
Il Tributo di Sangue della Mafia
mesomagold · Completato · 193.6k Parole
Introduzione
«Ti prego… farò qualunque cosa», sussurrò Anya, la voce sottile come un filo sul punto di spezzarsi nel silenzio opprimente della sala. In ginocchio, non era che un’offerta in più dentro una tradizione secolare: un debito pagato in carne e sangue.
Le girò intorno come un predatore che valuta il suo ultimo acquisto. La sua voce era l’inverno stesso, fredda e definitiva. «La tua vita non è più tua da barattare.» La mano guantata le afferrò il mento, costringendola a sollevare lo sguardo, a incrociare occhi tempestosi e senza pietà, specchio della sua anima. «Da questo momento, piccolo fantasma, appartieni a me.»
Capitolo 1
«Più in fretta, topolino!» sghignazzò Sergei Petrov dall’alto, mentre strofinavo i pavimenti di marmo. Era il figlio più giovane della famiglia, di nuovo ubriaco; l’alito gli puzzava di vodka. «La mia famiglia ha pagato fior di soldi per te. Dovresti sgobbare di più!» Mi sputò sulle mani e se ne andò.
Io non mi mossi da dove ero. Tenni la testa bassa. Questa lezione l’avevo imparata quattro anni prima, quando la sua famiglia aveva comprato il debito di mio padre. Taci. Fatti piccola e sopravviverai. Quelle parole mi martellavano in testa come una cantilena, uno scudo contro la paura che mi abitava in gola.
Strofinavo i pavimenti di marmo della tenuta dei Petrov in ginocchio, appoggiata sulle mani. Le dita erano rosse, scorticate dall’acqua bollente. Ho ventidue anni, ma quando intercettai il mio riflesso nella pietra lucidata vidi un fantasma. Una bambina dagli occhi vuoti e le nocche livide. La ragazza di prima, quella che rideva e viveva in un appartamento inondato di sole, non c’era più. Di lei era rimasto soltanto quel fantasma.
Mio padre, il detective Marco Koslov, era un uomo buono in una città che divora gli uomini buoni. Aveva provato a combattere la corruzione, a tenersi le mani pulite in un mondo costruito con soldi sporchi di sangue. L’aveva fatto ammazzare. Un mese fa è morto in carcere, accoltellato sotto la doccia da un detenuto al servizio proprio delle famiglie che lui aveva cercato di far cadere. A volte, nel silenzio di questa casa, riesco ancora a sentirlo ridere. Era una risata piena, calda. Ora è soltanto un’eco che fa male.
La famiglia Petrov venne da me dopo il suo arresto con un’offerta semplice. «Sconta il debito della tua famiglia, oppure guarda tuo fratellino Dmitri sparire nel sistema.» Dmitri ha quattordici anni adesso, da qualche parte in questa città, preso da un’altra famiglia come garanzia. Non vedo la sua faccia da quattro anni. Mi aggrappo al ricordo di lui a dieci anni, col mento ostinato di nostro padre e gli occhi grandi e pieni di speranza di nostra madre. È per lui che tengo le ginocchia piantate su questa pietra gelida. È per lui che le mie mani non smettono mai di muoversi.
Lavoro diciotto ore al giorno. Cucino, pulisco, servo alle feste dove uomini potenti discutono di territori e omicidi davanti a vino costoso. Mi sono resa invisibile. È l’unico modo per restare viva. Sono un’ombra in un angolo, come un mobile. Trattengo il fiato quando passano certi uomini. Rendo i miei passi leggeri come polvere.
Di notte, sola nella stanzetta che mi hanno dato in cantina, canticchio le ninne nanne che cantava mia madre. Canzoni popolari russe sull’inverno e sui lupi e su ragazze capaci di sopravvivere a cose impossibili. Mia madre è morta quando avevo otto anni, lasciandomi soltanto quelle canzoni e un avvertimento. «In questo mondo, Anyushka, donne come noi devono essere furbe. Non possiamo essere forti, quindi dobbiamo essere intelligenti.»
E furba lo sono stata per quattro anni. Ho sopportato ogni umiliazione, ogni colpo, ogni notte in cui Sergei beveva troppo e le sue mani si spingevano un po’ troppo vicino al mio corpo. Sono sopravvissuta perché non avevo scelta. Perché da qualche parte, a Mosca, Dmitri mi sta aspettando.
E quel pomeriggio stavo pulendo il grande ufficio, il cuore del loro potere. Viktor Petrov, capo del clan Petrov, sedeva dietro la sua scrivania enorme mentre il fumo del sigaro cubano gli si arricciava verso il soffitto.
Stasera sarebbero arrivati uomini importanti. Avevo sentito i domestici bisbigliarne. Riunioni su territori e spedizioni e tratta di esseri umani.
Mi dolevano le ginocchia, dopo ore in ginocchio. La schiena urlava a ogni movimento. Ma continuai a strofinare, perché l’alternativa era peggiore. L’alternativa era Viktor Petrov che mi spaccava una costola e poi mi accusava di essermi rilassata.
La luce del pomeriggio entrava di sbieco dalle alte finestre, disegnando riquadri d’oro sul marmo che avevo appena pulito. Era bellissimo. Un tempo amavo una luce così. Ci stavo dentro e ne sentivo il calore addosso. Adesso mi limitavo a calcolare quante ore di giorno mi restavano per finire il lavoro.
La stanza odorava di cuoio vecchio e sigari cubani. Raccolsi l’occorrente e mi spostai in silenzio verso la sezione successiva.
Stavo lucidando l’immensa mensola di legno scuro di Viktor Petrov quando la porta si aprì ed entrò Ivan, il suo figlio maggiore. Mi irrigidii, diventando in fretta parte dell’arredamento, sperando che le ombre mi inghiottissero.
«Abbiamo un problema con questa ragazza Koslov,» disse Ivan, la voce un brontolio basso mentre lo sguardo gli scivolava su di me.
Le mani mi si bloccarono solo per un secondo, poi le costrinsi a continuare. Parlavanodi me come se fossi un oggetto qualunque. Il cuore non smetteva di galoppare mentre decidevano il mio destino.
Viktor Petrov era seduto sulla sua poltrona dal grande schienale, con il fumo del sigaro che gli si avvolgeva attorno alla testa come una corona. «La figlia di quel detective?» Mi indicò. «Che problema c’è?»
«È qui da quattro anni ormai, padre. Ci siamo ripagati ampiamente.» Ivan fece una pausa e l’aria nella stanza si fece densa. «La Blood Tithe è tra tre settimane, e Nikolai Markov sta chiedendo le offerte migliori. Le altre famiglie stanno preparando il loro meglio. A noi serve qualcosa che lo… impressioni. Qualcosa che spicchi.»
Non sapevo cosa fosse la Blood Tithe, ma il modo in cui Ivan lo disse mi ghiacciò lo stomaco. Offerte? Come animali? Come proprietà?
Vidi il volto indurito di Viktor incrinarsi in un sorriso, lento, crudele, che gli tirava le labbra. «Il detective che dieci anni fa ha ammazzato gli uomini di Leonid Markov. Quello che per poco non ha fatto crollare l’intero sistema. Quello la cui testimonianza avrebbe potuto distruggerci tutti.»
Era mio padre. Un uomo coraggioso, che aveva affrontato la famiglia più pericolosa di Mosca. I Markov. Ma finì in prigione e, alla fine, morì.
«Sua figlia,» concluse Ivan, la voce fredda e decisa. Provai a collegare i punti, ma non era ancora chiaro cosa stessero davvero dicendo. «Se la offriamo a Nikolai, non stiamo solo saldando un debito. Gli stiamo dando vendetta, e così sarà lui a restare in debito con noi.» Ivan finì, e io spalancai gli occhi.
Cosa?!
Io sono l’offerta?!
Dovetti aver fatto un suono, un minuscolo ansito che tradì la mia presenza, perché due paia di occhi gelidi si voltarono immediatamente verso di me.
Viktor spense il sigaro schiacciandolo. La sua voce era fredda, autoritaria. «Fate i preparativi. Ripulitela. All’equinozio, Anya Koslov diventa la Blood Tithe.»
Quelle parole erano una condanna a morte. Non ebbi nemmeno il tempo di urlare che un paio di mani ruvide mi afferrarono per le braccia.
Mi trascinarono via all’istante, con i piedi che scivolavano e graffiavano sul marmo lucidato.
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#160 Capitolo 160 LA FINE!
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