
Super Avvocato
Brian · In corso · 307.3k Parole
Introduzione
Forte dei ricordi della sua vita precedente come avvocato di prim’ordine, ora si trova ad affrontare la Chiesa e un Cardinale nel suo caso d’esordio.
Capitolo 1
L’odore salmastro e di pesce dell’acqua di mare che si abbatteva sugli scogli gli colpì le narici con violenza.
Gli occhi di Daniel Lopez si spalancarono di colpo e un dolore acuto gli attraversò la nuca, come se qualcuno l’avesse colpito con una mazza.
La luce del tramonto si stendeva su Santa Monica Beach, costringendolo a socchiudere gli occhi.
Prima ancora che riuscisse a mettere a fuoco dove si trovava, una voce fredda e meccanica gli esplose nella mente, senza alcun preavviso.
[Sistema Avvocato della Giustizia attivato, in fase di legame con l’ospite...]
«Che diavolo…?» Daniel si strinse la testa tra le mani. Proprio mentre tentava di mettersi seduto, dall’alto arrivò un urlo secco.
«Fermo! LAPD! Mani dove posso vederle!»
Daniel alzò lo sguardo e vide due canne scure puntate dritte alla sua fronte.
A sinistra c’era un giovane agente nero dall’aria tesa, di nome Matthew, con il dito già sul grilletto. A destra, un veterano bianco panciuto di nome Taylor. Non si sporgeva in avanti, ma la sua postura tattica era granitica.
La mente di Daniel corse all’impazzata. Un attimo prima era a New York, ucciso in una sparatoria tra gang, e quello dopo si ritrovava su una spiaggia di Los Angeles? E in più legato a un qualche “Sistema Avvocato della Giustizia”?
Rinato?
«Mani dietro la testa! Subito!» urlò di nuovo Matthew, vedendo Daniel immobile, e avanzò.
Daniel non oppose resistenza. Dopo essere sopravvissuto alle strade di New York nella sua vita precedente, sapeva benissimo come comportarsi con quei poliziotti americani dal grilletto facile. Alzò lentamente le mani, movimenti controllati, senza il minimo tremito.
Un fascio di torcia gli attraversò il viso.
Taylor socchiuse gli occhi e studiò quel volto bianco dai lineamenti marcati. Anche se coperto di sabbia, l’abito era chiaramente costoso. Niente tatuaggi da gang, nessun tic da tossico.
Le spalle tese di Taylor si rilassarono visibilmente. Con il dorso della mano abbassò la canna della pistola di Matthew, facendogli segno di calmarsi, poi addolcì parecchio il tono: «Nome? Professione? Perché era sdraiato sulla spiaggia?»
Daniel si spolverò la sabbia dai polsini e improvvisò con nonchalance: «Si rilassi, agente. Sono solo un avvocato che ieri sera ha bevuto un po’ troppo.»
«Avvocato?!»
Quelle due parole erano come la kryptonite per i poliziotti americani. L’espressione di Taylor cambiò all’istante. Con un “clic” rimise la sicura e infilò la pistola nella fondina. In America potevi prendertela con un ubriaco, ma mai con un avvocato con i biglietti da visita in tasca. Quelli erano capaci di trascinare il dipartimento in tribunale fino a mandarlo in bancarotta solo perché durante un arresto non avevi detto “per favore” nel modo giusto.
«Ehm, mi scusi davvero, signore, è solo una procedura.» Taylor passò immediatamente a un sorriso cordiale da servizio clienti e provò perfino ad aiutarlo ad alzarsi. «Dove abita? Si è fatto tardi. Vuole che le diamo un passaggio?»
Daniel stava per rifiutare quando, all’improvviso, davanti ai suoi occhi comparve una riga di testo azzurro chiaro, traslucido:
[1503-6, Normandy Avenue]
«Normandy Avenue, 1503-6», disse Daniel con naturalezza, leggendolo.
Matthew, lì accanto, non riuscì a trattenere uno sbuffo e rimise via la pistola con un ghigno: «Normandy Avenue? Quel famigerato ghetto nero dove non frega niente a nessuno? Che ci fa un avvocatone del centro a vivere in quel buco infernale?»
Taylor lanciò a Matthew un’occhiata feroce, maledicendo la stupidità della recluta. Ripassò in fretta la mappa nella testa: Normandy Avenue era nella Central Division dell’LAPD, completamente fuori dalla giurisdizione della polizia di Santa Monica.
Desideroso di liberarsi di quel problema intoccabile e per di più fuori competenza, Taylor frugò in tasca, tirò fuori una banconota stropicciata da venti dollari e la infilò nella mano di Daniel.
«Signore, portarla oltre giurisdizione sarebbe contro il regolamento. Questi venti dollari glieli do io, di tasca mia. C’è una postazione taxi poco più avanti: dovrà prenderne uno da solo.»
Guardando i venti dollari gratis che aveva in mano, Daniel alzò un sopracciglio e se li mise in tasca senza esitare. «Grazie, agente. Lavoro di polizia molto professionale.»
La brezza serale del mare si fece più fredda.
Daniel non si prese nemmeno la briga di chiamare un taxi. Spese tre dollari a un chiosco di street food per il cheeseburger più economico e una Coca-Cola con ghiaccio, masticando mentre seguiva sulla retina quel bizzarro sistema di navigazione.
Dopo tre cambi su autobus lenti, pieni di spifferi e malridotti, Daniel si ritrovò finalmente davanti al 1503-6 di Normandy Ave, poco prima che calasse la sera.
Come aveva detto Matthew, l’agente nero, quello era senza dubbio un ghetto come tanti: strade dissestate, lampioni che sfarfallavano e, ogni tanto, l’urlo di qualche gatto randagio dagli angoli.
Davanti a Daniel si ergeva un palazzo di appartamenti fatiscente di tre piani.
Seguendo un istinto residuo che gli ronzava in testa, si accucciò e tirò fuori una chiave di ottone arrugginita da sotto lo zerbino sporco. Con un “clic”, spinse la porta e la aprì.
Dentro era buio. Daniel non si tolse nemmeno le scarpe: si lasciò cadere sul letto a molle che cigolava.
Le luci al neon di fuori filtravano tra le veneziane, disegnando strisce sul soffitto. Daniel rimase sdraiato con le mani dietro la nuca, mentre le emozioni gli correvano addosso senza freni.
Che casino maledetto. Un gangster di basso livello di New York, vissuto sul filo per mezza vita, e alla fine colpito alle spalle dalla sua stessa gente. E adesso si sveglia non solo a Los Angeles, ma trasformato in un avvocato con un qualche “Sistema dell’Avvocato della Giustizia”?
“Al diavolo le gang, al diavolo tutta quella violenza.” Daniel bevve un lungo sorso di Coca-Cola ghiacciata e ruttò, con gli occhi che brillavano nel buio. “Seconda possibilità… non farò più da carne da cannone. Se devo vivere, allora me la godo!”
Prima ancora di rendersene conto, la sonnolenza lo travolse come una marea. Con le sirene della polizia che ululavano fuori, Daniel chiuse gli occhi e dormì il sonno più tranquillo e profondo che avesse avuto da dieci anni.
…
La mattina dopo.
Il sole accecante di Los Angeles colpì Daniel in pieno volto. Si svegliò da solo, si stiracchiò con gusto e balzò subito giù dal letto. Come quando, nella sua vita precedente, metteva a soqquadro un posto, per prima cosa frugò in fretta e con metodo in ogni angolo della stanza per capire chi fosse il suo predecessore.
In breve, sul tavolo erano sparsi vari documenti e lettere.
La patente mostrava che il nome del proprietario originale era Daniel Lopez.
“Daniel? Beh, dannazione, che nome da sbruffone.” Daniel sogghignò.
Poi, dal fondo di un cassetto, tirò fuori un atto di proprietà rosso. Quando riuscì a leggere bene, gli si accesero gli occhi: quel palazzo malandato di tre piani su Normandy Avenue risultava intestato a un certo Nace Lopez!
Va bene, la zona faceva schifo, ma l’intero edificio era suo!
E le sorprese non finivano lì. Daniel prese una cornice con bordi dorati e ci soffiò via la polvere.
A caratteri in grassetto c’era scritto: Harvard Law School, Juris Doctor (JD) Degree. Accanto, una licenza dell’Ordine degli Avvocati della California.
“Diplomato in una scuola d’élite, proprietario di immobili, abilitato…” Daniel si appoggiò allo schienale e non riuscì a trattenere un fischio. Era come iniziare una partita con una scala reale: infinitamente meglio della sua vita precedente da teppista di quartiere che tirava avanti giorno per giorno.
Infine, lo sguardo gli cadde su due lettere di offerta aperte sulla scrivania.
Una proveniva dalla famosa Pearson Hardman di New York, uno studio di primissima fascia nel Paese.
L’altra da Kirkland Ellis, uno studio locale di Los Angeles.
Daniel aprì il taccuino del proprietario originale. Mostrava disprezzo per Pearson e aveva cerchiato invece Kirkland Ellis. L’arroganza trasudava praticamente dalla pagina: a quanto pare, con Harvard alle spalle, il precedente proprietario considerava andare in uno studio come Kirkland Ellis “abbassarsi”, un puro compromesso pur di restare a Los Angeles.
“Ha proprio un’alta considerazione di sé.” Daniel raccolse entrambe le lettere. “Però Kirkland Ellis… suona bene. Fare l’avvocato è mille volte meglio che riscuotere il pizzo per strada.”
Soddisfatto, Daniel si alzò, pronto ad andare in bagno a lavarsi la faccia e togliersi di dosso la sabbia di ieri.
Proprio in quel momento, nel profondo della sua mente, quella voce meccanica e gelida rimasta silenziosa per tutta la notte risuonò all’improvviso, nitida e tagliente.
[Ding—]
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