Capitolo 3 003
Il ronzio del motore dell’auto rallentò fino a spegnersi quando Adrian entrò nel parcheggio. La luce del mattino danzava sulla vernice nera e lucida, restituendo il riflesso di un successo che non aveva bisogno di autista, né di qualcuno al volante davanti: bastava Adrian, l’uomo che preferiva avere il controllo su tutto ciò che sfiorava. Espirò lentamente, un’abitudine di cui non era mai riuscito a liberarsi prima di immergersi nel mondo del lavoro.
Proprio mentre allungava la mano verso la ventiquattrore, il telefono vibrò sul sedile del passeggero. La vibrazione era secca, urgente; eppure, quando abbassò lo sguardo sullo schermo, le labbra gli si incurvarono in un sorriso tutto suo.
The Automobile Guy.
Naturalmente, nessuno tra casa e ufficio avrebbe mai sospettato che cosa significasse quel nome. Per loro era soltanto un altro cliente, un altro contatto di lavoro. Per sua moglie, era il meccanico dell’azienda. Ma Adrian lo sapeva bene. Nell’istante in cui fece scorrere lo schermo, la sua voce gli invase l’orecchio come velluto.
«Buon compleanno, tesoro.»
La morbidezza di quel tono portava con sé una promessa, una promessa che lo fece appoggiare allo schienale in pelle con un sorriso aperto, senza difese.
«Te lo sei ricordato,» rispose, la voce calda, disinvolta, ma attraversata da una soddisfazione che non riusciva del tutto a nascondere.
«Non potrei mai dimenticare,» disse lei, e alla fine delle parole le scivolò una risata leggera. «Allora, qual è il grande piano per stasera? Non mi terrai sulle spine, vero?»
Adrian ridacchiò, tamburellando le dita sul volante.
«Grande piano?» la stuzzicò. «Mi conosci, mi piace tenere le cose tranquille. Ma—» abbassò la voce, quasi cospiratorio, «passo dopo il lavoro. Una piccola festa. Solo noi.»
Per un istante la linea rimase muta, poi la sua voce tornò, più bassa, più giocosa.
«È quello che volevo sentire. Ho anche una sorpresa per te.»
«Tu e le tue sorprese,» mormorò lui, fingendo stanchezza, anche se sorrideva lo stesso. «L’ultima volta mi hai quasi mandato fuori equilibrio tutta la giornata.»
«Perché lavori troppo,» ribatté lei. «I compleanni non sono fatti per le sale riunioni, Adrian.»
Adrian lasciò che quelle parole restassero sospese; il calore che contenevano gli smosse qualcosa che troppo spesso seppelliva sotto fogli di calcolo e strategie. Lanciò un’occhiata al parcheggio silenzioso, consapevole a metà di quanto fosse pericoloso quel gioco. Eppure erano proprio momenti così, a insinuarsi sotto la sua armatura.
«Hai già migliorato la mia mattina,» confessò, a voce bassa. «Adesso fammi superare questa giornata e, stasera, parleremo di festeggiamenti veri.»
La sua risata gli riempì di nuovo l’orecchio, piena, appagata.
«Ti terrò alla parola.»
La chiamata si interruppe; il nome The Automobile Guy scomparve lampeggiando, come a cancellare le prove di ciò che era appena accaduto. Adrian fissò lo schermo per un momento, poi infilò il telefono in tasca, mentre l’espressione gli tornava addosso, composta e levigata come un abito ben tagliato.
Un’ombra calò sul finestrino dal lato del guidatore. Alzò lo sguardo e vide una figura familiare avvicinarsi con passo elastico. Peter, il suo assistente, giovane e pieno di quell’energia che Adrian, a volte, invidiava, gli sorrise.
Adrian abbassò il finestrino, sporgendosi leggermente in avanti.
«Buon compleanno, signore!» disse l’assistente, con un tono rispettoso, appena scaldato da una cordialità sincera. «Pensavo di essere il primo in ufficio a farle gli auguri.»
Adrian inarcò un sopracciglio, divertito.
«Non sei il primo,» borbottò tra sé, poi si bloccò. Raddrizzandosi, rispose con un cenno: «Grazie, Peter. Puntuale come sempre, vedo.»
Peter ridacchiò.
«Qualcuno deve pur assicurarsi che tutto fili liscio prima che arrivi il capo. E poi, ho pensato che oggi sarebbe stato un giorno speciale per lei.»
Adrian scese dall’auto, sistemandosi la giacca con un gesto praticato mille volte.
«Speciale? È un giorno come un altro. Ai clienti non interessa se è il tuo compleanno.»
«Ma ai dipendenti sì,» ribatté Peter con leggerezza, mentre si affiancavano e si avviavano verso l’edificio. «E forse anche alla sua famiglia. Ha programmato una cena per stasera, giusto?»
Le labbra di Adrian si serrarono in una linea sottile, e i pensieri gli guizzarono per un attimo alla telefonata di prima.
«Qualcosa del genere,» disse, vago.
Peter, sempre abbastanza acuto da capire quando fosse meglio non insistere, cambiò argomento con naturalezza.
«Va bene, allora: torniamo al lavoro. Ho rivisto i report di ieri, c’è un piccolo problema con l’account Westbrook. La loro spedizione non è stata sdoganata e, se si trascina, potremmo perdere la loro fiducia.»
Il passo di Adrian non esitò.
«Westbrook lo gestisco io. Prepara una mail per fissare un incontro venerdì. E assicurati che i numeri siano a posto, prima di allora.»
«Sì, ci sto già lavorando,» disse Peter in fretta. Nel tono c’era un accenno d’orgoglio, l’entusiasmo di chi sapeva che Adrian pretendeva la perfezione, ma riconosceva l’iniziativa quando la vedeva. «E per la presentazione di questo pomeriggio: avrà tutto pronto sulla scrivania entro mezzogiorno.»
Adrian accennò un lieve cenno d’approvazione.
«Bene. Tienilo preciso. Non lasciamo spazio agli errori.»
«E… ehm, stamattina ha chiamato una signora…» Si fermò, senza la minima idea se fosse il caso di proseguire o tacere.
«Una signora?» Adrian si arrestò, voltandosi verso di lui.
Peter annuì.
«Sì, signore. Una signora.»
«Sarà per lavoro, immagino.» Adrian riprese a camminare.
«Temo di no, signore.»
«E allora?»
«Voleva farle gli auguri di buon compleanno, dice che si chiama—»
«Non mi interessa come si chiama,» lo interruppe. «Lascia perdere,» aggiunse.
Peter deglutì a fatica.
«Va bene, signore.»
Si avvicinarono alle porte a vetri dell’edificio, con la luce del mattino che si rifletteva sulla superficie come su uno specchio. Peter allungò la mano per aprire, ma quella di Adrian era già lì, ferma, inflessibile. Non aveva bisogno che gli aprissero le porte.
«Prego,» disse invece Adrian, con un’ombra di sorriso sulle labbra.
Peter rise piano, scuotendo il capo mentre entravano.
«Anche nel giorno del suo compleanno, signore, lei è impossibile.»
«La disciplina non va in vacanza,» rispose Adrian, con voce fresca e controllata.
E a quel punto li investì il rumore dell’ufficio: telefoni che squillavano, tasti che ticchettavano, voci che si mescolavano nel ronzio dell’ambizione. L’espressione di Adrian scivolò del tutto nella maschera professionale, e il sorriso di poco prima venne riposto dove nessun altro poteva vederlo.
Solo lui sapeva che quella sera, dietro una porta su cui nessuno osava bussare, la vera festa sarebbe cominciata.
