Torturata dai miei compagni gemelli

Torturata dai miei compagni gemelli

Liz Barnet · In corso · 245.6k Parole

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Introduzione

«Compagni!» La voce di Olivia risuonò nella mia testa, per poi tacere, come sbigottita dai ricordi che aveva intravisto.
No! No! No!
Non poteva essere vero. Doveva essere un incubo.
Non potevano essere i miei compagni… Non posso crederci… Destinata ai miei fratellastri gemelli?
In quanto figlia dell’amante dell’Alfa, Maya è sempre stata un’emarginata, disprezzata dal branco Blackthorn e tormentata dai suoi fratellastri. Maximus e Leonardo Sterling — i famigerati gemelli Sterling — erano i futuri Alfa con un unico, crudele obiettivo: rendere la vita di Maya insopportabile. Il giorno del suo diciottesimo compleanno, il destino le inflisse un colpo devastante: erano loro i suoi compagni predestinati. Quella notte, infransero la sua innocenza, marchiandola contro la sua volontà per vendicare i peccati di sua madre.
I gemelli Sterling erano maestri di crudeltà, la loro sete di vendetta sconfinata.
Eppure, il cuore di Maya combatte contro l’attrazione bruciante del legame predestinato, diviso tra l’odio e un desiderio proibito. Quando scopre di essere incinta dei fratelli che l’hanno distrutta, li rifiuta e fugge, giurando di proteggere il bambino che porta in grembo. Anni dopo, i due Alfa gemelli le danno di nuovo la caccia, non solo per lei, ma per loro figlio, l’erede che pretendono per il loro branco.
Riuscirà Maya a sfidare il legame del destino e a proteggere suo figlio, o la caccia spietata dei gemelli finirà per reclamare entrambi in questa seconda occasione?

Nota: Rosie Meachem è coautrice della storia, aggiornando a partire dal capitolo 102.

Capitolo 1

Il punto di vista di Maya

Un altro giorno in cui mi sveglio rimpiangendo la mia esistenza…

Era un’agonia, ma non l’esistenza in sé. No, era vivere in questo branco a renderla insopportabile. Come poteva chiunque, specialmente la figlia dell’amante, aspettarsi anche solo un briciolo di rispetto da un membro di questo dannato branco? Un branco rinomato in tutto il continente per il suo dominio, che vantava una schiacciante maggioranza di guerrieri feroci e membri d’élite.

Ero un’emarginata, un’ombra di cui non importava a nessuno. Anche dopo che mia madre, Morgana, aveva passato anni a prostituirsi, a servire l’Alpha e a invischiarsi nei suoi affari, arrivando infine a portare il nome degli Sterling, non era cambiato nulla. Era riuscita a distruggere il suo precedente matrimonio, ma per cosa? Nessuno la rispettava. Nessuno rispettava me.

A essere brutalmente onesta, non era stata un granché come madre. Se vendermi le avesse spianato la strada verso questa vita, l’avrebbe fatto senza esitazione.

La famiglia Sterling non mi aveva mai teso una mano. Non potevo biasimarli.

Dalla morte della Luna, tutto era cambiato, specialmente l’Alpha. Sì, aveva sposato la sua amante, mia madre. Da fuori sembrava tutto perfetto, ma dentro era un pantano torbido e amaro.

Mi diedi una rinfrescata e mi preparai per l’università, infilandomi un paio di pantaloncini neri, un crop top rosso e una giacca nera. Questi privilegi facevano parte dell’essere legata alla ricca famiglia Sterling, anche se nessuno di loro mi voleva davvero.

Andare all’università — o più precisamente, il tragitto per arrivarci — era un’altra parte della giornata che detestavo. Il passaggio mi metteva sempre nelle mani delle due persone che mi odiavano più di chiunque altro nel branco: i gemelli Sterling. Maximus e Leonardo, entrambi di ventidue anni, erano i futuri Alpha del branco Blackthorn.

Per loro non ero altro che un pugno in un occhio, o forse peggio: una persona che avrebbero smembrato e disperso volentieri, assicurandosi che nessuno la trovasse mai.

Dio! Il solo pensiero di doverli affrontare mi faceva venire i brividi lungo la schiena. La mia semplice vista storceva i loro volti in una smorfia di disgusto, i loro occhi scuri si facevano ancora più cupi, come se potessero gettarmi in un abisso e lasciarmici per sempre.

Feci un respiro profondo, chiusi gli occhi e contai fino a dieci. Il pettine che avevo in mano si fermò per un istante mentre cercavo di calmare i nervi. Potevo sopportarlo, come ogni altro giorno. Non era una novità: lo sopportavo da un anno ormai, e finora ce l’avevo fatta. Il mio compleanno si avvicinava, e dovevo resistere solo per qualche altro giorno.

Una volta trovato il mio compagno… tutto questo tormento sarebbe finito.

Quando riaprii gli occhi, invece del mio riflesso nello specchio, il mio sguardo cadde su una foto di mio padre.

Se solo non fosse morto quando avevo sette anni…

Erano passati più di dieci lunghi anni, ma potevo ancora sentire il suo tocco, i suoi baci sulle guance, il suo caldo abbraccio. Mia madre, invece, era stata troppo impegnata a ingraziarsi uomini d’affari per scalare la piramide sociale, finché non aveva trovato il partito perfetto in Alaric Sterling.

Era stata infedele a mio padre, e non avevo dubbi che se l’Alpha Alaric avesse mai perso il suo potere, lei lo avrebbe abbandonato con la stessa rapidità. Non pensava a nessuno se non a sé stessa. Nonostante le mie proteste, mi aveva trascinata in questo branco per mantenere l’illusione di essere la madre perfetta.

Mi raccolsi i capelli con un mollettone, lasciando che le ciocche più corte mi incorniciassero il viso. Non mi presi la briga di sistemarle.

Scesi la grande scalinata: la casa del branco era la definizione stessa del lusso. Dai domestici alla cucina, alle camere da letto, ogni suo angolo assomigliava a un hotel a cinque stelle. Eppure, sembrava un hotel deserto, freddo e vuoto, senza nessuno con cui parlare.

Quando arrivai al tavolo della colazione, vidi che tutti avevano già finito di mangiare. Era rimasto solo un piatto, con un’unica fetta di pane tostato e uova strapazzate.

Vidi la domestica e le chiesi: «È per me?».

Certo che no. Episodi del genere erano già successi e non era mai importato a nessuno.

Mi lanciò la solita occhiata di disprezzo, quella che tutti mi riservavano, e rispose: «Sì, certo». Poi se ne andò.

Feci spallucce, mangiai in fretta e uscii, solo per trovare la solita Jeep nera parcheggiata davanti. Mi si mozzò il fiato in gola quando vidi il riflesso di Maximus nello specchietto laterale. I suoi occhi dalla forma perfetta, che un tempo brillavano come gemme finché non vedevano me, erano ora nascosti dietro un paio di occhiali da sole neri.

Più indietro, vidi Leonardo che palpeggiava una bionda sul sedile posteriore. La maglietta di lei si era sollevata, rivelando il seno prosperoso, uno dei quali era saldamente stretto nella mano di Leo mentre si baciavano. A giudicare dai suoi pantaloni slacciati, potevo solo…

I miei pensieri furono bruscamente interrotti dal suono di un clacson.

Sobbalzai e guardai Max. Si era tolto gli occhiali da sole, una sigaretta gli pendeva tra le dita. Facendomi cenno con due dita, disse: «Vieni qui, Piccioncino!».

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