
La Principessa Mafiosa scomparsa con Amnesia
Tonje Unosen · In corso · 195.0k Parole
Introduzione
Capitolo 1
(A/N: ⚠️ Avvertimento ⚠️ Questa storia contiene abusi, parolacce e contenuti sessuali. Inoltre è una reverse harem story, quindi se non fa per te, smetti di leggere qui.
L’inglese non è la mia prima lingua, vengo dalla Norvegia, quindi nel racconto potrebbero esserci errori di grammatica. Sei libero/a di farli notare, ma non serve denigrare la storia o me come scrittrice. Sei stato/a avvertito/a.)
Alexander: «Baby girl, oggi nella tua missione sei stata incredibile.»
Io: «Grazie, fratellone. Sarò a casa fra circa trenta minuti. Così ne parliamo meglio quando torno.»
Kevin: «Tesoro, guida con prudenza. Sei sveglia da troppo tempo per via della missione. Non possiamo permetterci che ti succeda qualcosa.»
Io: «Dai, fratelloni, rilassatevi. Starò bene e, a quanto dice il gps, sarò a casa fra ventotto minuti.»
Alexander: «Va bene, Baby girl. Ti aspettiamo presto.»
Io: «A tra poco, Alex, Kevin.»
Riattaccai e misi un po’ di musica mentre tornavo a casa. Era stata una missione lunga: occuparsi di una piccola gang che aveva provato a rubare una delle nostre spedizioni di armi.
E in quel momento tutto ciò che desideravo era farmi una doccia e raggomitolarmi sul divano a guardare un film con i miei due fratelloni.
Essere stata accolta dai White mi aveva salvato la vita. E non riuscivo nemmeno a immaginare cosa farei senza di loro.
Mi fermai a un semaforo rosso e pensai soltanto a quanto non vedessi l’ora di infilarmi sotto l’acqua. Non appena il verde si accese, ripartii. Ma prima ancora di rendermene conto, un camion enorme mi piombò addosso da sinistra e tutto diventò nero.
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Sento quel dannato bip. «Argh, qualcuno può spegnere questo rumore?» chiesi con la voce impastata. Mi sforzai di aprire gli occhi.
«Signorina, è sveglia. Vado a chiamare subito il dottore.» Sentii la voce di una donna, di corsa; poi una porta che si apriva e si richiudeva.
Provai con ancora più forza ad aprire gli occhi. Dovevo capire dove diavolo fossi.
Lentamente, ma ci riuscii. Solo che la luce era troppo forte, così mi coprii gli occhi con il braccio.
Sentii la porta aprirsi, poi due paia di passi entrare, e infine la porta richiudersi.
«È un bene vederla sveglia, signorina. Eravamo tutti preoccupati per lei.» disse con gentilezza una voce maschile.
Abbassai con cautela il braccio e, poco a poco, mi abituai alla luce. Guardai l’uomo che aveva appena parlato.
Sembrava avere quarantatré anni; capelli biondo sporco tagliati corti, occhi blu mare, naso diritto, e sarà stato alto un metro e ottantasette.
«Ciao, tesoro. Sono il dottor Paul Jones. Sa dove si trova?» chiese il dottor Jones con un sorriso.
«Piacere, dottor Jones. Uhm… credo di essere in un ospedale.» dissi, guardandomi intorno.
«Esatto. Può dirmi come si chiama?» domandò, sempre sorridendo.
«Sì, certo, mi chiamo…» cominciai, ma mi fermai. Non ricordavo il mio nome. Abbassai lo sguardo sulle ginocchia, cercando con tutte le forze di ripescare il mio stesso nome.
«Può dirmi che anno è?» chiese il dottor Jones, un po’ preoccupato. Lo guardai, aprii e chiusi la bocca un paio di volte. Non lo ricordavo. Non ricordavo davvero nulla.
«Posso?» chiese il dottor Jones, accennando alla torcia che aveva in mano, e io annuii.
Me la puntò negli occhi un paio di volte. «Va bene se facciamo ancora qualche foto alla tua testa?» domandò il dottor Jones, e io mi limitai ad annuire.
«Va bene, tesoro. Ti programmerò alcuni esami. Speriamo sia solo una cosa temporanea, e ne ho altri da fare. Ma sembra che le ferite dell’incidente d’auto in cui sei stata dodici giorni fa ti abbiano causato un’amnesia.» La voce del dottor Jones si velò di tristezza.
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Ora sono passati tre giorni da quando mi sono svegliata e non ho ancora recuperato i ricordi. Paul mi ha fatto così tanti esami.
Ieri mi ha chiesto di fare un test del DNA per capire se risultassi in qualche banca dati, così da provare a rintracciare la mia famiglia. Visto che non hanno il mio nome, medici e infermieri hanno cominciato a chiamarmi Sunshine. Dicono che è perché sono bravissima a spargere positività e buonumore attorno a me.
Paul è stato il mio medico di riferimento per tutta la degenza, ed è una persona gentile e premurosa. Più o meno ho sempre avuto le stesse due infermiere.
Sabrina ha ventinove anni: capelli lunghi color nocciola, occhi verde mare, il naso all’insù ed è alta un metro e sessantanove. L’altra infermiera è Valentina, trentadue anni. Ha capelli lunghi neri, occhi color ambra, un naso aquilino ed è alta un metro e sessantasette.
Tutto lo staff dell’ospedale non è stato altro che dolce e attento con me. Sabrina e Valentina di solito fanno la pausa pranzo qui, con me. Continuano a raccontarmi della loro vita, e Valentina mi parla spesso di suo figlio Dennis, che ha quattro anni.
«Ieri Dennis è arrivato di corsa in soggiorno tutto coperto di fango. Mi ha detto che stava facendo una torta di fango per me. Poi l’ha appoggiata sul divano. Ti dico solo che ci ho messo quattro ore a pulire quel divano, dopo.» disse Valentina, con una punta di irritazione.
Io e Sabrina ridevamo così forte che ci scendevano le lacrime sulle guance. Poi, all’improvviso, bussarono alla porta ed entrò Paul con un sorriso.
«A quanto pare vi state divertendo, signore.» disse, e noi annuimmo, sorridendo.
«Sunshine, sono arrivati alcuni risultati del tuo test del DNA. E, per via di questo, verranno a parlarti degli agenti di polizia. Te la senti di parlare con loro adesso?» disse prima con un sorriso, poi chiese con cautela.
«Sì, certo. Ma c’è qualcosa che non va, Paul?» domandai, in ansia. Perché devo parlare con la polizia? Non capivo.
«Credo sia meglio che te lo dicano loro. Però io resterò con te per tutto il tempo, promesso.» disse Paul, prendendomi una mano tra le sue.
«Grazie. Mi sento più tranquilla se c’è uno di voi con me.» abbassai lo sguardo sul grembo.
«Va bene, Sunshine. Torno quando arrivano gli agenti.» disse Paul, e io annuii con un sorriso.
Uscì dalla stanza e rimanemmo solo io e le mie due infermiere.
Poi Sabrina e Valentina mi aiutarono a sistemarmi un po’. Mi spazzolarono i capelli biondo dorato e me li intrecciarono in una treccia laterale.
E poco dopo bussarono di nuovo alla porta. Inspirai a fondo, preoccupata per ciò che la polizia avrebbe dovuto dirmi.
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