La compagna travestita dell'Alfa tripletto

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Introduzione

«Compagno», sussurrò, la voce che tremava d’esultanza. «Tutti e tre. Siamo estremamente favorite.»

«È un disastro», sussurrai. «Non può essere possibile.»

«Continui a ripeterlo», disse con aria compiaciuta. «E la Luna continua a dimostrarti che ti sbagli.»

«Non è divertente, Fallon. Non possiamo avere tre compagni.»

«Continua a negarlo e potremmo averne ancora di più», disse Fallon, eccitata. «Potremmo avere un intero harem di uomini. Solo per noi! E quando ci accoppieremo…»

Mi tappai la mente su qualunque cosa stesse per dire. Era troppo. Io? Accoppiarmi con tre uomini?

Tre compagni. Tre maschi Alfa. Fratelli. E io ero una lupa sotto mentite spoglie. Ogni istinto urlava di scappare. Ma la mia lupa, Fallon? Lei si stava già avvolgendo attorno a quel legame come se fosse destino.

Zuri, diciottenne e figlia dell’Alfa del Branco Moonshine, scopre di essere stata promessa in sposa al brutale Alfa Torin, un uomo noto per crudeltà e spargimenti di sangue. Dopo aver visto Torin assassinare una donna incinta durante la propria festa di compleanno e dopo essere sfuggita per un soffio alla sua aggressione quella stessa notte, Zuri compie una scelta disperata. Propone al padre un patto audace, della durata di un anno: in cambio della sua libertà, si addestrerà come guerriera all’Accademia dei Lupi Mannari, travestita da maschio, l’Alfa Zion. Ora che condivide un dormitorio con tre potenti fratelli trigemini — l’ombroso Alfa Adrian, l’affascinante Cassian e il feroce Tristan — Zuri deve imparare a combattere, soffocare i propri istinti e proteggere a ogni costo il suo segreto. Ma la convivenza accende legami proibiti e irresistibili, e più quei vincoli si fanno profondi, più diventa difficile nascondere chi sia davvero. Con Torin che le dà la caccia e il suo cuore in gioco, Zuri deve decidere: la libertà vale il rischio di perdere tutto, incluso l’amore? E i suoi segreti si sgretoleranno prima ancora del suo destino?

Capitolo 1

ZURI

Oggi compio diciott’anni e, invece di rimpinzarmi di torte e dolci, ho deciso di barattare tutto questo con un occhio nero e un labbro spaccato. Perfetto.

«Ancora!» ringhiai, girando in cerchio intorno al mio avversario, un guerriero massiccio il doppio di me e con metà della mia intelligenza.

Kevi sorrise tra i denti insanguinati. «Ne sei sicura, festeggiata?»

Gli assestai un colpo alle costole. «Smettila di chiamarmi così e combatti.»

Preferivo stare lì, tra sudore e lividi, dove non dovevo sorridere né fare riverenze né pensare al futuro che mi veniva consegnato come una coppa d’argento piena di veleno. Mi abbassai, spazzai via le gambe di Kevi e lo mandai lungo disteso sulla schiena con un tonfo soddisfacente. Gli montai sopra in un attimo.

«Morto,» dichiarai, posandogli una mano sul petto e allungando gli artigli verso il suo collo.

La piccola folla scoppiò a ridere. Gli tesi una mano per aiutarlo a rialzarsi, ma il momento fu rovinato da una voce stridula e gelida che congelava il sangue più in fretta di qualunque morso di rogue.

«Zuri Yiva Elowen!»

Mia madre era ferma ai margini della fossa, con l’aria di chi avesse appena sorpreso qualcuno a profanare un altare. Avvolta in sete e gioielli, Luna Eloise si reggeva con uguali dosi di regalità e disapprovazione.

«Che cosa significa tutto questo?» sibilò. «Combattere? Il giorno della tua cerimonia di fidanzamento?»

Quella parola mi colpì più forte di qualunque pugno. Fidanzamento. Una gabbia dorata travestita da destino. Avrei preferito bere veleno piuttosto che pronunciarla.

Fallon, la mia lupa, si mosse dentro di me, la sua voce un brontolio basso nella mia mente. «Potrebbe non essere la maledizione che credi. Un compagno potrebbe sbloccare ciò di cui abbiamo bisogno. Potere. Unità. Una vera possibilità di difendere il branco.»

«Difenderli da lui?» chiesi. «Dal mostro stesso a cui ci stanno consegnando?»

Lei non rispose. Forse non voleva farlo. Non avevo mai incontrato Alpha Torin, ma le storie su di lui erano troppo raccapriccianti per essere inventate. Non mostrava misericordia in nessun aspetto della sua vita. Una volta aveva fatto decapitare un servitore perché aveva versato del vino sulla sua tavola. Non c’era da stupirsi che avesse trentacinque anni e nessuna compagna. Se io fossi stata la sua compagna, sarei scappata a gambe levate. Avrei preferito diventare una rogue piuttosto che restare intrappolata con un tiranno. Purtroppo non spettava a me decidere, ma questo non significava che non potessi mostrare quanto la cosa mi rendesse infelice.

«Tecnicamente è ancora il mio compleanno, quindi posso combattere se mi va.»

Mia madre ignorò la battuta. «E se Alpha Torin fosse arrivato in anticipo? Che cosa avrebbe pensato vedendo la sua sposa rotolarsi nella terra come una comune cagna randagia?»

«Spero,» dissi asciutta, «che pensi che non sono una che si lascia mettere i piedi in testa.»

La mascella di Luna Eloise si irrigidì. «La forza di una donna sta nella sua grazia, non nei pugni.»

«Dillo alle mie avversarie.»

Mia madre mi afferrò per un braccio. «Basta con il tuo spirito. Vieni. Abbiamo a malapena un’ora per renderti presentabile.» Cercai di oppormi, ma la presa di mia madre era ingannevolmente forte. «Non provare a contrastarmi. Lo farai. Indosserai l’abito. Sorriderai. E ricorderai che la decisione di tuo padre è definitiva. Abbiamo bisogno di questa alleanza.»

La mia voce si abbassò. «No, è lui che ha bisogno di questa alleanza. Io sono solo il sacrificio.»

Le dita di mia madre si strinsero di più. «Adesso basta. Oggi non avremo una delle tue scenate. Il dovere di una donna è servire il suo branco, non sfidare il suo Alpha.»

Mi liberai con uno strattone. «Forse se più donne sfidassero i loro Alpha, non sfileremmo le ragazze davanti a tiranni assetati di sangue come fosse la stagione degli accoppiamenti in un mercato della carne.»

Ci fu un momento di silenzio: fitto, teso e glorioso. Persino il vento sembrò fermarsi, incredulo.

Mia madre si sfregò le tempie, borbottando tra sé. «Te l’avevo detto a tuo padre di non lasciarti leggere tutti quei libri e assistere agli addestramenti dei guerrieri.» Poi si voltò verso di me. «Del tuo atteggiamento parleremo più tardi. Adesso farai il bagno, indosserai quello che ho preparato per te e ti comporterai come si deve.»

Sbuffai. «Se quell’abito è rosa e pieno di fiocchi, gli darò fuoco.»

Mia madre si voltò sui tacchi. «Farai ciò che ci si aspetta da te.»

E così la mia mattinata di allenamento e controllo mi fu strappata via, sostituita da pizzo e aspettative. Mi lavarono come se mi stessero preparando per una sepoltura. In un certo senso, mi sembrava davvero più un funerale. La morte della Zuri libera, armata e capace di pensare con la propria testa, e la nascita di una docile macchina da riproduzione.

Su richiesta di mia madre, le ancelle mi strofinarono e mi sistemarono con mille moine, tirandomi i capelli troppo forte e mormorando dei lividi che impiegavano troppo tempo a guarire. Come se i lividi fossero qualcosa di cui vergognarsi. Me li ero guadagnati tutti. Rimasi in piedi davanti allo specchio, riconoscendomi a malapena.

La mia pelle, di un bruno profondo e ricco, brillava sotto strati di oli e di riflessi scintillanti che mia madre insisteva mi rendessero più “da donna” e più «presentabile». Il mio afro era stato attorcigliato in una corona intricata di ricci, ornata da sottili fascette d’argento: elegante, regale e soffocante. L’abito luccicava come onice bagnata, scivolando sulle curve delle mie cosce robuste e aprendosi appena sul fondo. Era bellissimo. E non ero io.

«Stupenda», disse mia madre, raggiante come se avesse vinto qualcosa. «Alpha Torin non capirà cosa l’ha colpito.»

«Spero una spada», borbottai.

Mia madre mi ignorò e aggiustò una catena d’oro appoggiata appena sopra la clavicola, il pendente a forma del simbolo del nostro branco. Un segno di lealtà. Di eredità. Di guinzaglio.

«So che non ti piace», disse mia madre, con una voce morbida per la prima volta quel giorno. «Ma sembri adatta alla parte. E questo conta.»

Mia madre mi guardò attraverso lo specchio. Un’esitazione non solo nei suoi occhi, ma anche nelle mani, che parevano tremare. «Ricordati soltanto che è un bene per il branco.»

Dal cortile risuonò una campana: lunga, grave, cerimoniale.

«È qui», sussurrò mia madre, la mano che indugiava sulla mia spalla come un marchio.

Mi voltai, allontanandomi dallo specchio.

Che lo spettacolo cominciasse.

La folla radunata tacque quando la carovana di Alpha Torin fece il suo ingresso: carrozze nere trainate da bestie mostruose dal pelo bianco, con troppi denti e troppo pochi guinzagli. Le sue guardie smontarono per prime, armature tintinnanti, occhi gelidi. E poi apparve Torin. Era…

«Bellissimo», dicemmo io e Fallon nello stesso istante. Mi massaggiai in fretta via il bruciore dalle guance prima di tradirmi.

Era alto, affascinante in quel modo da “di certo ha ucciso qualcuno per uno starnuto”. Aveva i capelli lunghi e d’argento, come se il suo sangue fosse nato già morto. Indossava cuoio nero e una pelle di lupo con ancora gli occhi attaccati. Discreto. Sorrise, e la folla lasciò andare il fiato, sollevata. Nessuno era morto. Ancora.

Non potei fare a meno di ammirare il modo in cui si portava mentre avanzava. Il potere, l’aura. Se fosse stato nel mio carattere, sarei andata in visibilio.

«È forte», mormorò Fallon. «Potrebbe renderci più forti.»

«Potrebbe ammazzarci», ribattei. «Pensi che accoppiarsi con uno psicopatico sia una specie di ascesa?»

«Penso che sia sopravvivenza», disse lei. «Potrebbe essere la chiave per sbloccare ciò che siamo. Ciò che siamo destinati a essere.»

«Incatenandoci a lui?»

«Non è una catena», rispose Fallon piano. «È un legame. E sta già iniziando.»

Lo stomaco mi si attorcigliò. Non per paura, non per odio, ma per qualcosa di peggio. Qualcosa che somigliava quasi alla speranza.

«Lo vuoi», realizzai. «Lo vuoi davvero, tutto questo.»

«Voglio la forza», ringhiò. «Voglio proteggere ciò che conta. Tu vuoi bruciare tutto, ma le ceneri non salveranno la nostra gente.»

«Neppure inginocchiarsi.»

Fallon tacque, ma sentivo il suo sguardo addosso. In attesa. Mio padre lo accolse in tutta fretta e il modo in cui i suoi occhi passarono su di noi fu quello di un predatore che osserva la preda dall’alto. Poi guardò me.

Il suo volto si illuminò. Non di gentilezza: c’era qualcosa di più… possessivo nel modo in cui mi scivolava addosso con lo sguardo. Come se fossi già sua.

«Lady Zuri», chiamò con quella voce bassa e teatrale che fa svenire i menestrelli e svuota le viscere ai nemici. «Sei più radiosa di quanto immaginassi.»

«Non farci l’abitudine», risposi, cercando di alleggerire l’aria. «Mi metto in ordine una volta all’anno.»

«Zuri», mi ammonirono insieme mio padre e mia madre.

Torin rise piano. «E buon compleanno, per giunta.» Si chinò e mi posò un bacio sulla mano. Era… lingua?

Lo fissai, incerta se dovessi fare una riverenza, inchinarmi o mettermi a urlare. Optai per un cenno rigido del capo.

«Sono venuto recando doni», disse, scostandosi con un gesto ampio.

Fu allora che li vidi. Tre rogue: laceri, legati e insanguinati, trascinati avanti dagli uomini di Torin. Uno zoppicava. Uno aveva una ferita fresca che gli attraversava il viso. La terza… una donna, sembrava a malapena cosciente… ed era molto incinta.

Mi si mozzò il respiro. Il sangue mi diventò ghiaccio.

Torin fece loro cenno con un sorriso, come se stesse presentando vini rari o un nuovo branco di cani da caccia.

«Sono stati catturati mentre sconfinavano, venendo qui. Mi è parso appropriato darti qualcosa di significativo.»

Sguainò la spada.

Parlai prima di riuscire a trattenermi. «Mi stai regalando delle esecuzioni?!»

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**

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**

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