
Mostro Arrogante - Una storia d'amore di Mafia
nicolefox859 · Completato · 149.5k Parole
Introduzione
Per mia fortuna, qualcuno è arrivato a salvarmi.
Per mia sfortuna, quella persona è un criminale in fuga.
Daniil Vlasov.
Un metro e novantacinque di cupa intensità dagli occhi azzurri.
Non mi dice neppure una cosa su chi sia o che cosa ci faccia quassù.
Ma non serve essere un genio per capire che quest’uomo è pericolo allo stato puro.
Faccio l’unica cosa che posso fare: gli do corda.
È così che finisco per essere la sua finta fidanzata.
È così che finisco ad accamparmi nel bosco, in una finta luna di miele.
È così che finisco tra le sue braccia—e a provare qualcosa che non ha niente, ma proprio niente, di finto, se capite cosa intendo.
E poi, al mattino…
È sparito.
O almeno, così credevo.
Ma dieci anni dopo eccolo di nuovo: mio marito per una notte.
E—anche se lui ancora non lo sa…
Il padre del nostro bambino.
Capitolo 1
Il punto di vista di KINSLEY
Oggi sto imparando una cosa nuova: scappare dal proprio matrimonio è difficile.
Nei film sembra sempre facile. Spensierato, al rallentatore, con una musica enorme e drammatica che sale sullo sfondo. Ma nella realtà non è niente di tutto questo. È un disastro. È brutto. È duro.
È duro precipitarsi giù per i gradini del posto dove avresti dovuto scambiarti le promesse con il tuo compagno per la vita.
È duro infilarsi nell’auto della luna di miele che avresti dovuto condividere con lui, mentre partivate per cominciare insieme la vostra nuova vita.
È duro—per via dei tacchi e delle gonne—arrivare al pedale dell’acceleratore per mettere quanta più distanza possibile tra me e lui; ed è duro vedere la strada attraverso il velo di lacrime; ed è duro trovare i fazzoletti nel vano portaoggetti per ripulirmi dal sangue e dal sudore e dal trucco colato, così da non macchiare il pizzo bianco che un tempo per me conteneva tanta speranza e adesso non contiene altro che incubi.
Ma questa sposa in fuga non aveva scelta.
Così sono corsa giù per i gradini.
Sono salita in macchina.
E ho guidato.
Adesso sto divorando l’autostrada. Cento, centodieci, centoventi miglia all’ora. Le linee sull’asfalto si confondono dietro lacrime nuove.
Quando lancio un’occhiata allo specchietto, mi si chiude lo stomaco. La donna che mi fissa da lì è spaventosa.
L’eyeliner nero e il fard rosso mi rigano le guance come pittura di guerra, mescolati alla polvere che si sgretola del fondotinta. I capelli mi stanno scappando dalle trecce elaborate e si increspano tutt’intorno alla testa, come una specie di aureola contorta.
È difficile non odiarmi per essere finita così. Se fossi stata un po’ più consapevole, solo un po’ prima, non starei sfrecciando lungo questo tratto di strada deserto, a guardarmi alle spalle ogni pochi secondi. Si sarebbe potuto evitare tutto. Se solo avessi—
Un altro clacson prolungato e il lampo accecante dei fari in arrivo mi costringono a riportare l’attenzione davanti a me. Ho le mani che tremano sul volante. È la terza volta in pochi minuti che qualcuno deve ricordarmi che sto guidando e che devo stare attenta. Occhi avanti, non indietro.
Ma non riesco a smettere di controllare lo specchietto retrovisore. Se rallento, c’è la possibilità che lui mi raggiunga.
E se mi raggiunge…
Appena passa quest’ultima auto, l’autostrada torna a sembrare deserta. Tra poco farà buio. Ai lati ci sono solo pini e alti olmi. Strada davanti e strada dietro. Niente di vivo che respiri, a parte gli ultimi sussulti degli animali investiti ammucchiati sulla banchina, neri e rossi e pieni di lividi esattamente come me.
Probabilmente lì dentro c’è una metafora molto potente, ma sono troppo traumatizzata per afferrarla.
DRIIIN. Il telefono comincia a strillare e io sobbalzo sul sedile. Guardo lo schermo per istinto, ma so già chi è. Anche solo l’idea di rispondere alla sua chiamata mi fa rivoltare lo stomaco.
Quando rialzo gli occhi sul parabrezza, mi accorgo che sto di nuovo sbandando nella corsia opposta. Non c’è traffico in arrivo, ma più avanti c’è un ponte. In questo momento sto andando dritta a schiantarmi contro le travi d’acciaio che lo sorreggono.
Ansimo, inchiodo e sterzo con forza verso destra.
Troppa forza.
Mentre giro il volante una mano sull’altra per correggere la traiettoria, il bracciale si impiglia tra le pieghe della gonna. Il volante gira fuori controllo. Le gomme stridono. Il motore urla. Io urlo.
Vedo il fianco del ponte incombere come un mostro in un sogno. Lo stridio dei freni sembra arrivare da dentro di me, e il puzzo di gomma bruciata sa di qualcosa uscito dall’inferno in persona.
Ecco, penso. È così che finisce questa giornata del cazzo. Quasi ci sta.
C’è uno schianto di metallo e l’urlo martoriato delle ruote fumanti. Ma, per qualche miracolo, l’auto si ferma.
Sto bene.
Dopo tutto quel frastuono, fa paura quanto in fretta scenda il silenzio. La foresta ai due lati ingoia ogni goccia di suono.
«Merda», sussurro in tutto quel vuoto. «Merda. Merda. Merda.»
Chiudo gli occhi e appoggio la fronte sul volante, anche se perfino quel minimo contatto brucia e pulsa. Respira e basta, Kinsley, mi sprono. Andrà tutto bene se solo riesci a—
BRRRING! BRRRING!
Afferro il telefono quando ricomincia a suonare e lo schianto con forza contro il cruscotto. Rimbalza e ricade esattamente dov’era, sul sedile del passeggero, con una specie di ragnatela di crepe che si allarga sul davanti.
Però almeno smette di urlarmi addosso. Grazie al cielo per le piccole misericordie.
Mi lascio andare contro lo schienale e singhiozzo finché non riesco più a inspirare. Sono passata da Respira e basta a Piangi e basta, e sto per salire di livello a Raggomitolati e muori quando decido che un altro secondo dentro quest’auto è un secondo di troppo.
Spingo la portiera e scendo sull’asfalto crepato del ponte, trascinandomi dietro lo strascico di stoffa.
Fuori, ingoio boccate d’aria enormi, ma non serve granché. Non serve niente, niente alleggerisce il peso di questa lastra di cemento di vergogna sul petto, e niente sembra cancellare dalla mia mente quegli ultimi istanti. Gli istanti che mi hanno fatto scappare dal mio lieto fine.
Il vetro che va in frantumi.
La furia selvaggia nei suoi occhi.
Sento un rumore oltre il ponte, da qualche parte nel fitto degli alberi, e ho la sensazione che qualunque cosa l’abbia prodotto mi stia fissando. Paranoia, mi dico. Solo la mia mente che tira fuori paure irrazionali.
Non c’è nessun altro qui. Solo cielo e ponte e il fiume che scorre dodici piedi più sotto.
Guardo oltre il bordo. Da dove mi trovo l’acqua sembra calma. Ma il fragore della corrente mi tradisce le forze che spingono sotto la superficie.
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Ci ho provato. Davvero. Ma non sono mai stata molto brava a fingere. Quello era più il gioco dei miei genitori, non il mio.
Affondo le dita nelle pieghe anteriori del corpetto, ma non allevia la pressione. È maledettamente stretto. C’è troppa stoffa. Sento come se l’abito stesse cercando di inghiottirmi intera.
Per un istante le vertigini mi increspano la vista, e l’acqua sembra torcersi in un vortice.
Indietro, Kinsley. Sei troppo vicino al bordo.
Faccio un passo indietro. Almeno, credo di farlo. Ma da qualche parte lungo il tragitto sbaglio anche quello—Non sai fare niente di giusto, stupida troia?!—e credo di inciampare o barcollare o qualcosa del genere, non lo so, succede tutto così in fretta, ma poi sento l’urlo del vento in faccia e so che sto cadendo, cadendo, cadendo.
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Non ho fatto niente; che diavolo?
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«Lo so che ne ha bisogno.»
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«E se il mondo bruciasse?»
La mia mano si stringe, impercettibilmente, sulla vita di Violet.
«Allora gliene costruirò uno nuovo», rispondo. «Anche se per farlo dovessi dare fuoco io stesso al vecchio.»
Io non lavoro per Rowan Ashcroft.
Lavoro sotto di lui.
Dalla mia scrivania decido chi ottiene accesso al CEO più spietato della città e chi non supera mai la hall. Gestisco il suo tempo, il suo silenzio, i suoi nemici. Tengo in moto il suo mondo mentre il mio, in silenzio, crolla sotto il peso di bollette non pagate, una madre rinchiusa in riabilitazione e un fratello sparito senza un addio.
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