? Ce ne sono tipo sette su Pill Hill. È a meno di un miglio da qui.»
«Aspetta… È per questo che i locali chiamano quella zona “Pill Hill”, per via di tutti gli ospedali e le cliniche mediche?» chiede Juniper, e le si illuminano gli occhi.
«Già. Ehi, prepara un piccolo menù e fanne qualche copia. Io vado al General un paio di volte a settimana, ho un familiare lì. Ne lascio un po’ alle infermiere e nelle sale d’attesa.»
«Ah, Emey, grazie!» dice Juniper, allungandosi per darmi un abbraccio veloce.
«È il minimo, Juni. Mi rendi le mattine molto più facili.» Mi sporgo e afferro il carico di bontà. Juniper preme per me il pulsante dell’ascensore per salire e poi si avvia verso l’uscita, assicurandosi che la porta si chiuda e si blocchi alle sue spalle.
Quando l’ascensore arriva al piano direzionale, porto caffè e dolci in cucina, preparo due grandi caffè freddi con sciroppo alla vaniglia per Jet e Spinel, apro le scatole dei prodotti da forno e metto tovagliolini e piattini di carta davanti a ciascuna.
Proprio mentre finisco le mie incombenze in cucina, sento il ding dell’ascensore che annuncia l’arrivo dei miei capi.
«Emerald, buongiorno.» Spinel mi saluta prendendo il suo caffè dalla mia mano e avviandosi verso il suo ufficio.
Annuisco in segno di risposta; oggi si comporta in modo ancora più strano del solito.
«Ehi, Emey, com’è andata la serata?» chiede Jet, prendendo il suo caffè dall’altra mia mano e dirigendosi verso i dolci, scegliendone uno per tipo, come ogni mattina.
«È stata una serata.» rispondo, piatta. Non avevo intenzione di dirgli che l’avevo passata quasi tutta in ospedale con mio padre finché l’infermiera non mi aveva cacciata. Poi ero andata in quel motel di merda su Aurora, avevo dormito a malapena tre ore prima che la polizia sfondasse la porta della stanza accanto alla mia.
Stavo ancora fissando la porta chiusa dell’ufficio di Spinel.
«Andrà bene, ci sto lavorando.» Jet mi sussurrò all’orecchio da dietro, facendomi sobbalzare. Chiusi gli occhi e feci un respiro profondo; il suo profumo di sandalo era calmante. Mi appoggiai appena indietro, la schiena che toccava il suo petto.
«Emey… devo andare nel mio ufficio.» Jet sussurrò nella conchiglia del mio orecchio, mandandomi brividi lungo la schiena e facendomi pizzicare la pelle di pelle d’oca.
«Merda, scusa, colpa mia, non so cosa mi sia preso… merda, scusa per le parolacce… cazzo. Sai che c’è? Me ne vado adesso.» Mi affrettai verso la scrivania, sentendo la faccia arrossire e le orecchie diventare calde.
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