
Generami, Papà Alpha
Royalty Writes · In corso · 330.7k Parole
Introduzione
Sono venuta per l'estate.
Per rilassarmi. Per passare del tempo con la mia migliore amica.
Non per invischiarmi con suo padre.
Ma dal momento in cui l'Alpha Damon mi ha guardata, non ero più solo un'ospite.
Ero sua.
Da rovinare.
Da prendere.
Da rivendicare.
Adesso ho la gola irritata, le gambe deboli e lo sento ancora dentro di me, nel profondo, mentre la mia migliore amica dorme in fondo al corridoio.
A lui non importa se lei sente.
Anzi, vuole che senta.
Perché non sono solo il suo desiderio.
Sono la sua omega.
La sua ossessione.
Il suo sporco segreto che non ha più intenzione di nascondere.
Sono arrivata innocente.
Me ne andrò marchiata.
E se potessi rifare tutto da capo?
Lo supplicherei di spezzarmi nello stesso identico modo.
Capitolo 1
~Il punto di vista di Lyra~
Non ho mai avuto intenzione di scoparmi il padre Alpha della mia migliore amica. Ma sarei una gran bugiarda se dicessi di non averci mai fantasticato sopra.
Di non averlo mai sognato.
Di non averne mai sentito il sapore dietro le palpebre chiuse, con le gambe aperte e le dita gocciolanti tra le cosce.
Sì. So come suona.
E non me ne pento.
Perché ogni ragazza ha una prima cotta.
La mia, per caso, era per un uomo che poteva uccidere a mani nude, comandare un esercito di lupi e farmi tremare le cosce solo entrando in una stanza.
Damon Thornvale.
Alpha. Miliardario. Una bestia in corpo d’uomo.
E l’uomo che mi ha fatta venire per la prima volta senza nemmeno toccarmi.
Mi toccavo al suono dei suoi passi.
Al rombo profondo della sua voce.
Al modo in cui diceva il mio nome… Lyra… come se gli appartenesse. Come se io gli appartenessi.
E forse era così.
Ero un po’ più piccola la prima volta che sono venuta pensandolo. Non ricordo l’età precisa, ma so che ero pienamente consapevole di ciò che provavo.
Chiusa nel bagno di Tasha con le luci spente, le mutandine tirate di lato, la schiena inarcata e la faccia sepolta in un asciugamano perché nessuno potesse sentirmi gemere.
Quel giorno l’avevo visto a torso nudo. Solo una volta. Un’occhiata di sfuggita nel corridoio.
Non riuscivo a smettere di pensare a come il suo petto si sollevava quando respirava.
Al taglio dei suoi fianchi. Al modo in cui mi aveva guardata… come se sapesse.
Come se sapesse che ero già bagnata.
Che ero già sua.
Morsi l’asciugamano e mi infilai due dita dentro.
Venni in trenta secondi.
E poi di nuovo.
E di nuovo.
Ero diventata dipendente.
Da un uomo che aveva il doppio dei miei anni. Il padre della mia migliore amica. Un dio tra i mostri.
E non me ne fregava un cazzo.
Ogni estate che passavo a Thornvale, lo osservavo.
In silenzio. In segreto.
Sempre a gambe incrociate. Sempre con le mutandine umide.
Perché anche da adolescente, capivo cosa fosse Damon Thornvale.
Non era solo off-limits.
Era proibito.
Il peccato incarnato, con un cazzo grande quanto il mio fottuto avambraccio e una voce che mi faceva vibrare la figa.
Non era mio.
Ma volevo che mi distruggesse.
Non volevo dolcezza. Non volevo lentezza.
Volevo che mi piegasse sul tavolo da pranzo mentre le cameriere guardavano.
Volevo che mi scopasse nella doccia così forte da farsi sentire da Tasha.
Volevo che mi facesse urlare “Paparino” mentre mi riempiva così tanto da non riuscire più a camminare.
Non volevo essere amata.
Volevo essere usata.
E adesso?
Ho diciotto anni.
Sono maggiorenne.
Scopabile.
E di nuovo nel posto dove tutto è iniziato.
Tenuta Thornvale.
Dove i muri ricordano ogni mio sogno bagnato.
Dove i pavimenti ricordano ogni corsa a piedi nudi verso la stanza a cui non potevo avvicinarmi.
Dove il suo odore aleggia ancora: sigari, sangue, sudore e sesso.
I cancelli si chiusero alle mie spalle con un suono che mi fece irrigidire la schiena.
Clang.
Come una bara.
Strinsi più forte la borsa.
«LYRA!»
La sua voce spezzò i pensieri nella mia testa.
E poi eccola lì… Tasha Thornvale, la mia migliore amica, in tutto il suo glorioso caos baciato dal sole. Capelli biondi e selvaggi. Labbra lucide.
Gambe lunghe e nude in minuscoli pantaloncini rosa che le fasciavano il sedere come una seconda pelle. Scese di corsa le scale a piedi nudi, con le tette che rimbalzavano come se cercassero di scappare dalla canottiera.
Mi si seccò la bocca.
Le sue tette erano più grandi dell’anno scorso. Piene. Rotonde. Perfette.
Non indossava il reggiseno.
Ovviamente.
I capezzoli erano turgidi per il vento e il suo sorriso era malizioso.
«Mio Dio, sembri una donna fatta e finita!» strillò, stringendomi in un abbraccio che sapeva di profumo, cloro della piscina e segreti. Le sue tette si schiacciarono contro le mie. «Adesso hai le tette!»
Risi. Arrossii. Cercai di non fissare il modo in cui le rimbalzarono quando si staccò e allargò le braccia.
«Cosa c’è? L’anno scorso eri più piatta del mio iPad. E ora guardati!»
Fece una piroetta su se stessa come una fata ubriaca, poi ancheggiò dandosi una pacca scherzosa sul sedere. «Mi renderai la vita un inferno, vero?»
«Smettila», borbottai, sentendo il calore salirmi alle guance mentre mi sistemavo un ricciolo dietro l’orecchio. Ma stavo sorridendo.
Perché per un secondo, era quasi sembrato che fossimo ancora delle ragazzine.
Che rubavamo ancora il vino dalla cantina.
Che sbirciavamo ancora nei corridoi proibiti.
Che fingevamo ancora di non sapere cosa vivesse dietro quella porta in fondo all’ala ovest.
«Vieni», disse, afferrandomi la mano e trascinandomi verso la villa. «Papà ha rifatto tutta la casa. È pazzesca adesso».
Le tette le rimbalzavano a ogni passo. I pantaloncini le salivano su per le gambe a ogni movimento dei fianchi.
«Tipo… divani in pelle. Pavimenti di marmo. Nuove guardie che sembra scopino con la pistola ancora allacciata.»
Sbattei le palpebre. «Sembra… intenso.»
«Non hai idea.» Si scostò i capelli con un gesto della testa. «Divani così profondi che ci affoghi dentro. E la piscina…» Si fermò, si girò, si afferrò le tette e le fece sobbalzare. «La piscina è così sexy che mi ha fatto venire i capezzoli duri.»
Mi andò la saliva di traverso. «Tasha…»
«Cioè, guarda!» rise lei, stringendosi il seno tra le mani. «Diamanti perenni, tesoro. Papà l'ha resa "estetica" o che so io. Piastrelle nere. Luci subacquee. Nessuna regola. La settimana scorsa ho fatto un pompino su un materassino. Passerai l'estate più scopereccia della tua vita.»
Gesù.
La sua risata echeggiò nel cortile mentre mi trascinava verso l'imponente tenuta nera.
Thornvale.
Tre piani di pericolo vestiti di angoli acuti.
C'erano delle guardie alla porta.
Grosse.
Senza un sorriso.
Che osservavano.
Sentii i loro occhi scorrermi sulle gambe. Sul petto. Sul viso.
Non ricambiai lo sguardo.
Perché sapevo già dove si trovasse la vera minaccia.
Dentro.
Le porte d'ingresso si aprirono con un suono simile a un respiro risucchiato da una tomba.
L'aria fredda mi colpì la pelle, facendomi indurire i capezzoli sotto la felpa.
L'atmosfera sapeva di menta. Fumo. Cuoio.
E di qualcosa di più oscuro.
Di Alfa.
Di lui.
Strinsi le cosce.
No.
Non ora.
Non davanti a lei.
Ma, Dea, la casa odorava di lui.
Come le sue lenzuola.
Come sudore, sesso e sangue.
La seguii più a fondo. Oltre i lampadari. Oltre i tappeti neri. Oltre i dipinti a olio di lupi con il sangue che colava dalle fauci.
«Questo posto non è una casa» sussurrai.
Lei mi guardò da sopra la spalla.
«È un fottuto regno» conclusi.
Tasha fece un sorrisetto. «Già. E papà è il re. Il che significa che farai meglio a comportarti bene.» Mi fece l'occhiolino, leccandosi il lucidalabbra dal labbro inferiore. «A meno che tu non voglia che ti punisca.»
Le ginocchia quasi mi cedettero.
Non lo intendeva in quel senso.
Ma la mia fica si contrasse lo stesso.
Aprì una porta. «Questa è la tua stanza.»
Lo spazio era irreale.
Toni crema. Sete. Candele. Un letto enorme. Vista sul cortile. Tutto emanava lusso.
E fu allora che lo vidi.
Attraverso la finestra.
Spada in pugno.
Senza maglietta.
I muscoli che luccicavano al sole come olio versato sulla rabbia.
Damon.
L'Alfa.
Il re di questo fottuto incubo.
Il suo corpo si muoveva come un'arma.
Ogni fendente della spada, brutale.
Ogni torsione del busto, pornografica.
Mi morsi il labbro così forte da farlo sanguinare.
Poi si voltò.
E mi vide.
I nostri sguardi si incatenarono.
Blu.
Fottutamente blu.
Come il congelamento.
Come una punizione.
E poi.
Sorrise.
Non un sorriso caloroso.
Non gentile.
Ma freddo.
Indietreggiai barcollando dalla finestra, come se mi avessero strappato via l'anima.
Avevo le cosce bagnate.
Il petto ansimante.
Le mutandine fottutamente rovinate.
«Tasha…» gracchiai.
Non rispose.
Mi voltai.
Era sparita.
Sparita.
Come se la casa l'avesse inghiottita.
E ora?
Ora ero sola.
Con il suo odore che mi strisciava su per la schiena.
Con la figa che si contraeva come se implorasse un cazzo che non avevo ancora nemmeno visto.
Con il fantasma di quel sorriso che mi trascinava in ginocchio.
Mi allontanai dalla finestra.
Dovevo respirare.
Dovevo cambiarmi.
Dovevo ficcarmi le dita dentro prima di urlare.
Perché se Damon Thornvale non mi avesse scopata presto, sarei impazzita.
E la parte peggiore?
Glielo avrei lasciato fare.
Volentieri.
Misi una mano tra le gambe.
Solo per controllare.
Gocciolavo. Cazzo, che velocità.
E non mi aveva ancora sfiorata con un dito.
Non ancora.
Ma lo farà.
Perché quest'estate?
Non lascerò Thornvale senza essere stata toccata.
Mi scoperà.
Mi annoderà.
Mi ingraviderà.
Mi farà urlare il suo nome con le lacrime sulle guance e il suo sperma che mi cola fuori a ondate dense e infinite.
E quando sarà finita?
Striscerò da lui per averne ancora.
Questa non è una storia.
Questo è un avvertimento.
Stai per entrare in un mondo dove le ragazze si mettono in ginocchio per il papà della loro migliore amica e lo supplicano di usarle come troie sporche e disperate.
Se non vuoi venire?
Metti giù questo libro.
Perché quando Damon avrà finito con me?
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