
Cameriera Per I Tre Re Della Mafia
Leigh Frankie · Completato · 321.9k Parole
Introduzione
Millie avrebbe dovuto ripulire dopo i ricchi, non andarci a letto.
Ma una notte sconsiderata con uno sconosciuto misterioso manda in frantumi quella regola. La mattina dopo lui è sparito… e con lui anche il suo senso di controllo.
Non si aspettava di rivederlo.
Di certo non si aspettava di ritrovarsi a lavorare come domestica convivente per gli spietati, schifosamente ricchi fratelli Moretti: Ethan, Aidan ed Evan.
Ognuno di loro è potente, possessivo, e nasconde segreti dietro occhi gelidi e sorrisi crudeli. Millie si è promessa che sarebbe rimasta professionale… ma in una casa piena di tentazione e pericolo i confini si sfumano in fretta.
Ora è intrappolata nella loro rete: una pedina in un gioco brutale di potere, desiderio e segreti intrisi di sangue.
Per loro dovrebbe essere soltanto la domestica.
Ma che succede quando tutti e tre i fratelli vogliono di più?
Tre re. Una domestica. Nessuna pietà.
Capitolo 1
Certo, stavano bevendo champagne.
Era sempre champagne, a feste del genere: quelle in cui tutti fingevano di essere ricchi senza sforzo, interessanti senza sforzo e, senza sforzo, non morti dentro. L’attico della Moretti Tower, un dito medio di vetro e acciaio puntato contro la gravità.
Una sessantina di invitati brulicava per casa, ripetendo in loop le stesse tre cose: bere, spettegolare e sperare che qualcuno li stesse guardando mentre lo facevano.
Lo skyline di Atlanta scintillava sotto di loro, come se fosse complice della battuta. Credevi di essere al di sopra di tutto, lassù, inzuppato di luce a LED e narcisismo. Ma alla città non importava nulla del tuo champagne o dei tuoi segreti. Si limitava a lampeggiare in risposta, indifferente.
Il DJ pompava un beat che sembrava geneticamente progettato per intorpidire gente con troppi soldi e troppo poca sostanza. I camerieri scivolavano tra la folla con vassoi di distrazione liquida, sorrisi tirati, occhi velati da troppe risate finte.
Lì dentro parlavano tutti sottovoce. E stavano tutti bisbigliando di lui. L’uomo del momento.
Giovanni Aidan Moretti.
Quel nome saltava fuori ogni pochi minuti. Le donne — per lo più silicone e paillettes — rubavano occhiate verso il secondo piano, dove una porta restava chiusa. Si buttavano i capelli sulle spalle abbronzate e cercavano di sedursi a vicenda a colpi di sussurri.
«L’hai già visto?» disse una bionda a una mora, con le labbra abbastanza lucide da catturare la luce della luna.
«No», soffiò la mora.
Nel mondo di sotto, lui era re. Giovanni Aidan Moretti era un nome che pesava, non nel senso da influencer su Instagram. Possedeva i territori del sud dell’impero Moretti come fossero proprietà del Monopoli che si era stancato di collezionare.
Giovane, impeccabile, con quell’aria studiata di mistero che mistero non era affatto: era distanza. E la distanza è potere. La festa era in suo onore. La sua nuova “iniziativa imprenditoriale”, qualunque cosa significasse. Il tipo di iniziativa per cui potrebbe servire un telefono usa e getta.
Quando la luce del mattino si fece strada a graffi nell’attico, la folla si dissolse. Svaporò dentro auto con autista e corse prenotate, i tacchi alti che risuonavano come un ripensamento. La festa finì come finiscono la maggior parte delle bugie: in silenzio, senza una chiusura.
E Giovanni non si fece vedere. Come se avesse organizzato la festa solo per vedere che cosa sarebbe successo se lui non si fosse presentato.
I calici da champagne giacevano rovesciati, piccole vittime del capitalismo. I tovaglioli appallottolati negli angoli. La pista da ballo era passata dallo scintillio al squallore.
Alle 8:45, l’ascensore suonò.
Lei uscì, i capelli raccolti in uno chignon. Niente tacchi. Niente luccichii. Solo una felpa nera anonima, jeans e una borsa di tela che sembrava averne passate un po’.
Millie “Millie” Foster. Venticinque anni. Era il tipo di donna che sapeva che dietro ogni “serata divertente” c’era una mattina come quella. Vetro rotto. Pavimenti appiccicosi.
Gli occhi passarono in rassegna la stanza come quelli di un detective su una scena del crimine. Registrò tutto, un disastro alla volta. Puntò dritta verso la cucina. Priorità. I piatti sbattevano tra loro come ossa. Si muoveva con il ritmo di chi non ha bisogno di complimenti, solo di avanzare.
Quando arrivò al soggiorno, il sole stava puntando il disordine come un riflettore in alta definizione. Diede un’occhiata al telefono: 10:00. Doveva occuparsi del patio o rischiava di mandare fuori equilibrio l’intera giornata.
Si chinò per sistemare una pila di riviste di moda — noncuranza impilata, progettata per dire alla gente chi invidiare — quando un gemito squarciò il silenzio. Non quello bello. Quello che ti gela il sangue.
Si immobilizzò.
«Ma che…» borbottò, voltandosi di scatto.
Ed eccolo lì.
Un tipo.
Era un cliché ambulante, ma di quelli che riescono comunque a prenderti allo stomaco. Un paio di boxer quasi inesistenti gli stavano bassi sui fianchi come se avessero qualcosa da dimostrare, che spuntavano da sotto una camicia sbottonata a metà e appiccicata a un petto scolpito con la giusta dose d’arroganza. I tatuaggi gli si avvolgevano lungo le braccia, indizi visibili di qualunque mitologia avesse deciso di adottare come stile di vita. Quel genere d’inchiostro che urlava: Io faccio le mie regole, ma che probabilmente aveva una storia alle spalle fatta di tequila ed ego.
I capelli erano spettinati ad arte — di quelli per cui paghi ottanta dollari per sembrare che non te ne importi — e gli occhi, di un azzurro criminale, si stringevano contro il sole.
Chi diavolo è questo? chiesero i suoi occhi, la domanda che la bocca non riusciva ancora a formulare.
Poi, come un principe mezzo morto che si rialza dalle macerie della propria festa, sbatté le palpebre verso di lei.
«Tu devi essere la donna delle pulizie», disse, con una voce roca e morbida come ghiaia, che le scivolò sotto pelle prima ancora che potesse difendersi. Quel tono. Indifferenza trasformata in arma.
«E lei dev’essere il signor Moretti?» stridette, e si odiò per come le uscì — come un personaggio dei cartoni risucchiato in una galleria del vento di feromoni.
«Mi fai sembrare così vecchio.» Gemette, trascinandosi una mano sul viso come se stesse cercando di cancellarsi. «Aidan Moretti. E sì, sono io. Ma chiamami Aidan. E per l’amor di tutto ciò che è sacro, fai qualcosa per quella finestra. Mi servono tende oscuranti. Il mio cervello sta organizzando un mosh pit.»
Giusto. Tende oscuranti. Come se il nemico fosse il sole e non la bottiglia che probabilmente aveva svuotato cinque ore prima.
Millie non disse ciò che stava pensando — che forse sua altezza poteva buttare giù un caffè come il resto dell’umanità. Invece lanciò un’occhiata alla finestra, da cui la luce entrava a fiotti con quell’aggressività allegra che faceva sibilare gente come lui.
«Tende oscuranti?» chiese, alzando appena un sopracciglio. «Potrebbe rendere complicata la parte delle pulizie, signor Moretti.»
«Aidan», ripeté lui, più lentamente stavolta, come se fosse lei a non capire. Incrociò le braccia, mostrando più inchiostro e più muscoli. «Puoi iniziare a pulire dopo che mi sveglio.»
Certo. Era un uomo abituato a dare ordini. Ma Millie non arretrò. Non lo faceva mai.
«Può tornare in camera mentre continuo a pulire qui», propose. «Prometto che farò più piano.»
«Voglio dormire sul divano», disse Aidan, e lo sguardo gli scivolò verso il punto appena dietro di lei. «Quindi lasciami dormire. Aspetta che mi svegli, poi puoi iniziare a pulire. Se vuoi, mentre aspetti puoi prenderti una bottiglia di vino fuori. Non preoccuparti, non ti denuncio.»
Come se le stesse facendo un favore. Come se spaparanzarsi sul divano di pelle di qualcun altro con un bicchiere di cabernet rubato fosse un sogno per cui valesse la pena vivere. Millie si morse il labbro. Forte. Era già un incubo di agenda, e da qualche parte là fuori un altro cliente si aspettava che lei non arrivasse con dieci ore di ritardo perché Giovanni Aidan Moretti aveva voglia di farsi un pisolino.
«In realtà», disse con cautela, «dopo pranzo ho un impegno, signor Moretti.»
«Aidan», la corresse lui, con naturalezza. «Saltiamo le formalità.»
Sollevò un sopracciglio fastidiosamente perfetto, indossando quell’espressione come un’arma — in parti uguali sfida, fascino e guai.
«Devo pulire la casa di un altro cliente», disse Millie, cercando di restare professionale.
«Disdici», disse lui, come se fosse la cosa più semplice del mondo. «Ti triplico la tariffa.»
«Come, scusi?»
«Credo tu mi abbia sentito, signorina…»
Ultimi capitoli
#279 Capitolo 279 Inizio e fine
Ultimo aggiornamento: 8/12/2026#278 Capitolo 278 Il quinto compleanno di Julian
Ultimo aggiornamento: 8/12/2026#277 Capitolo 277 Riunione inaspettata
Ultimo aggiornamento: 8/12/2026#276 Capitolo 276 Prima della cerimonia
Ultimo aggiornamento: 8/12/2026#275 Capitolo 275 Momenti rubati
Ultimo aggiornamento: 8/12/2026#274 Capitolo 274 La festa e la pausa
Ultimo aggiornamento: 8/12/2026#273 Capitolo 273 6 anni dopo
Ultimo aggiornamento: 8/12/2026#272 Capitolo 272 Le scuse e la benedizione
Ultimo aggiornamento: 8/12/2026#271 Capitolo 271 Ritorno a casa
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Ultimo aggiornamento: 8/12/2026
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