
Il Sensale
Sophie Smith · Completato · 294.4k Parole
Introduzione
Nessuno esce indenne dal Matchmaker. Il processo è semplice—ogni partecipante viene abbinato a un essere soprannaturale, spesso sigillando il loro destino con il sangue. La morte è l'esito più comune, e Saphira non si aspetta niente di meno. Ma quando l'impossibile accade, viene abbinata a una creatura così leggendaria, così potente, che persino i più coraggiosi tremano al suo nome—un drago reale.
Ora legata a una forza antica di distruzione, Saphira si trova tra il branco reale. Con loro, naviga un mondo di potere, inganno e destino. Mentre percorre questo nuovo cammino, volti familiari riemergono, portando alla luce segreti sepolti da tempo. La sua eredità—una volta un mistero—comincia a svelarsi, rivelando una verità che potrebbe cambiare tutto.
Capitolo 1
La luna era sempre stata il suo destino.
Da che ne avesse memoria, Saphira aveva immaginato quella notte, il suo diciottesimo compleanno, la luna piena che sorgeva solo per lei, il momento in cui il suo lupo si sarebbe finalmente risvegliato. Ogni storia che avesse mai ascoltato, ogni promessa sussurrata dagli anziani, ogni sogno a cui si fosse aggrappata le ripeteva la stessa cosa... Quando la luna chiama, il tuo lupo risponde.
E quella notte, la luna la stava chiamando.
I compagni di branco si radunarono attorno a lei formando un ampio cerchio. Alcuni la osservavano con invidia, altri con soggezione, ma tutti attendevano lo stesso momento. La prima trasformazione.
Aveva atteso quel momento per tutta la vita.
Quando la luna spuntò oltre la cima degli alberi, di una luminosità irreale, Saphira fece un passo nella sua luce. Il chiarore si riversò su di lei come argento fuso, caldo e freddo al tempo stesso. Chiuse gli occhi, preparandosi allo scricchiolio delle ossa, all'ondata di potere, al selvaggio e magnifico impeto del suo lupo che emergeva per fondersi con lei.
Attese... e attese ancora. Ma non accadde nulla.
Il fremito sotto la sua pelle vacillò... poi si spense.
Un lieve mormorio serpeggiò tra la folla. Saphira deglutì a fatica e ci riprovò... cercò di forzare la trasformazione, la implorò, supplicò in silenzio la dea della luna. Il battito del cuore le rimbombava nelle orecchie, sovrastando i sussurri alle sue spalle.
Ancora niente.
I minuti si trascinarono fino a sembrare un'eternità. La luna saliva sempre più in alto, indifferente. Il respiro si fece corto, i palmi le sudavano. Cercò di forzare il mutamento, di richiamare qualcosa, qualsiasi cosa, ma il suo corpo rimase ostinatamente, dolorosamente umano.
Quando la luna raggiunse lo zenit, la verità la colpì come una lama.
Il suo lupo non si sarebbe manifestato.
Un dolore freddo e sordo le si aprì nel petto, diffondendosi come gelo. I sussurri alle sue spalle si fecero più taglienti, fendendo la notte.
Senza lupo.
Difettosa.
Inutile.
Qualcuno ridacchiò. Qualcun altro mormorò una preghiera. Alcuni fecero un passo indietro, come se il suo fallimento fosse contagioso.
La vista di Saphira si offuscò; le mancava il respiro.
Non poteva restare lì con loro. Così fuggì.
I rami le graffiavano le braccia mentre si addentrava correndo nella foresta, la vista sempre più annebbiata a ogni passo. Non si fermò finché non raggiunse l'orlo del dirupo, dove il mondo sprofondava sotto di lei. Il fiume ruggiva molto più in basso, una corrente oscura e affamata che inghiottiva ogni cosa al suo passaggio.
Fissò la notte, con le lacrime che le rigavano le guance e la voce spezzata, mentre implorava una risposta dalla dea della luna.
Perché proprio a lei?
Perché tutto questo?
Perché negarle l'unica cosa che aveva atteso per tutta la vita?
Ma il vento non le portò alcuna risposta. Solo silenzio.
Dei passi si avvicinarono alle sue spalle. Per un istante, la speranza si riaccese. Forse qualcuno era venuto a consolarla, a dirle che si trattava di un errore, che il suo lupo era semplicemente in ritardo.
Ma era Ruby.
La voce della sorellastra era veleno avvolto nella seta. «Sei una vergogna per questa famiglia. Non saresti mai dovuta nascere.»
Saphira trasalì, ma Ruby non aveva finito.
«Ci hai umiliati davanti a tutto il branco. Nostro padre non ti perdonerà mai. E nemmeno io.»
Saphira aprì la bocca per parlare, ma Ruby si voltò, per poi girarsi di scatto con un ringhio e caricare a testa bassa contro di lei. L'intento era inequivocabile. Ruby voleva spingerla giù dal dirupo.
Il panico si impadronì di lei.
I piedi scivolarono sulla ghiaia smossa. Il ciglio del dirupo si sbriciolò sotto il suo tallone. Inciampò all'indietro, annaspando con le braccia nel vuoto... Poi Connor irruppe dalla boscaglia.
Non urlò. Non esitò. Si frappose tra loro, spingendo Saphira via dalla traiettoria di Ruby con tutta la forza che aveva in corpo.
Il mondo prese a girare.
Cadde a terra con violenza, e l'impatto le mozzò il fiato. Una fitta di dolore le trafisse la spina dorsale. Annaspò in cerca d'aria, sollevandosi a fatica sui gomiti giusto in tempo per sentire l'urlo di Ruby.
«CONNOR!»
A Saphira si gelò il sangue nelle vene.
Ruby era sporta sul ciglio del dirupo; la sua voce riecheggiava tra le montagne, acuta e carica di panico.
Connor non c'era più.
Il cuore le martellava nel petto mentre barcollava verso il precipizio. Più in basso, il fiume ribolliva con violenza, inghiottendo tutto ciò che incontrava. Urlò il suo nome fino a graffiarsi la gola, fino a spezzarsi la voce, finché la notte stessa non sembrò ritrarsi davanti alla sua disperazione.
Ma non ci fu alcuna risposta.
Solo il fiume.
Solo il silenzio.
Le ginocchia le cedettero. Si aggrappò alla terra, tremando, singhiozzando, pregando per un miracolo che non avvenne.
Quando arrivò il branco, Ruby era già svanita... e le sue menzogne avevano già messo radici.
«L'ha spinto lei!»
«L'ha ucciso!»
«È impazzita quando non si è trasformata!»
«È pericolosa!»
Le accuse si diffusero a macchia d'olio. Saphira cercò di parlare, di spiegare, ma ogni parola si infranse contro un muro di sospetto e paura. Il branco la accerchiò, con sguardi gelidi e una condanna inappellabile.
Non la uccisero per il crimine di cui era accusata, e non perché le credessero, ma perché il corpo di Connor non fu mai ritrovato. Senza prove, non potevano giustiziarla.
Escogitarono, invece, un'altra punizione. La trascinarono nelle segrete.
Diciotto frustate. Una per ogni anno della sua vita, e una per ogni anno che Connor non avrebbe mai vissuto.
La frusta intrecciata d'argento le lacerò la schiena, ancora e ancora. Non aveva un lupo interiore ad attenuare il dolore o a rimarginare le ferite. Non era certa di sopravvivere. E una parte di lei, in fondo, non lo voleva.
Ma sopravvisse... a stento.
E le cicatrici rimasero. Erano spesse, frastagliate, moniti incisi a fuoco nella sua pelle. Le portava come una seconda spina dorsale; ogni segno era il ricordo di un tradimento, di una perdita, e della notte in cui il suo mondo era andato in frantumi.
Per anni, gli sguardi del branco la seguirono come ombre. Assassina. Mostro. Sbaglio.
Imparò a tenere la testa bassa. A ingoiare il dolore. A convivere con il peso di un crimine che non aveva commesso.
Ma Saphira si rifiutò di crollare.
Si rifiutò di credere che Connor fosse morto per niente.
Si rifiutò di accettare la vittoria di Ruby.
Si rifiutò di lasciare che fosse il branco a definire chi fosse.
Quella notte, dentro di lei si era risvegliato qualcosa di feroce... non un lupo, ma una volontà. Una forza. Una promessa.
La promessa che un giorno avrebbe scoperto la verità e vendicato suo fratello.
Sarebbe sopravvissuta, anche se il mondo le intimava il contrario.
E un giorno, avrebbe fatto pentire tutti di aver sottovalutato la ragazza che non si era mai trasformata.
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Ultimo aggiornamento: 5/6/2026
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Il CEO Sopra la Mia Scrivania
«Lo so che ne ha bisogno.»
«E se non volesse questo tipo di protezione?»
«La vorrà», dico, abbassando appena la voce. «Perché ha bisogno di un uomo capace di darle il mondo.»
«E se il mondo bruciasse?»
La mia mano si stringe, impercettibilmente, sulla vita di Violet.
«Allora gliene costruirò uno nuovo», rispondo. «Anche se per farlo dovessi dare fuoco io stesso al vecchio.»
Io non lavoro per Rowan Ashcroft.
Lavoro sotto di lui.
Dalla mia scrivania decido chi ottiene accesso al CEO più spietato della città e chi non supera mai la hall. Gestisco il suo tempo, il suo silenzio, i suoi nemici. Tengo in moto il suo mondo mentre il mio, in silenzio, crolla sotto il peso di bollette non pagate, una madre rinchiusa in riabilitazione e un fratello sparito senza un addio.
Rowan Ashcroft è potere avvolto in un abito su misura.
Freddo. Intoccabile. Spietato.
Non flirta. Non sorride. Non vede le persone: vede soltanto l’utilità.
E per molto tempo io sono stata soltanto utile.
Finché non ha cominciato a guardarmi.
All’inizio è appena una sfumatura, quel cambiamento nella sua attenzione. Una pausa un secondo di troppo. Uno sguardo che indugia. Ordini che mi trascinano più vicino invece di respingermi. L’uomo che incombe sopra la mia scrivania comincia a controllare più del mio calendario, e capisco troppo tardi che essere notata da Rowan Ashcroft è molto più pericoloso che essere ignorata.
Perché uomini come lui non bramano affetto.
Bravano possesso.
Doveva essere un lavoro.
Non una prova dei miei limiti.
Non una lenta, deliberata discesa dentro la sua autorità.
Ma se Rowan Ashcroft decide che io debba stare sotto la sua scrivania, così sia.
La sopravvivenza ha un prezzo, e alle bollette non importa come le pago.












