Prendimi una volta, ti farò sanguinare due volte

Prendimi una volta, ti farò sanguinare due volte

Terra Matthews · Completato · 202.0k Parole

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Introduzione

Beatrice non è mai stata una che incassa in silenzio. Dopo essere stata rapita da due uomini e scaraventata sul sedile posteriore di un’auto, sta già escogitando il modo di farli pentire di quello che hanno fatto. Ben presto scopre che quei due sono lupi mannari, incaricati di portarla al loro branco perché, a quanto dicono, è l’anima gemella predestinata di qualcuno.

Lei. Un’umana. Destinata a stare con un lupo mannaro? Non poteva essere vero.

Da umana, non ha alcuna possibilità di sottrarsi a questa storia dell’anima gemella che loro pretendono ostinatamente che accetti. O meglio… finché non decide di fidarsi del vampiro rinchiuso nel sotterraneo del branco. Con il suo aiuto, di certo possono scappare entrambi al destino di prigionieri del Bluemoon Pack.

Capitolo 1

BEATRICE

Fare nuove esperienze doveva essere una cosa positiva, eppure Beatrice dubitava che valesse anche per la situazione in cui si trovava.

Era cominciato tutto quando l’avevano afferrata per strada e scaraventata dentro un veicolo in attesa. Come sarebbe finita era un’incognita, ma per come stavano andando le cose non pensava certo che si sarebbe conclusa a suo favore.

I due uomini che l’avevano presa erano grossi, ben oltre il metro e ottanta, e larghi di spalle — fasci di muscoli e abbastanza testosterone da fargli rimpicciolire le palle fino alla dimensione di un pisello. Beatrice valutò se dirlo ad alta voce, poi decise che non ne valeva la pena.

La buttarono sul sedile posteriore e si presero i posti davanti. Per lei andava bene: così aveva più spazio per muoversi.

Scivolando lungo il sedile posteriore finché non si ritrovò dietro al guidatore, Beatrice si sporse in avanti, con le braccia ai lati, e afferrò la cintura di sicurezza che l’uomo indossava. Stringendola bene, puntò le ginocchia contro lo schienale e si buttò all’indietro. La cintura gli scivolò di traverso sulla gola, mordendole le dita mentre lei ci metteva addosso tutta la pressione di cui era capace.

«Ma che cazzo», imprecò quello dal lato del passeggero, voltandosi a metà e, con un colpo secco del polso, schiaffeggiando Beatrice sulla spalla.

Il dolore fu acuto e le fece perdere la presa sulla cintura. Ricadde sul sedile posteriore, fulminando con lo sguardo quello che l’aveva colpita. «Ma che cazzo» era proprio la definizione giusta. Aveva messo a malapena forza in quel colpo eppure Beatrice capì subito che quella botta le avrebbe lasciato la spalla indolenzita per giorni.

Il guidatore tossì un paio di volte, massaggiandosi la gola. «Dannazione. Non me l’aspettavo.» Guardò nello specchietto retrovisore, fissandola mentre lei si tirava su. «Ha detto di non farle del male; ma se lo rifà…»

«Non ho ancora finito», mormorò lei, infilando il corpo tra i due sedili anteriori e afferrando il volante.

«Neanche per sogno», ringhiò il passeggero, chiudendole la mano enorme proprio sulla spalla che aveva appena colpito. Beatrice serrò i denti contro il dolore — la presa di quell’uomo era folle — e diede un colpo secco al volante. Il fischio delle gomme le esplose nelle orecchie mentre la violenza della sterzata la sbatteva contro il sedile del guidatore.

«Porca puttana!» urlò il guidatore, strappandole le mani dal volante e cercando di riprendere il controllo del veicolo. I clacson suonavano mentre tagliavano due corsie di traffico, e a Beatrice salì un senso di soddisfazione. Ne aveva ancora in serbo. Era solo l’inizio.

«Basta così», dichiarò il passeggero, afferrandole la spalla per la terza volta. Lei si divincolò contro quella morsa, ma non c’era verso di liberarsi.

Lo vide aprire il vano portaoggetti con la mano libera e tirare fuori una siringa. Alla vista, Beatrice lottò il doppio. «Non ti azzardare ad avvicinarmela», urlò, piantandogli le unghie nel braccio. Era come se non sentisse dolore: per quanto affondasse e graffiasse, facendogli sanguinare più di una volta, lui non fece neanche una smorfia.

Il pizzico dell’ago che le entrava nel collo fu subito seguito dalla pressione mentre le svuotava il contenuto nel corpo. In pochi secondi il mondo cominciò a sbiadire e lui mollò la presa su Beatrice. L’ultima cosa che vide fu la faccia compiaciuta di quello stronzo, poi calò il buio.

La coscienza tornò a gocce, a strappi. All’inizio Beatrice riusciva solo a sentire il movimento del veicolo sotto di lei, ma non ci volle molto perché il cervello si rimettesse in moto e le ricordasse cos’era successo. Il corpo, invece, era ancora impastato, e questo le lasciava poche opzioni. Non significava che stesse per arrendersi, ma avrebbe dovuto pensare a qualcosa di diverso da una fuga a gambe levate.

Gli uomini non parlarono mentre guidavano, lasciandola sola con i propri pensieri mentre lei faceva la morta; la sorpresa era la sua unica arma contro uomini il doppio di lei. Che credessero pure che fosse ancora sotto effetto di droga.

Quando alla fine si fermarono, quella sensazione di pesantezza nelle braccia e nelle gambe era quasi sparita. Le diede un filo di speranza. Forse avrebbero creduto che stesse ancora risentendo di qualunque cosa ci fosse stata in quella siringa, e avrebbero abbassato la guardia.

La porta ai suoi piedi si aprì e Beatrice non fu per niente contenta di vedere una faccia nuova. Era muscoloso quanto gli altri due stronzi e alto uguale. Possibile che chiunque fosse coinvolto nel suo rapimento facesse parte di qualche setta di fanatici della palestra?

Il nuovo arrivato si sporse in avanti, puntellando una mano sullo stipite mentre la fissava dall’alto, con un’espressione curiosa. «Quindi questa è—» Non riuscì a finire la frase. Non era in guardia, ed ecco come Beatrice riuscì a piantargli il piede nell’inguine, seguito da un calcio in faccia. Sentì il naso rompersi contro la scarpa e un ghigno le si allargò sulle labbra. Non importa quanto sia grosso un uomo: un colpo alle palle — e al naso — basta sempre a fargli rivalutare le proprie scelte di vita.

Prima che potesse fare altro, la porta vicino alla sua testa si aprì e mani ruvide la afferrarono, scaraventandola fuori dal veicolo e sull’erba.

L’impatto a terra le strappò il fiato dai polmoni, ma Beatrice si riprese in fretta. Si rotolò su un fianco, arrancando per rimettersi in piedi. Il terzo tipo, quello a cui aveva già assestato due bei colpi, le piombò addosso prima di inchiodarla al suolo. Il suo volto si deformò, mentre la mascella pareva allungarsi. No, non pareva: si allungò davvero. Il pelo cominciò a spuntare da ogni lembo di pelle visibile, mentre i muscoli sottostanti si gonfiavano. Al suono del tessuto che si lacerava si unì un ringhio profondo che gli ribollì fuori dal petto, mentre qualunque cosa gli stesse succedendo continuava.

Le mani che le premevano le braccia contro terra si trasformarono in zampacce enormi, con artigli che sembravano in grado di fare a pezzi Beatrice senza il minimo sforzo.

Non riusciva a muoversi, il corpo bloccato, mentre quell’uomo diventava un lupo gigantesco e spaventoso. Il pelo era marrone scuro, dello stesso colore dei capelli che aveva avuto, ma gli occhi… gli occhi erano passati dal marrone a un oro tagliente che fece venire a Beatrice il dubbio, di colpo, sulle sue azioni di poco prima.

Questo lupo-uomo… persona — cazzo, era un lupo mannaro? I lupi mannari esistevano davvero? — scoprì i denti, punte lunghe e spesse quanto il suo pollice, e caricò ancora più peso sulle sue braccia.

Qualcuno si accovacciò vicino alla sua testa, ma Beatrice non riuscì a distogliere lo sguardo dalla bestia che la teneva inchiodata, terrorizzata all’idea che l’avrebbe mangiata se avesse anche solo battuto le palpebre. «Continua a lottare contro di noi e lo lascerò fare con te quello che vuole — non me ne frega niente di chi tu sia la compagna», disse il guidatore chinandosi vicino. «Chiaro?»

«S-sì», riuscì a dire in qualche modo, senza osare annuire.

«Dillo.»

«I-io… io h-ho capito», sussurrò.

«Brava ragazza», le disse, e lei quasi si irrigidì per la condiscendenza nella sua voce. «Basta, Tobias. Lasciala alzare.»

Il lupo mannaro distolse lo sguardo da Beatrice per fissare il guidatore. La bestia sbuffò, poi indietreggiò.

«Alzati», ordinò il guidatore, ma il corpo di Beatrice era ancora pietrificato, mentre il cervello cercava di afferrare che cosa fosse appena successo.

«Lupo mannaro?» le uscì in uno squittio, e gli occhi scivolarono sul guidatore, infastidito perché lei non stava eseguendo.

«Muoviti», grugnì, afferrandola per un braccio e rimettendola in piedi di forza. «Dentro.»

Beatrice alzò lo sguardo verso il vecchio maniero, datato ma tenuto bene, verso cui la stavano costringendo a camminare. L’edera ricopriva una buona parte delle pareti, arrampicandosi fino al tetto tre piani più su; era davvero tanta edera.

«Cammina», ordinò il guidatore, dandole uno spintone per metterla in moto.

Ci vollero alcuni passi perché il corpo di Beatrice capisse di non essere più in pericolo — per ora — e si sciogliesse abbastanza da camminare normalmente.

Una volta dentro, fecero un paio di svolte lungo i corridoi prima di fermarsi davanti a una porta ornata. Era spessa e pesante, di legno massiccio con inserti di metallo su tutta la superficie; il guidatore, tutto muscoli, dovette usare davvero la forza per aprirla, tanto era il peso. Beatrice si chiese a che servisse una porta così bella, soprattutto quando vide che cosa c’era oltre.

Comparvero delle scale che scendevano, e sentì il cuore sprofondarle appena. Tutti i film horror e thriller che avesse mai visto le lampeggiarono davanti agli occhi mentre riceveva un altro spintone. «Calmati», borbottò allo stronzo impaziente mentre oltrepassava la soglia.

La paura le faceva galoppare il cuore ma, più ancora, c’era la rabbia che le sobbolliva sotto la pelle. Beatrice era furiosa. Si sarebbe assicurata che si pentissero di averla presa, qualunque cosa ci volesse.

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