La sua ossessione

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Sheridan Hartin · Completato · 205.2k Parole

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Introduzione

Uccide senza pietà. Lei ama senza motivo. E niente la fermerà dall'averlo.

Da tre anni, il capo della Mafia Conner O’Neill sente occhi su di lui. Un tocco fantasma nella notte. Profumo che indugia sui suoi cuscini. Biscotti caldi nel suo forno. Teste di nemici consegnate alla sua porta, confezionate in seta insanguinata. Non è paura quella che si avvolge nel suo stomaco—è fascino. Qualcuno lo sta osservando. Qualcuno che lo conosce. Qualcuno che uccide per lui.

Il suo nome è Sage—ed è stata la sua ombra dalla notte in cui, senza saperlo, gli ha rubato il cuore con un proiettile nel cervello di un altro uomo. Per lei, è stato amore a prima vista. Violento. Bello. Inevitabile. Cresciuta nell'oscurità, posseduta da un mostro, Sage non era mai destinata ad amare. Ma Conner ha cambiato tutto questo. Ed è stata sua da allora, aspettando il giorno in cui potrà uscire dall'ombra e finire tra le sue braccia.

Ma l'uomo che la possiede non lascia andare i suoi giocattoli. E l'uomo che lei ama non sa ancora che esiste.

Ha finito di guardare. È ora che lui scopra la verità.

Lui appartiene a lei. E ucciderà chiunque cerchi di portarglielo via.

Capitolo 1

Conner

«Capo, c’è un altro pacco per te.»

La voce di Liam è intrisa di divertimento; quel suo dannato sorrisetto è già stampato in faccia mentre entra nel mio ufficio, cullando una scatola nera ed elegante avvolta in un nastro rosso sangue come se fosse un regalo di compleanno. La posa sulla mia scrivania con cura esagerata, e non mi sfugge il modo in cui indugia, restando in piedi accanto a me, spostando il peso da un piede all’altro come un bambino in attesa dei fuochi d’artificio.

Si sta godendo in silenzio questo piccolo gioco perverso. Ha osservato il tutto evolversi negli ultimi tre anni con una gioia a malapena contenuta, come se fosse lo spettacolo più bello del mondo. Forse lo è.

Mi sporgo in avanti sulla sedia, lasciando che un piccolo sorriso incrini la mia solita facciata gelida. «Un altro regalo?» mormoro, sfiorando il nastro con le dita. «Così presto. Devo aver fatto il bravo.»

L’ultimo pacco è arrivato solo quattro giorni fa. Prima di quello, era passata una settimana. Chiunque sia, è diventata più audace e i doni sono più frequenti.

Il nastro di seta si scioglie con uno strattone, cadendo sulla scrivania in un’onda cremisi. Sollevo lentamente il coperchio, assaporando il momento, e sbircio all’interno.

È un altro paio di mani mozzate. Pallide, mutilate, disposte perfettamente nella scatola come una grottesca installazione artistica. Una indossa ancora tre pacchiani anelli d’oro, e questa è la conferma che appartenevano al trafficante d’armi di Praga. Quello che pensava di poter sottrarre due milioni dalla mia ultima spedizione di armi e sparire nel nulla. Immagino non sia andato lontano. Che pensiero gentile.

Liam fischia, mani sui fianchi, mentre si china per guardare meglio. «Un altro problema risolto senza che tu abbia dovuto alzare un solo dito.»

Rido sottovoce. «L’efficienza è un dono raro di questi tempi.»

Lui sbuffa. «Un po’ troppo raro, considerando che la tua donna misteriosa sembra stia superando l’intera nostra squadra.»

Emetto un verso di assenso, rimettendo delicatamente il coperchio sulla scatola, attento a non sbavare il sangue che si sta ancora asciugando lungo il bordo interno. «Portalo nel congelatore con gli altri.»

Liam inarca un sopracciglio. «Sei sicuro di voler continuare a collezionarli, capo? Sta diventando un po’… Il silenzio degli innocenti laggiù.»

Faccio spallucce, appoggiandomi allo schienale della sedia. «Sono regali. Non si buttano via i regali.»

Liam ride, scuotendo la testa mentre raccoglie la scatola e si dirige verso la porta. «Uno di questi giorni, entrerà qui con un nastro avvolto intorno a se stessa e potrai finalmente ringraziarla di persona.»

L’immagine che dipinge nella mia mente… Un’ombra avvolta in seta e sangue. Una donna che ha occhi solo per me, che osserva dall’oscurità e uccide in mio nome. Che lascia dietro di sé profumo di zucchero e polvere da sparo, come un sussurro di devozione.

Ho pensato a lei più di quanto dovrei. Mi sono chiesto chi sia. Che aspetto abbia. Come ci si sentirebbe ad avere la sua bocca sulla mia invece di ricevere messaggi scritti col sangue.

La mia stalker. Il mio fantasma. La mia ragazza.

Un giorno, uscirà dall’ombra. Un giorno.

Passa un'altra settimana. Sette giorni lunghi, silenziosi, atroci, senza la minima traccia di lei. Niente profumo sui cuscini. Niente scatole insanguinate chiuse con un fiocco. Niente biscotti freschi, né libri riordinati o lievi impronte sullo specchio sopra il mio letto. Niente. Credetemi, ho cercato, ho osservato, ho aspettato con molta pazienza. So che tornerà. Lo fa sempre. Non può farne a meno. Per quanto non dovrei bramare il caos che porta con sé, mi sono abituato alla tensione e al brivido dell’ignoto. Mi manca quando non c’è.

Ho appena concluso una riunione, finita a tarda ora, con gli italiani che condividono il territorio qui a New York. Le nostre famiglie hanno coesistito per anni, mantenendo i confini puliti, i profitti alti e le strade quasi del tutto prive di sangue. La nostra alleanza ha funzionato a lungo, ma ultimamente stanno mettendo alla prova i limiti. Chiedono più prodotto. Più controllo. Più territorio. Più… tutto. All’inizio era una cosa sottile. Ora non lo è più, e la cosa mi preoccupa. Conosco alcuni di quegli uomini da quando ero bambino. Non sono solo alleati; sono parte del vecchio mondo, parte della struttura che ha mantenuto questa città in equilibrio per decenni. Eppure, se continuano a spingere, se oltrepassano il segno, beh, diciamo solo che non sono l’unico a osservare.

Se lei scopre che sono diventati un problema, potrei non avere l’occasione di risolvere la questione per vie diplomatiche. Mi sveglierò con un’altra scatola ordinatamente infiocchettata sulla soglia di casa. Forse questa volta ci saranno una testa e un rosario avvolti insieme. Il pensiero mi fa contorcere lo stomaco in una cupa anticipazione.

Li accompagno all’uscita attraverso il grande atrio, stringendo mani e facendo buon viso sotto le alte arcate della mia tenuta. Accendono sigari e ridono, convinti che il mondo sia ancora loro. Chiudo la porta alle loro spalle, girando la serratura con un leggero scatto. Faccio un respiro profondo, solo per rendermi conto che la casa ha un odore diverso.

Annuso di nuovo: aglio, burro e rosmarino mi riempiono i sensi. È stata qui. Il pensiero quasi mi ferma il cuore a metà di un battito. Mi muovo veloce e silenzioso, i miei passi riecheggiano appena lungo il corridoio di marmo mentre avanzo a grandi falcate verso la cucina. Ogni senso è all’erta, teso, elettrizzato dalla possibilità che questa volta io riesca a prenderla. Sono quasi arrivato quando sento una porta chiudersi e l’adrenalina mi schizza nelle vene. Comincio a correre senza pensarci due volte. Non rallento quando arrivo in cucina, spalanco la porta sul retro e mi precipito nella notte, con gli occhi che scrutano il buio come un pazzo.

«Setacciate il perimetro!» abbaio nella ricetrasmittente, estraendo già la pistola dalla cintura. «Controllate la proprietà. È qui.»

So già che se n’è andata, come fumo nel vento; sparisce sempre. Resto lì ancora un momento, a guardare la linea degli alberi che ondeggia nella brezza. Ogni volta che mi avvicino, mi scivola via tra le dita.

Alla fine abbasso la pistola, espiro lentamente e rientro con la mascella serrata. Mi ha fregato di nuovo. Torno in cucina e mi concentro sul profumo del cibo. È caldo, ricco e tempistico alla perfezione, come se sapesse quando avrei finito, o quando sarei rimasto solo. La cena aspetta sul bancone. Una pasta impiattata in modo impeccabile e pane caldo avvolto in un tovagliolo di stoffa. Accanto c’è una bottiglia di vino rosso già aperta, lasciata a decantare vicino a due calici di cristallo.

Mi avvicino lentamente, fissando l’apparecchiatura. Sembra un appuntamento romantico. Un primo appuntamento, se si ignora la parte in cui ha fatto irruzione in casa mia, ha scaldato del cibo, stappato una bottiglia ed è scappata dalla porta sul retro. Una risata mi gorgoglia in gola. È folle. È pericolosa. È assolutamente, sfacciatamente mia.

Mi siedo, mi verso un bicchiere di vino e lo sollevo verso la sedia vuota di fronte a me.

«Al fantasma tra le mie mura», mormoro con un sorriso sghembo. «Grazie per la cena, tesoro.»

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