L’Errore della Compagna Umana: La Compagna Proibita dei Gemelli Alpha

L’Errore della Compagna Umana: La Compagna Proibita dei Gemelli Alpha

sunsationaldee · Completato · 266.0k Parole

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Introduzione

Ellie Brooks ha passato tutta la vita a essere invisibile.

Silenziosa. Topolina di biblioteca. Formosa in un mondo che pare accorgersi solo dei corpi perfetti e delle personalità rumorose, ha imparato a tenere la testa bassa e il cuore ben al sicuro, nascosto fra le pagine dei suoi romanzi preferiti. Così, quando sua madre sradica la loro vita e le porta via da una fredda e grigia cittadina del Nord alla Florida soleggiata per sposare l’amore della sua vita, Ellie si ripete che quella è la sua occasione per ricominciare.

Quello che non sa è che la sua nuova casa si trova nel cuore del territorio dei lupi mannari.

O che il suo futuro patrigno è il Beta del branco locale.

O che il destino sta per commettere un errore catastrofico.

Blake, Theo e Sebastian sono i Triplets Alpha: tre eredi potenti, pericolosi e irresistibili, destinati a governare il loro branco insieme. Quando scoprono che la loro compagna predestinata non è una lupa, ma una ragazza completamente umana, tutto vacilla: il loro futuro, la loro sicurezza e il fragile equilibrio di potere fra i branchi.

Theo ne è attratto all’istante, deciso a proteggerla a qualunque costo. Sebastian vede i pericoli prima di chiunque altro e comincia a prepararsi a una guerra che non è ancora iniziata. E Blake? Blake si rifiuta di accettarla… anche mentre il suo lupo insiste che lei appartiene già a loro.

Ellie non capisce perché tre uomini mozzafiato sembrino osservarla, sorvegliarla e, a volte, respingerla. Sa soltanto che la sua nuova vita non ha nulla di normale — e che qualcosa di oscuro si muove nell’ombra.

Perché in un mondo di lupi, una compagna umana non è soltanto proibita.

È una debolezza.

E sta per diventare il segreto più pericoloso che il branco abbia mai avuto.

Capitolo 1

Ellie

La prima cosa che imparai della Florida fu che non credeva nello spazio personale.

Il sole lì non si limitava a splendere: premeva. Ti gravava addosso come se avesse qualcosa da dimostrare, come se si sentisse personalmente offeso dall’esistenza delle nuvole, dell’ombra o del concetto stesso di misericordia. L’aria era densa, umida e calda in un modo che non ricordava l’estate, ma piuttosto l’essere cotti a vapore vivi, molto lentamente.

Quando mamma infilò la macchina nel vialetto della nostra nuova casa, la maglietta mi si era già appiccicata alla schiena.

Mi mancava il freddo.

Mi mancavano gli strati di vestiti. Mi mancavano i maglioni, le felpe, gli stivali e il modo in cui l’inverno mi permetteva di nascondermi. Mi mancava il modo in cui il mio corpo poteva sparire sotto tessuti morbidi e maniche troppo lunghe.

Lì non c’era nessun posto dove nascondersi.

«Ellie, tesoro,» disse mamma, praticamente raggiante mentre spegneva il motore. «Non è bellissima?»

Fissai la casa.

Chiamarla casa sembrava come chiamare un castello casetta.

Era enorme. Bianca. Luminosa. Circondata da un portico che probabilmente avrebbe potuto ospitare un piccolo matrimonio. Le palme fiancheggiavano il giardino come in una rivista, e le finestre erano così grandi e spalancate che sembrava quasi che quel posto fosse allergico alla privacy.

«Sembra… costosa,» dissi con cautela.

Mamma rise, scostandosi i capelli dal viso mentre scendeva dalla macchina. «Marcus se la cava bene.»

Marcus.

Il mio futuro patrigno.

L’uomo che aveva conosciuto meno di un anno prima a una conferenza qualunque. L’uomo che in un tempo record era diventato il centro del suo mondo. Il motivo per cui ci eravamo trasferite da una cittadina tranquilla, grigia e fredda nell’angolo nord-orientale del paese — dove nessuno mi degnava di un secondo sguardo — a… questo.

Un posto dove perfino l’erba sembrava stare meglio di me.

Mi infilai lo zaino su una spalla e scesi dall’auto, venendo subito investita da un’altra ondata di calore.

«È decisamente… diverso,» dissi.

Diverso era un modo gentile per dire terrificante.

Mamma mi raggiunse e mi strinse il braccio. «Lo so che è un grande cambiamento. Ma pensa che sia un nuovo inizio. Un posto nuovo. Persone nuove. Qui nessuno ti conosce.»

Quella parte avrebbe dovuto essere rassicurante.

Invece era profondamente inquietante.

Avevo passato quasi tutta la vita a essere invisibile. Non ero vittima di bullismo, non ero popolare: ero soltanto… lì. La ragazza silenziosa che aveva sempre un libro in mano. Quella che piaceva agli insegnanti e che i compagni dimenticavano.

Essere invisibile era sicuro.

Essere la nuova significava essere vista.

Ed essere vista in un posto dove le ragazze probabilmente andavano a fare la spesa in bikini?

Quello sì che sembrava un incubo personale.

Abbassai lo sguardo su di me.

Jeans. Sneakers. Una maglietta larga. La mia solita armatura.

Tecnicamente avevo una figura a clessidra. Curve nei punti giusti. Ma avevo le cosce grosse, la pancia non era piatta e in tutta la mia vita non mi era mai capitato di guardarmi allo specchio e pensare, Wow. Sono bella.

Più una cosa tipo: Vai bene così. Se nessuno guarda troppo da vicino.

«Forza,» disse mamma. «Marcus dovrebbe essere a casa tra poco. Entriamo prima che ti sciolga.»

Dentro si stava benedettamente freschi, ma era comunque troppo luminoso. Troppo aperto. Troppo… arioso.

Ogni cosa di quel posto sembrava aspettarsi che a viverci fosse qualcuno migliore di me.

Eravamo a metà del trasloco degli scatoloni quando lo sentii.

Una strana… pressione.

Non caldo.

Non freddo.

Solo… qualcosa.

Come se l’aria fosse cambiata.

Come se il mondo si fosse inclinato, appena appena.

Mi raddrizzai lentamente e guardai verso la finestra davanti.

Ed è allora che lo vidi.

Era in piedi dall’altra parte della strada, accanto a un pick-up nero.

Alto.

Largo di spalle.

Capelli scuri.

Indossava una maglietta nera e jeans, e il tessuto gli aderiva addosso come se avesse paura di lasciarlo andare. Le braccia erano muscolose, le spalle ampie, la postura… all’erta.

E mi stava fissando.

Non in modo casuale.

Non in modo curioso.

In un modo da che diavolo è quella.

I nostri sguardi si incrociarono.

Qualcosa si contorse violentemente nel mio petto.

Non farfalle.

Come se i miei polmoni avessero dimenticato come funzionare.

Tutto il suo corpo si irrigidì.

Serrò la mascella.

Gli occhi gli si scurirono.

E poi—

Distolse lo sguardo.

Del tutto.

Come se non fossi niente.

Come se non esistessi.

Come se non valessi nemmeno una seconda occhiata.

Mi si strinse lo stomaco per motivi che non riuscivo a capire.

«Wow», disse mamma, comparendo accanto a me. «Questa città prende sul serio la forma fisica.»

Deglutii. «A quanto pare.»

Mi ripetei che non mi importava.

Mi ripetei che era solo l’ennesimo ragazzo della Florida, ridicolmente attraente.

Mi ripetei che il petto non mi sembrava… strano.

Finimmo di sistemare le cose in silenzio.

Marcus tornò a casa un’ora dopo.

Era alto, con spalle larghe, occhi gentili e una presenza che riempiva la stanza senza risultare opprimente.

«Ellie», disse con calore, porgendomi una mano. «È davvero bello conoscerti finalmente.»

Gliela strinsi. La sua presa era ferma, calda. «Piacere di conoscerti anche io.»

«Qui sei la benvenuta», disse. E dal tono sembrava che lo pensasse davvero.

La cena fu… stranamente normale.

Parlarono dei preparativi per il matrimonio. Della città. Di quanto fosse diverso tutto rispetto a casa.

«E qui cosa fa la gente?» chiesi.

Marcus sorrise. «Cose all’aperto. Spiaggia. Escursioni. Allenamento. È una città sana.»

«Si vede», borbottai.

Mamma rise. «Ti ci abituerai.»

Non ero sicura di volerlo.

Quella notte non riuscii a dormire.

Tutto mi sembrava troppo silenzioso. Troppo rumoroso. Troppo nuovo.

La mattina dopo decisi di esplorare.

Camminai.

E camminai.

E camminai.

E scoprii che qui erano tutti bellissimi.

Gli uomini sembravano modelli. Le donne sembravano influencer. Persino gli anziani sembravano… ferocemente in forma.

Come se mi fossi trasferita per sbaglio in una città popolata solo da dèi greci.

Ero a metà di un piano mentale per diventare un’eremita quando girai l’angolo—

E andai a sbattere dritta contro un muro di muscoli.

«Oof!» Barcollai all’indietro.

Una mano scattò in avanti e mi afferrò per un braccio.

«Attenta», disse una voce profonda.

Alzai lo sguardo.

E dimenticai come si respira.

Biondo. Alto. Occhi marroni caldi. Un sorriso che avrebbe dovuto essere illegale.

«Scusa», biascicai. «Non stavo guardando.»

«Non fa niente», disse con naturalezza. Poi aggrottò appena la fronte. «Sei nuova.»

Non era una domanda.

«Eh… sì. Ci siamo appena trasferiti.»

Qualcosa… gli cambiò nell’espressione.

Non in peggio.

Non in meglio.

Solo… intensa.

Poi gli si spalancarono gli occhi.

Solo di una frazione.

Come se avesse visto qualcosa di impossibile.

«Oh», sussurrò.

«Cosa?» chiesi.

Lui batté le palpebre e poi sorrise—ampio, luminoso e decisamente troppo affascinante. «Niente. Io sono Theo.»

«Io sono Ellie.»

«È bello conoscerti finalmente, Ellie.»

Finalmente?

Prima che potessi chiedergli cosa intendesse, disse: «Se ti serve qualcosa, qualsiasi cosa, dovresti venire a cercarmi.»

«Okay…?»

Sembrava volesse aggiungere altro.

Poi parve ripensarci.

«Ci vediamo in giro», disse.

E se ne andò.

Io rimasi a fissarlo, confusa.

Poi—

«Incredibile.»

Mi voltai.

Ed era di nuovo lì.

Il tipo di ieri.

Capelli scuri. Occhi freddi. Un’espressione torva come se fosse scolpita in modo permanente sul suo viso.

«Ehm—ciao?» dissi.

Mi guardò come se l’avessi offeso personalmente con la sola esistenza.

«Stai lontana da mio fratello», disse piatto.

Mi si spalancò la bocca. «Tuo… cosa?»

Fece un passo verso di me.

E l’aria cambiò.

Profumava… in modo incredibile.

Di pino e di fumo e di qualcosa di selvaggio.

«Ho detto», ringhiò, «stai lontana da lui.»

«Non lo conosco nemmeno», ribattei secca, ritrovando la schiena dritta. «E di certo non conosco te.»

«Bene», disse gelido. «Continua così.»

Poi se ne andò.

Lasciandomi lì, con il cuore che martellava, completamente frastornata.

Lo guardai allontanarsi, con rabbia e confusione che mi vorticavano nel petto.

Non lo sapevo ancora.

Ma avevo appena conosciuto:

Blake.

E la mia vita non mi apparteneva già più.

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