
Fuori dal Ghiaccio
Kwindumas · Completato · 228.1k Parole
Introduzione
Un secondo prima stavo girando l’angolo. Quello dopo, una mano si chiuse intorno al mio polso e mi trascinò di colpo dentro una stanza lì vicino.
La porta si chiuse alle nostre spalle.
Il respiro mi si spezzò quando la schiena urtò il muro e Tyler mi incombeva davanti, il petto che si alzava e si abbassava, gli occhi scuri di qualcosa di feroce, quasi animale.
«Dimmi», disse piano, la mano che mi scivolava alla vita, decisa ma trattenuta. «Mark è davvero il più dolce?»
Il cuore mi martellava.
«Oppure», continuò, chinandosi quel tanto che bastava perché io sentissi il suo calore, «l’hai detto solo per farmi incazzare?»
Quando Tyler Mercer, il ragazzo d’oro di Westfield e stella dell’hockey, subisce un infortunio che rischia di spezzargli la carriera e lo tiene lontano dal ghiaccio, l’ultima persona che vorrebbe a supervisionare la sua riabilitazione è Harper Lane: una compagna di classe silenziosa, dalla lingua tagliente, catapultata nel ruolo di sua fisioterapista temporanea.
Tyler è deciso a liberarsi di lei. Harper è decisa a dimostrare di non essere soltanto un ripiego.
Ciò che comincia come risentimento si trasforma lentamente in comprensione, e la comprensione diventa pericolosa quando di mezzo ci finiscono i sentimenti e le loro scelte iniziano a influire su qualcosa di più che su loro stessi.
Non sarebbe mai dovuta cadere per lui.
Lui non avrebbe mai dovuto aver bisogno di lei così tanto.
Con il tradimento che si avvicina e l’ultima partita che incombe, devono decidere che cosa conti di più: i futuri che hanno inseguito… o quello che non avevano mai messo in conto.
Capitolo 1
Una volta mi sono quasi innamorata.
Non di Tyler Mercer. Non davvero. Ma del modo in cui faceva sentire importanti tutte le persone intorno a lui.
Almeno, era così che sembrava mentre lo guardavo dagli spalti.
Era il primo venerdì sera di hockey della stagione, quello a cui si presentavano tutti alla Westfield Academy, che dell’hockey importasse oppure no. Nell’aria c’era odore di metallo freddo e popcorn, quel tipo di profumo che ti resta attaccato alla giacca per giorni. Il settore studenti ribolliva di un’energia irrequieta, corpi schiacciati contro il vetro, facce dipinte di blu e bianco per la nostra squadra. Le cheerleader erano raggruppate vicino alla panca delle punizioni e guidavano cori che, in realtà, solo metà del pubblico conosceva.
Quello era il mondo di Tyler.
Il mio era da qualche parte negli spalti più alti, abbastanza lontano perché nessuno notasse il quaderno che stringevo in mano e su cui scarabocchiavo tra un applauso e l’altro. Mi ero detta che ero lì per “ricerca”, per un tema sullo spirito scolastico, ma era solo una mezza verità.
Da quassù riuscivo comunque a vederlo.
Con il casco infilato sotto il braccio, Tyler Mercer era tutto sorrisi facili e sicurezza disinvolta mentre scivolava verso i compagni durante il riscaldamento. Anche fuori dal ghiaccio, la sua presenza era magnetica: non arrogante, non studiata, semplicemente sicura di sé. Tyler non era solo il ragazzo d’oro della Westfield. Era il ragazzo. Il capitano della squadra. Quello il cui nome la gente scandiva come se potesse spingere il disco in rete. Quello che gli osservatori avevano già cerchiato sui loro taccuini, anche se non aveva ancora compiuto diciott’anni.
E quella sera sembrava intoccabile.
Quando il cicalino annunciò la fine del riscaldamento, raccolsi le mie cose e iniziai a farmi strada verso il corridoio, pensando che una cioccolata calda avrebbe forse impedito alle mie dita di congelarsi prima dell’inizio della partita.
“Attenta!”
Quella voce secca mi strappò dai pensieri proprio mentre stavo per andare a sbattere contro un muro di spalle larghe avvolte in una giacca della squadra che saliva le scale. Borbottai delle scuse, stringendo più forte il quaderno.
Poi inciampai in pieno sul bordo della gradinata.
Due mani forti mi afferrarono prima che finissi con la faccia a terra.
“Tutto bene?”
Sollevai lo sguardo, frastornata, e lui era lì. Tyler Mercer, da vicino, con una mano calda a sorreggermi il gomito. I suoi amici — tutti con giacche uguali, tutti intenti a ridere per qualcosa di cui io non sapevo nulla — non si voltarono nemmeno mentre continuavano a camminare.
Ma lui sì.
“Oh... sì. Sto bene.” La voce mi si incrinò in un modo che decisamente non significava stare bene.
“Scusa per prima,” disse, e lo pensava davvero. Mi rivolse quel piccolo sorriso storto che fece sobbalzare il mio cuore in un modo per cui non ero affatto pronta.
“Però dovresti davvero guardare dove vai. Queste gradinate sono micidiali.”
E proprio così, se n’era già andato, tornando di corsa dai suoi amici prima che riuscissi a trovare qualcosa anche solo vagamente intelligente da dire.
Mi sono quasi innamorata proprio in quel momento.
Non di lui: non lo conoscevo. Ma del fatto che uno come lui potesse fermarsi, anche solo per un secondo, per una come me.
Le luci si abbassarono leggermente quando le squadre furono richiamate sul ghiaccio per l’ingaggio iniziale. Una voce tuonò dagli altoparlanti, annunciando i giocatori uno a uno, mentre gli applausi crescevano a ogni nome. Quello di Tyler, ovviamente, fu il più forte.
La partita cominciò in un lampo di caos: dischi che volavano, giocatori sbattuti contro le balaustre, il pubblico che ruggiva a ogni quasi gol e a ogni parata. A me l’hockey non piaceva nemmeno, ma quando il disco era a Tyler non riuscivi a staccargli gli occhi di dosso. Era veloce, e preciso. Il tipo di giocatore che faceva sembrare tutto magia invece che fatica. Non si limitava a giocare; il ghiaccio era suo.
«Mercer!» gridò qualcuno dietro di me, e non capii se stesse tifando per lui o pregando.
Al secondo tempo, Westfield era avanti di un gol, e l’energia nell’arena sembrava elettrica. Tyler pattinò all’indietro verso la porta, il bastone saldo, gli occhi fissi sul disco come se nient’altro esistesse. Chiamò uno schema che non capii, passò, si girò, e per qualche miracolo nel giro di pochi secondi aveva di nuovo il disco. La folla esplose quando tirò in porta.
Parato.
L’altra squadra non stava scherzando.
Il gioco si fece più duro. I giocatori si spintonavano, i bastoni sbattevano, i corpi finivano contro le balaustre con una violenza da togliere il fiato.
Poi successe.
Un secondo prima, Tyler scivolava sul ghiaccio come se nulla potesse toccarlo. Quello dopo, venne scaraventato con tale forza contro il plexiglass che l’impatto fece tremare gli spalti. Lo sentii nel petto.
Non si rialzò.
Il boato della folla precipitò in un silenzio irreale.
Il fischio dell’arbitro trafisse l’aria mentre la partita si arrestava di colpo.
Dal mio posto a metà degli spalti, strinsi il quaderno come se potesse tenermi ancorata mentre i preparatori invadevano il ghiaccio, accovacciandosi intorno a lui. Perfino da lì capivo che qualcosa non andava. Ormai non aveva più il casco, e la sua testa ciondolava in un modo che mi fece attorcigliare lo stomaco. Provò a muoversi, poi si bloccò, accasciandosi di nuovo sul ghiaccio.
I giocatori gli si disposero intorno come un muro, nascondendomelo alla vista, ma io non riuscivo a distogliere gli occhi dagli spazi tra di loro. Non riuscivo a cancellare l’immagine di quel ragazzo che mi aveva sorriso come se non gli costasse nulla e che ora giaceva lì come se gli avessero portato via tutto.
I minuti si trascinarono come ore finché, finalmente, lo aiutarono a lasciare il ghiaccio. Teneva il braccio stretto al petto, i pattini che strisciavano.
Intravedetti mia madre affrettarsi giù dagli spalti, facendosi largo tra la fila di preparatori e ufficiali di gara per raggiungerlo al tunnel. La piega tra le sue sopracciglia mi disse più di qualsiasi tabellone.
Quando tornò da me, il pubblico aveva già riportato l’attenzione sulla partita.
«È grave,» mormorò, chinandosi in modo che solo io potessi sentirla. «Si è lesionato la spalla — la cuffia dei rotatori. Starà fuori almeno quattro mesi, forse di più.»
«Quattro mesi?» ripetei, con le parole che mi si spezzavano in gola.
Nel tempo dell’hockey, tanto valeva dire per sempre.
Non ricordo chi abbia vinto la partita.
Ricordo solo questo: quello fu il momento in cui Tyler Mercer passò dall’essere il ragazzo d’oro di Westfield al suo più grande “e se?”. E quella notte imparai quanto in fretta potesse cadere qualcuno che sembrava intoccabile.
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Ultimo aggiornamento: 7/11/2026
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