
Prima Che Tu Mi Lasci Andare
Rose Livingston · Completato · 280.1k Parole
Introduzione
La voce di Elias fu una lama nel petto. Guardavo la donna che amava — la sua amante — distesa in una pozza di sangue in fondo alle scale. Non l'avevo spinta io. Era caduta cercando di afferrarmi, nel tentativo di vantarsi del figlio che le cresceva in grembo. Ma a lui non importava.
Cullava il suo corpo spezzato come se fosse di cristallo prezioso, lasciando sua moglie in piedi al freddo. Non sapeva che ero incinta anche io. Non sapeva che, mentre pregava per il bastardo della sua amante, stava distruggendo la madre del suo erede legittimo.
Mi sfiorai il ventre piatto, le lacrime che si gelavano sul viso mentre i lampeggianti dell'ambulanza ci tingevano di rosso. Mi rivolse uno sguardo di puro odio, uno sguardo che spense l'ultima brace del mio amore.
«Firmerò le carte per il divorzio, Elias,» sussurrai nel vuoto mentre lui si allontanava con lei. «Ma non vedrai mai questo bambino. Hai scelto di salvare il figlio sbagliato.»
Capitolo 1
Il cielo aveva assunto una sfumatura di grigio smorto e sbiadito quando uscii dalla clinica. Il vento mi turbinava attorno al cappotto, penetrando la stoffa leggera come se il mondo stesso volesse punirmi.
Le dita mi tremavano attorno al foglio ripiegato di carta lucida che l'infermiera mi aveva spinto nel palmo della mano. Non lo avevo più guardato da quando ero uscita dallo studio del medico, ma non ne avevo bisogno. L'immagine era già impressa a fuoco nella mia mente: quella forma sfocata in bianco e nero che, come mi aveva assicurato il dottore, era una creatura viva e pulsante che cresceva dentro di me.
Incinta.
Quella parola mi rimbombava in testa, ancora e ancora, ogni volta più forte, ogni volta più impossibile.
Era stata solo una notte. Una notte terribile e sconsiderata, in cui il dolore aveva offuscato il mio giudizio e il desiderio mi aveva resa debole. Mi ero ripetuta che non significava nulla, che Elias Sinclair era semplicemente ubriaco, che la mattina dopo non si era nemmeno ricordato di quanto fosse successo.
Volevo crederci. Ne avevo bisogno.
Ma ora, fissando le linee sfumate dell'ecografia, sapevo di non poter più fingere.
Una folata di vento quasi mi strappò la carta di mano. La strinsi più forte e sbattei le palpebre per scacciare il bruciore agli occhi. Non piangevo facilmente, non lo facevo da anni, nemmeno quando mi ero sentita completamente a pezzi, ma il peso di quel segreto mi opprimeva il petto con tale forza che temetti di poterne rimanere schiacciata.
Il ronzio sommesso di un motore richiamò la mia attenzione verso il bordo del marciapiede, dove era in attesa un'elegante auto nera. Solo a vederla, lo stomaco mi si strinse in una morsa.
John, il nostro autista, scese non appena mi vide. La sua espressione era studiatamente neutra come sempre, ma mi parve di scorgere un guizzo di preoccupazione quando notò il mio viso pallido.
«Signora Sinclair,» mi salutò, aprendo la portiera posteriore con la sua solita disinvoltura professionale.
Riuscii ad abbozzare un debole sorriso, anche se sentivo il viso paralizzato dal freddo. «Grazie, John.»
La mia voce non sembrava nemmeno la mia.
Scivolai sul sedile posteriore e fui accolta da un silenzio denso, freddo e carico di disapprovazione. Elias sedeva dal lato opposto, l'attenzione fissa sul telefono. Anche nella penombra dell'abitacolo, la sua presenza riempiva lo spazio, tagliente e autoritaria.
Non mi guardò. Ultimamente lo faceva di rado.
«Ci hai messo un bel po',» disse, continuando a scorrere lo schermo. La sua voce era piana, distaccata, come se stesse parlando con un'estranea. «Pensavo fosse un controllo di routine.»
Deglutii a fatica. «C'è stato un ritardo con l'esito delle analisi,» dissi a bassa voce, a testa china. «Scusa.»
Emise un verso di assenso, un suono vago. La luce, filtrando dal finestrino, fece brillare il quadrante lucido del suo orologio Patek Philippe mentre controllava l'ora. «La prossima volta, se c'è un ritardo, fatti spedire i risultati. Sai che non mi piace stare con le mani in mano.»
Quelle parole bruciarono più del dovuto. Abbassai lo sguardo sulle ginocchia, seguendo con il dito la cucitura della borsa in cui era nascosta l'ecografia. Non mi piace stare con le mani in mano. Non lo aveva detto per ferirmi, ma ultimamente ogni cosa che Elias diceva era ammantata di quella silenziosa indifferenza che faceva molto più male di qualsiasi aperta crudeltà.
L'auto scivolò nel traffico. Fuori, la città scorreva via sfocata, un mondo grigio di vetro, pioggia e rumore che, in qualche modo, sembrava più quieto del silenzio che c'era tra noi.
Cercai di respirare, di pensare, di decidere il da farsi. La gravidanza cambiava tutto, eppure forse non cambiava assolutamente nulla.
Elias era stato chiaro sui suoi sentimenti la prima notte di nozze. Non aveva alzato la voce; non ne aveva avuto bisogno. Era bastato il suo tono freddo e misurato. Il nostro matrimonio, aveva detto, sarebbe finito non appena la malattia di suo padre avesse fatto il suo corso. Una volta morto e sepolto Paul Sinclair, Elias sarebbe stato finalmente libero. Libero di porre fine al nostro matrimonio.
Erano passate sette settimane dalla morte di Paul, e in ciascuna di quelle settimane mi ero svegliata chiedendomi se sarebbe stato il giorno in cui Elias mi avrebbe finalmente fatto recapitare le temute carte del divorzio.
Ora, seduta accanto a lui, potevo quasi sentire quella spada invisibile pendermi sulla testa, pronta a cadere. E adesso c'era questa nuova complicazione. Questa minuscola vita imprevista che cresceva dentro di me, e che nessuno dei due aveva messo in conto. Non avrei certo mai immaginato di ritrovarmi incinta del figlio di Elias.
Non crederà mai che non sia stato intenzionale. A quel pensiero mi si strinse la gola. Avrebbe pensato che stessi usando il bambino come una catena, un tentativo disperato dell'ultimo minuto per tenermelo stretto. Mi avrebbe accusata di manipolazione, proprio come mi aveva accusata di aver tramato per incastrarlo in questo matrimonio due anni prima.
Non avrei potuto sopportarlo di nuovo. Non sapendo quanto poco gli sarebbe bastato per andarsene per sempre.
Sbattendo le palpebre per scacciare le lacrime, gli rubai un'occhiata di profilo; quella vista mi strinse in una morsa lo stomaco già sottosopra, mentre i flash di quella notte mi invadevano la mente. Il modo in cui mi aveva guardata, lo sguardo che bruciava di desiderio mentre le sue mani tracciavano una scia di fuoco sulla mia pelle, infiammandomi a ogni tocco. Il modo in cui mi aveva fatta sdraiare sulla sua scrivania, venerando il mio corpo con la bocca e con le mani finché non mi ero ridotta a un groviglio tremante e supplichevole. Il suono dei suoi gemiti profondi, il calore del suo respiro contro l'orecchio mentre si muoveva dentro di me, prendendosi il suo piacere mentre io mi aggrappavo a lui, andando in frantumi sotto il suo corpo.
Per un istante fugace, avevo sentito qualcosa di vero. Una connessione. Una speranza sciocca e fragile, sbocciata dove non avrebbe mai dovuto.
Finché non aveva sussurrato il nome di un'altra donna mentre raggiungeva il piacere dentro di me.
Ancora adesso, quel ricordo mi colpiva come una pugnalata al petto. Stava pensando a Willow, la sua ex, mentre faceva l'amore con sua moglie.
Trassi un respiro tremante e mi massaggiai il petto, all'altezza del cuore, cercando di placare quel dolore sordo. Dopo quella notte, Elias si era comportato come se non fosse mai successo nulla. Non appena avevamo finito, si era rivestito ed era uscito di casa senza dire una parola. Non ne aveva più fatto parola, e sospettavo che non se ne ricordasse nemmeno. Dopotutto, aveva bevuto parecchio.
Come potevo dirgli, allora, che avevamo concepito un bambino in una notte che lui non ricordava nemmeno?
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