
A Capofitto sui Pattini per Te
boluwatifenasiru1 · In corso · 229.7k Parole
Introduzione
È il novellino: spericolato, sanguigno, impossibile da ignorare.
Quando Jace Maddox viene assegnato come compagno di stanza di Scott Harrington, scocca la scintilla: litigi roventi, sguardi rubati e una rivalità da cui nessuno dei due riesce a sottrarsi. Eppure, dietro la facciata sfrontata di Jace si nasconde un passato doloroso, e dietro l’aria calma e controllata di Scott c’è un ragazzo che porta addosso pesi che nessuno vede.
Nemici sul ghiaccio, amanti in segreto… e a ogni partita, a ogni tocco, a ogni battito del cuore, stanno perdendo la testa l’uno per l’altro, pattini e tutto il resto.
Capitolo 1
Jace era appena uscito dalla doccia quando il telefono iniziò a squillare. Sospirò a fondo, sapendo già chi fosse. Si avvicinò lentamente al letto, con l’acqua che gli gocciolava ancora dai capelli, e afferrò il telefono prima di rispondere.
«Che c’è adesso, Chase? Ho detto che non vengo.» disse, alzando gli occhi al cielo.
«È la serata delle matricole. Non puoi mancare. Ho sentito che ci saranno un sacco di fighe.» ribatté Chase. Anche se Jace non poteva vederlo, riusciva a immaginarsi benissimo quel sorriso idiota stampato in faccia.
Jace alzò gli occhi al cielo di nuovo. «Non mi piacciono nemmeno le donne.»
«Giusto, scusa.» disse in fretta Chase. «Ci saranno anche un sacco di ragazzi gnocchi. Non vorrai perdertela. Chi lo sa? Potresti trovare qualcuno di interessante. Comunque, vieni, e basta. Ci vediamo lì.»
La chiamata si chiuse prima che Jace potesse aggiungere altro.
«Chase!» urlò, solo per rendersi conto che la linea era già caduta. Controllò lo schermo e gemette. «Stronzo» borbottò tra sé, lanciando il telefono sul letto.
Non è che non volesse andare alla festa. Semplicemente non ne aveva voglia. Aveva già la testa piena di preoccupazioni, e l’ultima cosa di cui aveva bisogno era musica a tutto volume e una folla di sconosciuti.
Però forse… forse una festa l’avrebbe aiutato a dimenticare, almeno per qualche ora.
Gettò sul letto l’asciugamano con cui si stava tamponando i capelli e si diresse verso l’armadio. Gli occhi scivolarono sui vestiti appesi all’interno. La maggior parte erano vecchi, alcuni un po’ consumati, ma ancora buoni.
Dopo un momento scelse qualcosa di semplice: una maglietta nera, pantaloni scuri, la sua giacca di pelle nera e le Nike ormai malridotte. Niente di speciale, ma sarebbe andato bene.
Si vestì in fretta, si spruzzò addosso un profumo economico sul collo e sulla giacca, poi afferrò il telefono e il casco e uscì.
Quando arrivò in soggiorno, al piano di sotto, andò a sbattere dritto contro suo padre, che era appena rientrato. L’odore pungente di alcol riempì immediatamente l’aria.
Ubriaco. Come al solito.
Jace lo fissò con un’espressione di puro disgusto. Stava per ignorarlo e andarsene, quando suo padre barcollò, perse l’equilibrio e crollò a terra con un tonfo sordo.
Jace sospirò pesantemente. Per quanto fosse stufo del comportamento di suo padre, non poteva lasciarlo lì, steso per terra.
Si avvicinò al tavolino, appoggiò il casco sopra, poi si chinò e tirò su suo padre. Gli ci volle un po’ di forza, ma riuscì a trascinarlo fino al divano.
Lo adagiò e fece un passo indietro. Per un attimo pensò di prendere una coperta, ma l’idea svanì subito.
Non se la meritava.
Senza voltarsi, Jace riprese il casco e uscì di casa.
Jace non si aspettava che piovesse. Se l’avesse saputo, probabilmente non sarebbe uscito affatto. Ma ormai era già in autostrada, con la pioggia che gli veniva giù addosso a secchiate.
Gocce fredde gli colpivano la giacca e il casco mentre guidava. Sotto i lampioni, la strada sembrava viscida e pericolosa.
Maledisse in silenzio Chase.
Il telefono, all’improvviso, ricominciò a squillare. Lo ignorò, già certo che fosse Chase. Ma continuava a vibrare in tasca, senza sosta.
«Dannazione, Chase», borbottò.
Seccato, sollevò la visiera del casco e infilò la mano in tasca per afferrare il telefono. Abbassò lo sguardo solo per un secondo, ma quando rialzò la testa una luce abbagliante gli esplose dritta negli occhi.
Clacson assordanti squarciarono l’aria.
Il cuore di Jace gli schizzò in gola mentre sterzava di colpo la moto, evitando l’impatto per un soffio. Le gomme scivolarono leggermente sull’asfalto bagnato prima che riuscisse a riprendere il controllo.
Con il fiato corto, accostò sul bordo dell’autostrada. La paura nel petto fu subito sostituita dalla rabbia. Si voltò e vide che anche l’auto che aveva rischiato di investirlo si era fermata.
«Bastardo!» urlò Jace.
Saltò giù dalla moto e marciò verso la macchina, la pioggia che gli inzuppava i vestiti. Picchiò con forza sul finestrino.
Il vetro si abbassò lentamente, e Jace rimase immobile.
L’uomo al volante sembrava totalmente fuori posto su un’autostrada buia e sotto la pioggia. Aveva lineamenti affilati, pelle pallida e capelli scuri che gli ricadevano ordinati sulla fronte. Era calmo—fin troppo calmo per uno che aveva quasi causato un incidente. I suoi occhi freddi, indecifrabili, scrutarono Jace come se non fosse altro che un fastidio di poco conto.
Per un istante, Jace dimenticò persino perché fosse arrabbiato.
L’uomo sbuffò, e l’espressione gli si trasformò in un palese disgusto. Quello riportò Jace alla realtà all’istante.
«Ti rendi conto che per poco non hai ammazzato qualcuno?» lo incalzò Jace, la voce tagliente di rabbia.
«E tu ti rendi conto che eri tu quello che guidava come un idiota?» ribatté l’uomo con calma.
Jace lasciò uscire una risata aspra. «Certo. Uno di quei ricchi viziati che credono che i soldi sistemino tutto.»
L’uomo non reagì. Aprì semplicemente il vano portaoggetti, tirò fuori alcune banconote da cento dollari e le gettò fuori dal finestrino.
«Tieni. Per il disturbo.» disse, piatto. «Ora levati di mezzo.»
Il finestrino risalì e l’auto ripartì prima che Jace potesse anche solo rispondere.
«Ehi!» urlò Jace, ma la macchina era già lontana, giù per la strada.
Rimase lì sotto la pioggia, a fissare i soldi sull’asfalto fradicio. Il petto gli bruciava di rabbia e umiliazione. Avrebbe voluto inseguire quell’auto e spaccare la faccia a quel tipo. Ma farlo avrebbe significato perdere la festa delle matricole… tutto per un moccioso ricco e viziato che non valeva neanche il suo tempo.
«Prega di non incontrarmi mai più», mormorò.
Si voltò, tornò alla moto e lasciò i soldi dov’erano.
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