Capitolo 4 4
Mi svegliai al fragore di un tuono. Il cuore mi batteva all'impazzata mentre un altro lampo illuminava la stanza buia. La pioggia sferzava le ampie finestre, e fuori le ombre degli alberi ad alto fusto oscillavano nella tempesta.
Odiavo i temporali. Li avevo sempre odiati.
Stringendomi il piumone addosso, cercai di respirare a fondo per calmare il panico che mi montava nel petto. Mi sentivo stupida ad averne paura, ma il terrore non sente ragioni. Quando un altro boato fece tremare i vetri, schizzai giù dal letto, quasi inciampando nelle lenzuola pur di precipitarmi a chiudere le tende.
La stanza ripiombò nella penombra, ma il rumore della pioggia continuava a riempirmi le orecchie. Lentamente, mi costrinsi a contare i respiri finché il battito non si regolarizzò.
Avevo la gola secca. Decisi di scendere a prendere un po' d'acqua.
Le luci del corridoio si accendevano in automatico al mio passaggio; il loro tenue bagliore era di conforto nella casa vuota. Evitai di guardare verso le grandi vetrate che dominavano la città, per non vedere i lampi riflessi sui vetri.
In cucina, aprii il frigorifero ma esitai quando vidi la vaschetta di gelato. Un sorrisetto colpevole mi affiorò sulle labbra. Lì accanto c'erano delle fragole fresche, comprate con ogni probabilità dalla governante quello stesso giorno. Tirai fuori tutto e, tanto per non farmi mancare nulla, ci aggiunsi anche un pacchetto di M&Ms.
Me lo meritavo, pensai. Dopotutto, aspettavo un figlio da un uomo che non mi amava, ero sposata con qualcuno che era ancora innamorato di un'altra, e in meno di otto ore avrei seppellito l'unica figura paterna che avessi mai conosciuto.
Sì, quel gelato me lo meritavo tutto.
Portai il mio spuntino notturno in salotto, mi avvolsi una coperta intorno alle gambe e accesi la TV. Il mormorio sommesso della televisione mi distese i nervi. Feci zapping finché non capitai su un documentario di cronaca nera, qualcosa di infinitamente lontano dal disastro che era la mia vita.
Per un po' la distrazione funzionò. Ma poi si aprì la porta d'ingresso.
La mano mi si bloccò sul cucchiaino. Non doveva esserci nessun altro in casa.
Il panico mi salì in gola. Mi guardai intorno in cerca di qualcosa da usare come arma, e le dita si strinsero attorno al telecomando della TV. Era ridicolo, ma era tutto ciò che avevo.
Risuonarono dei passi in corridoio.
Mi appiattii contro il muro accanto all'arco, col cuore in gola. Aspettai che la figura fosse abbastanza vicina, poi scattai in avanti.
«Che diavolo...?» sbottò una voce familiare.
Mi bloccai a metà dello slancio. «Elias?»
Mi fissò, con le sopracciglia scure aggrottate e il cappotto ancora umido di pioggia. «E chi altro, se no?» chiese, tagliente. «E perché te ne stai nascosta dietro il muro con un telecomando in mano?»
Avvampai. «Pensavo fossi un ladro» mormorai, abbassando il braccio.
Elias mi guardò incredulo. «Un ladro? In questa casa?» Il suo sguardo guizzò sul telecomando che stringevo. «E avevi intenzione di affrontarlo con quello?»
L'imbarazzo crebbe. «Non avevo il telefono con me» mi difesi. «Mi hai spaventata, tutto qui.»
Lui sospirò, si sfilò il cappotto e si allentò il nodo della cravatta. «Perché sei ancora in piedi a quest'ora?»
«Non riuscivo a dormire.»
Non feci cenno al temporale. Sapeva già quanto ne fossi terrorizzata. Una volta, da ragazzina, mi aveva trovata nascosta sotto l'enorme scrivania di Paul durante un temporale. Allora non aveva detto una parola; mi aveva semplicemente avvolto le spalle con una coperta ed era rimasto nella stanza finché non era passato.
Mi ero innamorata di lui quella notte.
Scacciai quel ricordo mentre raccoglievo i contenitori vuoti dal tavolo. Mi avviai verso la cucina, ma Elias era ancora fermo sulla soglia. I primi bottoni della sua camicia erano slacciati e lasciavano intravedere un lembo di pelle abbronzata. Il mio sguardo vi indugiò prima che potessi impedirlo.
Abbassai lo sguardo a forza e gli passai accanto, sfiorando il suo braccio con il mio. Quel breve contatto mi fece correre un brivido lungo la schiena.
Ero quasi arrivata al bancone quando la sua voce mi fermò.
«Volevi dirmi qualcosa» disse Elias. «Ieri, in macchina.»
Mi raggelai, mentre la mente annaspava in cerca di una risposta.
Mi stava guardando, con un tono calmo ma indecifrabile.
«Oh. Quello» dissi lentamente.
«Adesso ho tempo» rispose.
Mi voltai verso di lui, stringendo le mani sul bordo del bancone. Non ero pronta a dirgli della gravidanza. Non quella sera. Non con i suoi occhi puntati addosso in quel modo.
«Andrò in Wisconsin» dissi infine.
Elias inarcò un sopracciglio. «Alla fabbrica?»
«Sì. Voglio supervisionare la produzione quando la nuova linea diventerà operativa lunedì, solo per assicurarmi che tutto fili liscio.»
«Quando parti?»
«Ho il volo stasera alle otto.»
Mi osservò per un istante. «Stasera?»
«Sì. Per quell'ora il funerale sarà finito. Andrò dritta all'aeroporto.»
Rimase in silenzio per un po', poi annuì. «Come vuoi. Ti accompagnerà John.»
«Non ce n'è bisogno...» cominciai, ma mi interruppi quando la sua espressione si indurì.
«È il suo lavoro» disse semplicemente. Poi, dopo una pausa: «Quanto starai via?»
«Tre giorni.»
Annuì di nuovo e si voltò verso il corridoio. Lo fermai un attimo prima che varcasse la porta.
«Elias, a proposito del funerale...» esordii con cautela. «Sophia mi ha detto che ti sei rifiutato di pronunciare l'elogio funebre. Forse dovresti ripensarci. Tuo padre avrebbe voluto...»
«I discorsi di Elliot ed Evan saranno sufficienti» mi interruppe. La sua voce assunse quella familiare inflessione d'acciaio che affiorava ogni volta che saltava fuori il nome di Paul Sinclair.
Mi si strinse il cuore. Il risentimento tra padre e figlio non si era mai sanato, e sapevo di esserne in parte la causa.
Elias mi lanciò un'ultima occhiata. «Vado a riposare un po' prima di partire per la tenuta.»
Annuii debolmente. «Vuoi mangiare qualcosa prima di dormire? Posso chiedere allo chef di prepararti qualcosa.»
«Prenderò quello che c'è quando mi sveglio» rispose, per poi scomparire lungo il corridoio.
Il rumore della sua porta che si chiudeva fu come un macigno che mi crollava sul petto.
Mi appoggiai con la schiena al muro, con gli occhi che pizzicavano. Non glielo avevo detto. Di nuovo.
Forse ero una codarda. O forse, semplicemente, non ero ancora pronta a perderlo del tutto. Mi strinsi le braccia al petto, sussurrando nel vuoto della cucina.
«Glielo dirò quando torno.»
