Troppo tardi per chiedere scusa, signor miliardario (alla riconquista di mia moglie)

Troppo tardi per chiedere scusa, signor miliardario (alla riconquista di mia moglie)

sheilla · Completato · 328.1k Parole

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Introduzione

ADRIAN Cole aveva tutto. Ricchezza, potere, una moglie bellissima e una figlia che lo adorava. Ma è bastato un errore… una relazione… e una telefonata della sua amante per mandare in frantumi la vita perfetta che credeva di controllare.

Quando Amelia se n’è andata, non si è limitata a lasciare indietro suo marito: portava con sé anche un segreto, un segreto capace di cambiare ogni cosa.

Ora Adrian non ha altro che ombre da inseguire: la traccia della donna che un tempo lo amava. E capisce, troppo tardi, che il denaro e l’orgoglio non sanno rimarginare le ferite del tradimento. Ma la strada per tornare al cuore di Amelia non è sbarrata soltanto dal suo dolore: è avvelenata dalla gelosia di sua sorella, il cui odio nascosto affonda più in profondità di quanto chiunque possa immaginare.

Stretto tra il rimorso, il tradimento della famiglia e la lotta per la donna che ha dato per scontata, Adrian deve dimostrare che, stavolta, il suo amore è vero. Ma se il perdono di Amelia fosse l’unica cosa che non potrà mai ricomprare?

Una storia di tradimento, dolore e redenzione. Può l’amore sopravvivere, quando è già troppo tardi per chiedere scusa?

Capitolo 1

Il sole del martedì mattina filtrava gentile attraverso le alte tende di velluto, riversando una tenue luce dorata sulla camera padronale. La stanza era un impasto di eleganza e calore: pareti rivestite di mogano scuro, un lampadario appeso al soffitto alto come una corona di gioielli, e un letto king size vestito di lenzuola morbide color avorio e di un piumone pesante ricamato con motivi d’oro. Nell’aria indugiava un leggero profumo di lavanda, frutto delle candele notturne di Amelia, ormai spente.

Sul letto, Adrian dormiva profondamente, il respiro calmo e regolare, un braccio disteso sullo spazio vuoto dove di solito riposava sua moglie. Nel sonno, il suo viso bello si addolciva, ignaro di ciò che il mattino gli stava preparando.

Poi arrivò.

Un urlo, stridulo, improvviso, lacerante, echeggiò dal piano di sotto. Gli occhi gli scattarono aperti, il cuore a martellare nel petto. Con un ansito secco si tirò su a sedere e d’istinto si voltò di lato. Il letto era vuoto.

«Amore? Amore?» La voce gli si spezzò nel silenzio, urgente, frenetica.

Senza esitare scostò di colpo il piumone pesante, buttò le gambe giù dal letto e si rimise in piedi barcollando. A piedi nudi, i passi schioccarono sul legno lucidato mentre si precipitava fuori dalla stanza, la mente lanciata a rotta di collo verso possibilità terribili.

Ma appena raggiunse il soggiorno, si immobilizzò.

Un’esplosione di coriandoli schizzò in aria con un allegro pop-pop-pop, seguita dalle voci cantilenanti delle due persone che amava più di chiunque altro.

«🎶 Tanti auguri a te… 🎶»

Lì c’era Amelia, sua moglie, radiosa anche nel pigiama di seta azzurro pallido, i capelli sciolti sulle spalle. Accanto a lei la loro bambina, la piccola Hazel, nel pigiama rosa con gli unicorni, con in mano un cannoncino di coriandoli appena esploso tra le sue dita minuscole. I loro volti brillavano di gioia mentre le voci riempivano l’ampio soggiorno.

Per un attimo, Adrian si smarrì del tutto. Il petto gli si alzava e abbassava mentre le fissava, la confusione che si scioglieva nel sorriso più caldo che avesse mai indossato. Socchiuse le labbra, ma non uscì nessuna parola: solo la consapevolezza stordita che il panico del risveglio era stato barattato con un’ondata d’amore così forte da travolgerlo.

«Papà! Buon compleanno!!» strillò Hazel, saltellando dall’entusiasmo.

Quel suono lo riportò completamente al presente, e lui scoppiò a ridere: una risata bassa, piena, che fece allargare ancora di più il sorriso di Amelia.

«Dio buono,» mormorò con una mano sul petto, ancora in cerca d’aria. «Ho pensato che stessero ammazzando qualcuno, qua sotto.»

Amelia sogghignò, giocosa.

«Be’, tecnicamente… abbiamo ammazzato il tuo sonno.»

Scoppiarono tutti a ridere, Hazel che rideva così forte da rischiare quasi di inciampare nelle sue ciabattine a forma di coniglio.

«Dai, papà!» cinguettò Hazel, correndogli incontro con un sacchettino. Lo tese con orgoglio. «Ti ho preso dei regali!»

Adrian si abbassò alla sua altezza, lo sguardo che gli si addolciva mentre prendeva il sacchetto dalle sue manine. Dentro c’erano due pacchetti incartati con cura. Sul primo, in una grafia infantile e un po’ storta, c’era scritto: I love you, Daddy. Sul secondo, un adesivo vistoso diceva: Best Daddy in the World.

Adrian sentì stringersi la gola mentre tirava fuori il primo regalo. Dentro c’era un biglietto disegnato a mano con omini stilizzati—lui, Amelia e Hazel—che si tenevano per mano sotto un grande sole giallo. Sua figlia gli aveva perfino disegnato la cravatta storta, proprio come a volte la portava quando correva al lavoro.

«Oh, tesoro…» La voce di Adrian si fece densa d’emozione. «È il regalo più perfetto che abbia mai visto.»

Hazel rise, fiera.

«Ti piace?»

«Lo adoro, amore mio,» disse con una sincerità ferma, stringendola in un abbraccio grande da orso. «Sei la migliore artista del mondo intero. Picasso, a confronto, non vale niente.»

Gli occhi di Hazel luccicarono.

«Chi è Pikachu?»

Amelia scoppiò a ridere, quasi piegandosi in due. Adrian ridacchiò e baciò Hazel sulla fronte.

«Non Pikachu, tesoro. Lascia perdere: sei meglio di chiunque altro. E anche questo», disse raccogliendo il secondo regalo, «dev’essere fantastico.»

Lo scartò e trovò una tazza con la scritta Best Daddy in the World stampata in grande. Adrian si illuminò, un sorriso che gli andava da un orecchio all’altro.

«Ecco, questo», disse sollevandola come un trofeo, «è la prova ufficiale. Se un giorno qualcuno ne dubitasse, mi basterà bere il caffè da qui e fargliela vedere.»

Hazel ridacchiò di nuovo, battendo le mani.

«Sì! Daddy è il migliore!»

Amelia si avvicinò, con le mani nascoste dietro la schiena.

«Be’,» disse con tono canzonatorio, «se Hazel ha finito di rubare la scena, direi che tocca a me.»

Adrian inarcò un sopracciglio, finto sospettoso.

«Ah sì? E che cosa nascondi, Mrs. Amelia Cole?»

Con un gesto teatrale, Amelia tirò fuori una scatola elegante, chiusa con un nastro. Bastava la confezione lucida a urlare raffinatezza. Gliela porse con un sorrisetto.

Adrian la aprì con cura e spalancò gli occhi. Dentro c’era un orologio di lusso, che scintillava sotto la luce: proprio il modello che aveva ammirato una volta, senza mai decidersi a comprarlo.

Gli cadde la mascella.

«Amore… ma questo, questo è troppo.»

Lei sorrise piano, avvicinandosi.

«Niente è troppo per l’uomo che amo. Buon compleanno, tesoro.»

Lui posò la scatola da parte e la strinse a sé, forte.

«Grazie, amore. Non ti merito.»

«Sì che ti meriti», sussurrò lei, baciandogli la guancia.

I loro sguardi si incrociarono e, lentamente, senza forzature, le loro labbra si sfiorarono in un bacio tenero. Hazel, però, si coprì subito gli occhi con le manine.

«Bleeeh! Non davanti a meee!» strillò, drammatica.

Adrian si scostò quel tanto che bastava per ridere contro le labbra di Amelia.

«La stiamo imbarazzando.»

Amelia rise anche lei.

«Bene. È il nostro lavoro.»

Hazel sbirciò tra le dita, facendo il broncio, e poi scoppiarono tutti e tre a ridere, e in casa risuonò un’allegria piena d’amore.

E in quell’istante Adrian capì che non era ricco soltanto di cose o di successi: era ricco grazie a loro. Sua moglie. Sua figlia. La sua famiglia.


Amelia allungò la mano verso la giacca del completo rosso scuro, piegata con cura sul letto; le dita sfiorarono il tessuto fine prima di sollevarla. Adrian stava dritto davanti allo specchio, sistemando la cravatta con quella solita aria concentrata che lo faceva sembrare come se la testa fosse già in ufficio.

«Stai fermo,» disse lei piano, facendogli scivolare la giacca sulle spalle. Lui incrociò il suo riflesso nello specchio; le labbra gli si incurvarono nel più lieve dei sorrisi mentre Amelia gli metteva a posto il risvolto.

Per un momento ci fu silenzio: solo Amelia che trafficava con il colletto e, in lontananza, il ronzio del mattino.

Poi, quasi con noncuranza, aggiunse: «Sai… quest’anno nostra figlia non vuole soltanto un compleanno.»

Adrian lasciò uscire una risata sommessa, scuotendo il capo.

«Non vuole soltanto un compleanno? E che vorrebbe dire?»

«Ha detto che vuole una cena di famiglia,» rispose Amelia, facendo un passo indietro per osservare il risultato. «E quando ha detto “famiglia” intendeva con te presente. Niente scuse.»

Adrian si voltò dallo specchio, alzando appena le sopracciglia.

«Cena, eh? E che cosa c’è in menu, stavolta?»

Amelia gli rivolse un piccolo sorriso.

«Il tuo preferito. Agnello arrosto, purè di patate e cheesecake alle fragole.»

Lui espirò, annuendo lentamente, poi le posò baci sulla fronte.

«Va bene. Cercherò… di liberare la scrivania presto, così riesco a tornare a casa in tempo.»

Prese la ventiquattrore e se la mise in spalla con quella facilità ormai automatica. Senza aggiungere altro, Adrian si diresse verso la porta. Amelia rimase accanto al letto, a guardarlo mentre usciva dalla stanza, il cuore che sperava in silenzio che stavolta mantenesse la promessa.

«Cena, promesso?» lo fermò Amelia.

Lui si voltò a guardarla, con il sorriso ben visibile sul viso.

«Promesso,» sussurrò. Sorrisero entrambi e, così, lui se ne andò.

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